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venerdì 16 marzo 2012
di Francesco Battistini

La mamma del pacifista italiano: «A Gaza solo delusioni e rinvii E dal governo italiano nessun aiuto» Da sei mesi e dopo una dozzina di udienze, il dibattimento è impantanato nelle procedure della corte militare di Hamas

GAZA — Inutile bussare. Non apre nessuno. Alle 10 di giovedì il tribunale di Gaza City è chiuso, la porticina verde sbarrata. Ma non doveva esserci l'udienza del processo Arrigoni? «Rinviata». Una volta, qui c’era l’asilo degli Arafat. Oggi, che vi abita la giustizia di Hamas, nell’atrio umido c’è un usciere in ciabatte e con le risposte scritte su un foglio: «Niente processo! Ragioni di sicurezza! Non ha visto che gl’israeliani bombardano? ». Ma se hanno smesso da tre giorni... «No, è troppo pericoloso. Per l’incolumità dei giudici, degl’imputati e anche vostra. Giusto rinviare». A quando? «Non lo so».

La delusione è di pochi. Qualche amico, qualche giornalista, nessuno che si sorprenda. Va così da mesi: una procura non tradotta, una carta senza timbro, un testimone assente (in)giustificato, il pubblico ministero che s’è dimenticato a casa le domande da fare, gli avvocati che non possono stare vicino alla gabbia... «Ogni volta ne inventano una», sorride Nathan Stuckey, 34 anni, che faceva il broker a Chicago e adesso vive da cooperante dell’Ism, l’International Solidarity Movement: «Diciamo che i tribunali veri sono un’altra cosa. E che l’attenzione del mondo, ecco, non è proprio quella del processo O.J. Simpson...». In piedi, entra la corte. Anzi no. Fra un mese sarà il primo anniversario della morte di Vittorio «Vik» Arrigoni, il pacifista che viveva a Gaza e che nello spazio d’una mezza giornata fu rapito, picchiato, videoripreso e subito strangolato col fil di ferro da un gruppo di salafiti fanatici.


Da sei mesi e una dozzina d’udienze, il processo ai quattro imputati è impantanato nelle procedure della corte militare di Hamas, nel silenzio quasi totale dei media, nel disinteresse generale dell’opinione pubblica. Gli assassini hanno confessato, tutti. E se a Gaza di solito basta mezz’ora di processo per infliggere un’impiccagione, qui la si tira per le lunghe e senza ragioni evidenti. «In teoria, almeno due dei quattro rischiano la forca — anticipa il procuratore generale, Ahmad at Allam, basco verde e Corano sul tavolo —. Ma un mese fa ci è arrivata una lettera della madre di Arrigoni. Ci dice d’essere contraria alla pena di morte: ne dovremo tenere conto». Giovani, le barbe lunghe, ogni volta che arrivano in aula i killer fanno le star. «È già tutto deciso, la prima udienza li ho visti ridere e m’è venuta la nausea », ha raccontato Ebaa Riziq, palestinese e il nome di Vik tatuato sul braccio. «Gl’imputati e i loro familiari hanno un atteggiamentomolto ostile—dice Rosa Schiano, 29 anni, volontaria napoletana dell’Ism —. La cosa incredibile è che in aula possono parlare, confabulare, passarsi messaggi. L’ultima volta che è successo, mi sono alzata io e ho protestato». 

Quando Vittorio fu ucciso dai palestinesi, lui che a Gaza era venuto per aiutare i palestinesi, lui che contestava a Israele il diritto di sigillare un milione e mezzo di persone, la bara non fu rimpatriata da Tel Aviv. Hamas non sta ricambiando tanta amicizia. L’inchiesta è riassunta in due paginette di mattinale: si sa chi è stato; non si sa se, quando e a quanto potrà mai essere condannato. L’ultimo che vide Arrigoni vivo, Salman Hat, il custode della casa dove viveva, non è neppure stato ascoltato. Due degl’imputati erano a libro paga di Hamas: non hanno ancora spiegato chi li abbia mandati, né perché abbiano scelto proprio Vittorio. Gli stessi giudici, barbe lunghe uguali a quelle degl’imputati, si guardano bene dal chiedere qualcosa di più delle semplici generalità. Anche la mente della banda, Abdel Rahman Breizat, il misterioso giordano entrato nella Striscia due settimane prima del delitto: si disse subito che volesse scambiare l’ostaggio Arrigoni con lo sceicco salafita Al Maqdisi, sua guida spirituale, detenuto a Gaza. Ma nessuno potrà mai accertarlo: il giordano, con un altro del gruppo, fu ammazzato subito dalla polizia islamica. «Ho contattato ad Amman il fratello di Breizat — racconta Khalil Shanin, del Centro palestinese per i diritti umani — e ho capito che la versione dello sceicco non regge. Il capo della banda sosteneva la resistenza palestinese, era stato un anno a Londra pagato da Amman. Che c’entrava coi salafiti?».

Qualche settimana fa pure il basista, Aamer Abu Ghula, uno che sa molto, è stato inspiegabilmente scarcerato ed è sparito. «Anche in Occidente ci sono i processi in absentia — dottoreggia il procuratore Allam —e comunque gli stiamo dando la caccia », come se fosse complicato trovare un latitante in un’area chiusa di 40 chilometri: Aamer se l’è data a gambe attraverso i tunnel, probabilmente, e dicono se ne stia in Egitto. 

Questo processo è una farsa triste. «Non ho mai visto una cosa tanto approssimativa », è sconsolato Gilberto Pagani, l’avvocato della famiglia Arrigoni: «Sono riuscito ad assistere a un’udienza soltanto. Ma anche se le avessi seguite tutte... Non viene fuori niente. Gl’interrogatori sono ridicoli. Gli atti evasivi. I testimoni non ci vengono comunicati. Ci siamo costituiti parte civile, ma non siamo stati ammessi in aula perché la legge militare non lo prevede«. L’Italia, di questi tempi così attiva nella tutela dei marò in India, in aula non s’è vista. Hamas è considerata un’organizzazione terroristica, Roma non la riconosce come interlocutrice e a questo processo non ha mandato, mai, nemmeno un osservatore. 

La mamma di Vik, Egidia Beretta, sindaco lecchese di Bulciago, assieme all’avvocato ha scritto al presidente Napolitano, agli ex ministri degli Esteri e della Giustizia, Frattini e Nitto Palma, per chiedere conto di tanta indifferenza. Nessuno ha risposto: «Le mie lettere sono cadute nel nulla — dice — il governo italiano non ha fatto nulla. Dalla Farnesina non abbiamo più avuto contatti né notizie da aprile. Evidentemente, l’uccisione d’un volontario italiano è una cosa di poco conto e ancora di minor conto è il rispetto verso la sua famiglia. A dicembre ho scritto anche ai nuovi ministri, Giulio Terzi e Paola Severino. 

In febbraio, m’ha finalmente risposto la Guardasigilli. Per dirmi d’aver incaricato i collaboratori d’esaminare la vicenda. E per farmi sapere quanto ammirasse la mia contrarietà a un’eventuale pena di morte. Me l’ha insegnato Vittorio, "restiamo umani": come potrei, altrimenti, ripetermi quella sua frase?». Papà Arrigoni è morto qualche mese dopo Vik ed Egidia ha dubitato con lui, fino all’ultimo, di troppe superficiali verità: «Sul processo, all’inizio ero fiduciosa. Ora provo delusione, non riesco a vederne la fine. Né la risposta a quel che noi vogliamo veramente sapere: perché? Vittorio, proprio in quei giorni, era alla vigilia del rientro. Se non piangessi, mi verrebbe da sorridere quando sento che l’avrebbero colpito perché era troppo "occidentale": Vittorio era palestinese fra i palestinesi. Come si può credere che, di sua volontà, un giovane giordano entri nella Striscia attraverso i tunnel e appositamente per colpire Vittorio? Posso essere scettica?». 

Mamma Beretta forse riuscirà a vedere Gaza per la prima volta il 15 aprile, l’anniversario, quando a suo figlio sarà intitolato un nuovo pozzo d’acqua destinato a ventimila famiglie di profughi. Ad aspettarla, se verrà, un vecchio con la faccia rugosa, Farur Gharami, 64 anni. È il papà d’uno dei quattro, Khader, il palo: «Voglio solo dirle grazie perché ha chiesto di non condannarli a morte». Piove, nella baracca gelida del campo di Shaati. E Farur ha in braccio una neonata seminuda. Nell’altra mano una torcia, perché a Gaza la luce manca da più d’un mese. Il vecchio piange: «Mio figlio è stato un pazzo. E noi la morte ce l’abbiamo già dentro». 



Fonte: Corriere.it 


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