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sabato 10 marzo 2012
Dal Times una massiccia campagna di informazione per la tutela dei ciclisti
«La sensibilizzazione sulla sicurezza stradale attraverso i media è fondamentale per ridurre il numero e la gravità degli incidenti. La campagna lanciata dal Times per la tutela dei ciclisti in Gran Bretagna dovrebbe costituire un esempio per tutti su come istituzioni pubbliche, associazioni private e mondo dei media debbano lavorare in sinergia per combattere quella che è la più grande tragedia del nostro Paese, ovvero gli incidenti stradali». Con queste parole il segretario generale della Fondazione Ania, Umberto Guidoni, commenta la scelta del “Times” di avviare una massiccia campagna di informazione per la tutela dei ciclisti. Il quotidiano londinese ha aperto l'edizione cartacea con il titolo “Save our cyclists”, rilanciando l'iniziativa attraverso il sito internet. L'Ania ricorda alcuni dati. Oggi in Italia circolano oltre 11milioni di biciclette. A livello europeo, nel 2010, il nostro Paese si colloca al terzo posto per la mortalità stradale dei ciclisti, preceduto solo dalla Germania (462 morti) e dalla Polonia (280). Situazione migliore in Romania (182), Francia (147), Olanda (138) e Gran Bretagna (104).

«La tutela delle utenze deboli della strada», spiega Guidoni, «è un problema comune in tutto il mondo. Ciclisti e pedoni sono le categorie che rischiano di più di essere investite. In 10 anni sulle strade britanniche sono morti 1.275 ciclisti e, dalle statistiche europee, risulta che nel solo 2010 si sono registrate 104 vittime in incidenti che hanno coinvolto biciclette. In Italia lo scenario è ancora piu' negativo: nel 2010 sono morti 263 ciclisti (6% del totale dei morti), 2.556 nel corso dell'ultimo decennio. Più del doppio di quelle registrate in Gran Bretagna. Questi dati dimostrano che nel nostro Paese si deve fare ancora molto in termini di prevenzione, ma anche di comunicazione e sensibilizzazione».
Indispensabile il rispetto delle regole della strada, supportato dal completamento dell'iter legislativo per l'introduzione del reato di omicidio stradale in quei casi in cui gli incidenti sono causati dalla guida in stato psicofisico molto alterato o da una velocita' molto al di sopra dei limiti.
«La presa di posizione della Fondazione Ania e di altre istituzioni sulla necessità di configurare, in alcuni casi, l'omicidio stradale ha cominciato a dare i primi risultati», ricorda Guidoni, «Ieri la prima Corte d'Assise e d'Appello di Milano ha condannato a 14 anni per omicidio volontario un uomo che nel 2008, guidando sotto l'effetto di droghe, aveva causato la morte di una giovane di 24 anni. Si tratta di una sentenza che ha ribaltato quella di primo grado con la quale il guidatore era stato condannato a 4 anni per omicidio colposo. Questo è solo il primo passo nella lotta all'incidentalità stradale».
«Possiamo vincere questa battaglia solo unendo le forze, facendo sistema e coinvolgendo i media affinché facciano da cassa di risonanza e portino il problema all'attenzione di tutti. Se un grande giornale come il Times ha assunto una presa di posizione come quella odierna», conclude il segretario della Fondazione Ania, «avviando una vera e propria battaglia civile per il rispetto delle regole della strada, sarebbe auspicabile che anche nel nostro Paese venisse avviata una campagna mediatica altrettanto forte».

fonte

NOTA di nocensura.com: nell'analizzare il dato tedesco, superiore al nostro (462 morti in Germania contro 263 in Italia) è necessario considerare che in Germania il numero di cittadini è maggiore, e maggiore è anche la percentuale di persone che utilizzano la bicicletta. Se in Italia circolasse un numero di ciclisti pari a quello della Germania, probabilmente i morti sarebbero di più.


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