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venerdì 30 marzo 2012
di Leonardo Mazzei

Note sintetiche sull'articolo 18 e dintorni

Per capire il valore simbolico della distruzione dell'articolo 18, bisogna fare un passo indietro di dieci anni. Esattamente il 23 marzo del 2002, le strade di Roma videro una delle più grandi manifestazioni di tutti i tempi. Il no all'abolizione dell'articolo 18 vinse, e Berlusconi dovette fare marcia indietro. Dieci anni dopo, così come avvenuto sulle pensioni, il governo Monti ha ormai in mano lo scalpo del simbolo dei diritti dei lavoratori. Lo consegnerà alle oligarchie europee, alla signora Merkel, alla Bce. Ma proprio nei prossimi giorni andrà a farsene vanto pure in Cina e in Corea del Sud, giusto per far intendere qual è la strada intrapresa.

2. La libertà di licenziamento
Che il punto sia la libertà di licenziamento, questa volta l'hanno capito anche i sassi. Ogni discorso sull'«equità», sulla flessibilità in uscita che migliorerebbe le possibilità di entrata nel mercato del lavoro, non convincono proprio nessuno, a parte lo stuolo dei pennivendoli ben pagati per farsi convincere, e soprattutto per cercare di convincere. Si può disquisire quanto si vuole, ma l'obiettivo sostanziale è quello di estendere la precarizzazione a tutti i lavoratori. Del resto, la loro «equità» (vedi il caso delle pensioni), prevede sempre un uguagliamento verso il basso, mai verso l'alto.

Con il Disegno di legge Monti-Fornero l'articolo 18 viene di fatto cancellato. Le aziende potranno comodamente avvalersi del licenziamento per «motivi economici», o di quello per «motivi disciplinari». Il diritto al reintegro rimane solo per i licenziamenti discriminatori, ma non sarà facile dimostrare la discriminazione. Negli altri casi, se il lavoratore vince la causa avrà solo il diritto ad un indennizzo se licenziato per motivi economici, mentre deciderà il giudice nel caso di motivi disciplinari. Ovvio che la «motivazione economica» sarà quella privilegiata dalle aziende.

3. Non solo articolo 18
Secondo la vulgata piddina, nelle misure del governo «ci sono cose buone, ma anche cose da correggere» (Bersani, ieri a Cernobbio). Quali sarebbero queste cose buone? Il governo ha cercato di venderne due: la riduzione della precarietà per i giovani, l'intervento sugli ammortizzatori sociali.
Lacrima Fornero ha parlato di riduzione delle forme di precariato, ma dei 46 (quarantasei) tipi di contratto precario oggi esistenti nessuno verrà abolito.

Gli ammortizzatori sociali vengono in realtà ampiamente falcidiati. Si tagliano la cassa integrazione, la mobilità ed il sussidio di disoccupazione, il tutto sostituito con l'Assicurazione sociale per l'impiego (Aspi). Durata, 12 mesi. Un taglio tremendo che, combinato con la controriforma pensionistica, lascerà tanti lavoratori anziani senza salario, senza pensione e senza alcun tipo di «ammortizzatore». E per i giovani? E' di stamani la notizia che il nuovo Aspi diminuirà le attuali tutele anche per alcune categorie del precariato (ad esempio i co.co.pro)... Dove sono, dunque, le «cose buone»?

4. L'imbroglio della famosa «equità»
Come abbiamo già visto, se il cialtrone Berlusconi era riuscito ad addormentare le masse con la promessa della ricchezza per tutti, i vampiri che l'hanno sostituito devono usare necessariamente una droga diversa, racchiusa nell'ingannevole parola «equità». Contate quante volte questa parola è stata pronunciata dal duo Monti-Fornero e saprete quante volte siete stati ingannati.
Equità non è uguaglianza, a volte ne è l'esatto contrario. Se la lotta per l'uguaglianza muove dal sentimento e dalla ragione che ci mette di fronte ai caratteri universali del genere umano, l'equità presuppone sempre un soggetto «terzo», inevitabilmente superiore ed insindacabile nelle sue sentenze.

Certo, tutti - giustamente - preferiscono avere un giudice «equo» piuttosto che «iniquo»; uno studente vorrà essere esaminato da un professore «equo», e così via. Ma chi ha stabilito che l'attuale governo - il primo della storia repubblicana a non essere neppure espressione di una maggioranza uscita da una consultazione elettorale - abbia il diritto di decidere cosa è equo e cosa no? Non c'è in questa pretesa l'evidenza di una concezione autoritaria, profondamente elitaria e dunque antidemocratica?

«Il nuovo articolo 18 varrà per tutti», ecco l'inno all'«equità» scritto nel titolo del Corriere della Sera del 21 marzo. «Varrà per tutti», sai che gioia sapere che la negazione di un diritto sarà universale. Secondo costoro il detto «Mal comune, mezzo gaudio» - sempre escludendo, ci mancherebbe!, la loro casta dominante - sarebbe la moderna traduzione dell'umana aspirazione all'uguaglianza. Con questa logica si dovrebbe festeggiare il taglio del 50% dei salari purché uguale per tutti, la disoccupazione di massa purché equamente distribuita, e magari anche il plotone di esecuzione purché tocchi a tutti un identico numero di pallottole...

5. Perché lo fanno?
Se i contenuti del Ddl sono chiari, resta qualcosa da dire sulle ragioni della foga devastatrice del governo Monti. Insomma, perché lo fanno? Penso che la risposta vada articolata in tre punti: a) lo fanno perché richiesto dalle oligarchie europee (non scordiamoci la letterina agostana della Bce, b) lo fanno perché richiesto dall'attuale collocazione subalterna dell'Italia nella divisione internazionale del lavoro, c) lo fanno perché è connaturato con la loro ideologia.
Che quello attuale sia un vero e proprio governo Quisling lo abbiamo detto e scritto tante volte. Non dovrebbe dunque stupire tanta acquiescenza ai diktat di Francoforte. Monti ha i suoi mandanti e protettori e ad essi deve rispondere, mai dimenticarselo. Ma diventerebbe difficile capire tanto accanimento se non vi fosse anche un elemento strutturale. L'Italia ha subito un vero e proprio downgrade non solo sul debito pubblico, ma ancora prima nella sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro. Un downgrade che fa sì che la competizione sarà sempre meno con la Germania, e sempre più con paesi come il Brasile o la Polonia. Su questo punto rimando all'articolo di ieri di Moreno Pasquinelli.

Rimane l'aspetto ideologico, che non va mai sottovalutato. Il governo dei professori è così arrogante da volerci vendere la panzana secondo cui l'abolizione dell'articolo 18 favorirà la mitica ripresa. Questa fandonia fa il paio con quella che vorrebbe assegnare identiche proprietà taumaturgiche alle cosiddette «liberalizzazioni». Del resto che cos'è la fine del principio della «giusta causa», se non la piena deregolamentazione (e dunque liberalizzazione) del rapporto di lavoro?

I professori, ohibò, hanno un'ideologia. Più precisamente hanno una religione, quella del mercato. Di quel mercato che, rifuggendo «lacci e lacciuli», ed ogni controllo della politica, ha prodotto i disastri che sappiamo. Che non sono il frutto di qualche delinquente, ma di chi di quell'intoccabile mercato ha saputo essere il miglior interprete.

6. La partita politica interna alla maggioranza
Le decisioni assunte dall'esecutivo hanno aperto un conflitto all'interno della maggioranza che lo sostiene. Le forze politiche sono indebolite, in alcuni frangenti quasi annichilite, ma non del tutto scomparse. Quanto è reale e quanto è di facciata questo scontro? Questa è la domanda a cui bisogna rispondere.
A mio modesto parere lo scontro è vero e finto al tempo stesso. Spieghiamoci meglio: è finto riguardo alla sostanza dell'articolo 18, dato che tutti i protagonisti sono d'accordo nel modificarlo assai profondamente; è vero, perché tutti vorrebbero condurre in porto l'operazione senza perdere la faccia (ed i relativi consensi elettorali), e questo è un obiettivo ben difficile da realizzarsi. E' questo, in particolare, il problema del Pd. Ed è di questo che hanno discusso in queste settimane, non certo dei drammi della precarietà e della disoccupazione.

Ora la destra (ma non la Lega) incita Monti ad andare avanti senza incertezze, come pure la guardia del corpo casinian-rutelliano-finiana, mentre Bersani, con la rinuncia al decreto, è riuscito a prendere qualche mese di tempo. Ma il tempo passa in fretta e la mina, ora disinnescata, si ripresenterà entro l'estate.

Come finirà? Il Pd chiede una sola cosa, che anche nel caso di licenziamenti per motivi economici la decisione tra indennizzo e reintegro (oggi escluso dal governo) spetti al giudice. Un accordo non è dunque impossibile, dato che anche se passasse la linea di Bersani, l'articolo 18 ne uscirebbe comunque snaturato. L'attuale diritto al reintegro verrebbe infatti lasciato in mano alla magistratura, il che potrà anche piacere a Di Pietro, ma non a chi sa bene a quali interessi risponda la casta dei magistrati.

Vedremo, ma Bersani ripete ogni quarto d'ora che il «voto non è in discussione», mentre Monti ha voluto la Camusso alla sua destra in un pranzo a pro della stampa (c'erano più fotografi che camerieri) sul lago Maggiore. Esclusa dunque la rottura, non è ancora chiaro come riusciranno a venirne fuori. Di sicuro, i lavoratori faranno bene a non illudersi, dato che il tempo guadagnato verrà utilizzato contro di loro.

7. Cosa resterà dopo il governo dei professori?
In realtà la partita politica è assai complessa. C'è infatti una domanda che non ha ancora una precisa risposta: cosa resterà dopo il governo dei professori? L'attuale esecutivo rimarrà una parentesi di un bipolarismo destinato a rilanciarsi, anche se in forme diverse, o diventerà piuttosto il modello a cui adeguare la strutturazione politica e la stessa forma istituzionale?
Chi scrive non ha la risposta, ma è chiaro che molto dipenderà dall'evoluzione della situazione economica. Una sia pur relativa stabilizzazione dell'emergenza debito favorirebbe la prima ipotesi; una sua nuova esplosione, magari legata all'emergenza Portogallo (ma questa è solo una delle ipotesi tra le tante), renderebbe più probabile la seconda. L'importante è capire che una direttrice di marcia univoca ancora non c'è. E dunque, del tutto indipendentemente dall'articolo 18, potremmo entrare in una nuova fase di turbolenze politiche.

8. La «luna di miele» è finita
Se il giudizio sulle prospettive politiche resta necessariamente in sospeso, diverso è il discorso sul futuro del governo Monti. Niente fa pensare che possa mollare la presa prima del 2013, ma la vicenda dell'articolo 18 segna probabilmente un punto di non ritorno. Come direbbero gli editorialisti anglosassoni, la «luna di miele» è finita.
I sondaggi vanno sempre presi con molta prudenza, ma ignorarli sarebbe sbagliato. Quello della ISPO/3G, commentato da Renato Mannheimer sul Corriere della Sera di oggi è piuttosto eclatante. I consensi al governo sono passati dal 62% del 6 marzo al 44% attuale, mentre i giudizi negativi sono saliti dal 34% al 54%. Sul punto specifico del progetto governativo sul mercato del lavoro, i giudizi negativi superano i due terzi degli intervistati (67%).

Dati che non hanno bisogno di troppi commenti. Naturalmente, un giudizio negativo non è un impegno di lotta, e dunque non dobbiamo farci troppe illusioni. E' tuttavia chiaro che il governo dei professori non ha più dalla sua il consenso della maggioranza degli italiani, e questo è un fatto che finirà per pesare sulle prossime vicende politiche.

9. Che Napolitano se ne vada
Chiudiamo su un punto sempre più centrale: il ruolo nefasto dell'attuale presidente della repubblica. Non più tardi di ieri Napolitano ha voluto mettere di nuovo il becco sulla questione dell'articolo 18, per sostenere a spada tratta il governo Monti.
La situazione è talmente fuori controllo che, sempre ieri, Monti - senza che nessuno sentisse il bisogno di replicare - si è permesso questa curiosa ma significativa affermazione sulla formula «salvo intese», uscita dal consiglio dei ministri: «Nessuno si illuda che forze importanti che abbiamo ascoltato ma esterne al governo, possano in qualche modo intervenire. Questa strana formula che non è uscita per assonanza con "Salva Italia", significa salvo intese fra i membri del governo e il capo dello Stato». Il «capo dello Stato»? Siamo già in una repubblica presidenziale?

Il primo comma dell'art. 87 della Costituzione così recita: «Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale». E' evidente che rappresentare l'unità nazionale significa rappresentare e garantire le diverse parti politiche, con il famoso ruolo «super partes». Abbiamo invece un presidente che non solo se ne infischia di una parte consistente del parlamento, se ne frega pure dell'orientamento non di una parte degli italiani, ma addirittura della netta maggioranza degli stessi.

In tutta evidenza, è proprio Napolitano che si pone come primo rappresentante dei poteri forti sovranazionali che hanno commissariato l'Italia. Qui non si tratta del solo art. 18, ma di un ruolo sempre più debordante da quello assegnatogli dalla Costituzione. Lo si è visto nell'aperta sponsorizzazione della partecipazione italiana all'aggressione alla Libia, lo si è visto nella regia del golpe bianco che ha portato il professor Quisling a Palazzo Chigi. Non è forse arrivato il momento di una forte mobilitazione democratica contro l'uomo del Quirinale?

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