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lunedì 12 marzo 2012

di Luca Aterini

Più del 40% dei freschi diplomati del 2011, in Italia, hanno deciso che valeva la pena continuare a penare per qualche altro anno ancora alla caccia del famoso "pezzo di carta", e hanno quindi deciso di immatricolarsi all'università. I dati raccolti nell'XI rapporto del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario italiano sono una nuova (ennesima) doccia fredda, e documentano una vera e propria picchiata negli ultimi dieci anni: solo nel 2001 - sotto la spinta della riforma Berlinguer - sceglieva di accedere all'università il 74,5% dei diplomati.
Cercare di individuare le cause di questa debacle significa muoversi su un terreno alquanto scivoloso, con la consapevolezza di doversi barcamenare tra molteplici fattori. Da una parte stanno le difficoltà per le famiglie e gli studenti di affrontare un percorso di studi che comporta dei costi, il che non è così semplice in tempo di crisi generale. D'altra parte, il tarlo del dubbio - in buona parte corroborato dai fatti - rode la fiducia sull'effettiva spendibilità nel mercato del lavoro e sui ritorni economici della sudata laurea.

Secondo i dati dell'ultimo studio Almalaurea, ad un anno dalla laurea la retribuzione media per un laureato di primo livello è pari a 1.105€, che scende a 1.080€ per gli specialistici, e scende ancora a 1.050€ per gli specialistici a ciclo unico. Il tutto mentre anche la domanda di laureati da parte delle imprese rimane scarna, con una presenza del 12,5% sul parco-assunti del 2011. Da questo punto di vista, certamente non sono incoraggianti - per gli aspiranti studenti universitari - le parole che sovente cadono da rappresentati delle istituzioni. Ultimo in ordine temporale, il vice ministro del Lavoro e delle Politiche sociali si è lasciato andare affermando come ‹‹dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto professionale sei bravo››: certamente, scegliere un istituto professionale, o tecnico, non è un demerito per un giovane, ma certamente neanche un merito in sé.
Questa dicotomia che serpeggia nelle istituzioni, divise tra gli intenti dichiarati di voler rilanciare l'istruzione italiana e la tentazione sempre presente di screditare i giovani, o di prospettare per tutti loro una felice carriera di manovalanza, è sinonimo inquietante della confusione che regna sovrana sul tema. Il quale, peraltro, è quasi sempre e comunque confinato nell'ambito occupazionale ed economico, del valore dell'istruzione come formatrice di capitale umano da investire nel tessuto economico del Paese (quando si riesce a frenare quella che, ad aggiungersi alla fuga dei cervelli, può definirsi come una deriva di quelli che hanno deciso di non emigrare).
Il declino (e ancora più il disinteresse) verso il mondo dell'istruzione e della cultura, però, porta con sé conseguenze ben più gravi della pur endemica stagnazione dell'economia italiana, che alla mancanza di capitale sociale adeguato è sicuramente in parte da imputare. L'Italia sta perdendo l'interesse per la cultura in sé, e dunque anche per il suo valore come fattore di trasformazione ed innovazione, sociale come economica.
Ricercando una sostenibilità sociale, economica ed ecologica, che non potrebbe vivere a lungo ed esclusivamente di imposizioni calate dall'alto e non assimilate e condivise dai cittadini, agganciarsi al traino della cultura per una "consapevolezza del necessario" diviene un imperativo. Osservando anche, come fa il Sole24Ore, che ‹‹le disuguaglianze sempre più gravi create dalla cultura dell'economia finanziaria invece che dalla cultura delle scienze umane, delle arti (non del mercato dell'arte) e del pensiero critico, non vengono rimosse secondo una ricetta che già in altri momenti di crisi avevano convinto dei grandi illuministi come Condorcet. Questi era del parere che, per risolvere le inuguaglianze create dalla libertà dei commerci, fosse necessario garantire la parità di istruzione dei cittadini››. Per far questo, la cultura deve riscoprire la sua vocazione a formare cittadini - e non consumatori passivi.
Citando un articolo apparso (nel 2008, ma sempre tristemente attuale) su Internazionale a firma del celebre linguista Tullio de Mauro, ‹‹cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un'altra, una cifra dall'altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un'icona incomprensibile››.
In definitiva, ‹‹secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea››. Se ne deduce che una delle piaghe dell'Italia contemporanea, tra le più dolorose eppure tra le più trascurate, è quella di un alfabetismo funzionale ancora dilagante. Senza sanare questo deficit (più doloroso di quello di bilancio per i significati che si trascina dietro) iniziando quanto meno a far salire in prima linea il dibattito che al momento gli vivacchia attorno, sarà pressoché inconcludente dissertare di democrazia e volontà sovrana del corpo elettorale, quando in realtà l'esercizio della democrazia si traduce, per la maggioranza dei cittadini italiani, in poco più che una circonvenzione d'incapace.

fonte


1 commenti:

Anonimo ha detto...

martedì 6 marzo 2012 ho assistito ad un incontro di Comunione e Liberazione, a Napoli, dove la dottoressa Lucci della CISL ha detto che una delle emergenge è anche che spesso non c'è corrispondenza fra la laurea, o il diploma, e il titolo di studio chiesto dalle aziende.
Ogni tanto, aggiungo io, leggiamo su quotidiani, siti internet o sentiamo in televisione i posti di lavoro mancanti o quali potrebbero essere le professioni richieste nel futuro. Sarebbe bene che i ragazzi ed i loro genitori ne tenessero conto.
Alcuni invece dicono, ad es., «mio padre ha un negozio, la clientela c'è, posso continuare». Ma ormai siamo in un pianeta con sette miliardi di persone, non è difficile che "un nuovo arrivato" faccia meglio di noi. La cultura deve farci riscoprire la sua vocazione a formare cittadini - e non consumatori passivi; come c'è scritto nell'articolo.

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