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giovedì 1 marzo 2012
A faccia a faccia con gli «ultimi degli ultimi», dall'Etiopia all'India

L'inviato di «Panorama» Giovanni Porzio viaggia leggero. Nel suo zaino c'è l'essenziale: computer, macchina fotografica, biancheria di ricambio, mappe, qualche giornale. Ma quando rientra dalle escursioni negli angoli più remoti del mondo, la sua andatura non è più tanto sciolta come alla partenza: perché le sue scarpe, con tutto il sangue che s'è attaccato alle suole vagabondando da Gaza al Guatemala, dall'Etiopia al Pakistan, dall'India all'Afghanistan al Messico, pesano come macigni.

In Un dollaro al giorno (editore Marco Tropea) sono infatti condensate le cronache di questa lunga maratona della sofferenza umana. Il titolo è stato suggerito all'autore da un semplice dato della Banca mondiale, secondo cui un miliardo e mezzo di abitanti della Terra vive (o sopravvive) con un dollaro al giorno, mentre soltanto un terzo dell'umanità avrebbe accesso all'acqua potabile.

L'altra inesorabile calamità sono le guerre, tema che Giovanni Porzio affronta con coraggio e competenza grazie anche alla sua trentennale esperienza di war correspondent e che adesso, riferendosi ai conflitti del Medio Oriente, sintetizza in una frase: «La macchina bellica israeliana ha colpito la Striscia di Gaza con la potenza di uno tsunami».

Mettendo piede a Gaza, l'autore sa benissimo che l'attacco è costato la vita a 295 persone (civili), di cui ottantanove bambini: ma non sa che parte della popolazione della città smantellata continua a vivere entro le mura del cimitero.

«Ci siamo rassegnati alla realtà» - gli dice una signora cinquantenne, vedendolo smarrito -. « Noi dormiamo sulle tombe. Mangiamo sulle tombe. I bambini giocano a nascondino fra le tombe. Ed io ci stendo i panni ad asciugare».

Neanche in Etiopia c'è un'atmosfera idilliaca: con un reddito annuo pro capite di centosessanta dollari, il Paese figura fra le nazioni più povere del mondo: e la carestia degli anni Ottanta - la peggiore del secolo - gli ha dato il colpo di grazia. Angosciose le condizioni della gente, che abita in capanne di fango e sterco seccato, giorno e notte flagellate dagli Chellama , «i venti delle tenebre». Allo sfoltimento della popolazione ha contribuito inoltre una guerra inutile contro il Fronte popolare per la liberazione dell'Eritrea.

Due anni fa, madre natura si è accanita anche contro il Pakistan con una spaventosa inondazione che ha provocato lo straripamento dell'Indo: nell'allagamento che ne è seguito su tre milioni e mezzo di ettari sono stati travolti e uccisi duemila contadini e oltre un milione di capi di bestiame. Una vera catastrofe per un Paese dove quaranta milioni di abitanti vivono con meno di un dollaro al giorno e il cinquantotto per cento delle donne e il trentacinque per cento degli uomini sono analfabeti.

Al giornalista che aveva chiesto a un gruppo di bambini di cosa vivessero, la risposta è schietta e sconcertante: «Rubiamo e mendichiamo». Sono infatti migliaia quelli che non hanno mai messo piede in una scuola. Li trovi invece spesso nelle discariche dove scavano tra i rifiuti tossici alla ricerca di materiale riciclabile. E non sono pochi - apprendo - quelli che si accasciano stecchiti sul posto di lavoro.

Nella sua analisi, Giovanni Porzio scrive che «i problemi dell'Afghanistan impallidiscono di fronte alla polveriera pachistana» e ricorda l'assassinio di Daniel Pearl alla fine del gennaio 2002, il cui cadavere venne trovato quattro mesi dopo, decapitato. Da sempre sotto il controllo dei militari e di una «ristretta cerchia di dinastie», tra cui quella dei Bhutto, il Pakistan non è pronto per l'adozione di un sistema democratico, da cui è lontano anni luce.

Dalle pagine di Un dollaro al giorno l'India emerge coi colori cupi del Bihar, lo Stato più povero e feudale del Paese, in cima alla graduatoria mondiale per rapine, omicidi e sequestri di persona e anche per il mercato del sesso e di organi umani. I mediatori comprano una minorenne per venti dollari e la rivendono a cento per destinarla ai bordelli di lusso di Bombay. Non so quale credito attribuire all'affermazione che in Asia «le schiave del sesso» sarebbero più di un milione, né tanto meno valutare quale sia la percentuale di quelle che esercitano la professione nelle alcove indiane.

Sono d'accordo con Giovanni quando scrive che «Calcutta è sempre un pugno allo stomaco». Vagamente ricordo che Winston Churchill, dopo la sua prima visita alla smisurata, brulicante metropoli, scrisse alla madre: «Sono contento d'esserci venuto: così non ci metterò più piede per il resto della mia vita». Secondo l'Onu, dal 1980 in poi sarebbero «sparite» quaranta milioni di donne, mentre ogni giorno «vengono abortiti sette milioni di feti femminili».

Una grande crisi ha investito la campagna, dopo che il quarantanove per cento degli agricoltori (che avevano contratto grossi debiti) avevano chiuso le proprie aziende: decisione che gettò nel panico il mondo rurale e si concluse con il suicidio di quasi duecentomila contadini fra il 1997 e il 2009, con una media di diciassettemila ogni anno o, se si preferisce, uno ogni mezz'ora.

Spinto dalla sua insaziabile curiosità, Giovanni Porzio sbarca infine su tutt'altro continente, nel Centro America, e va a raccogliere, in Guatemala, le testimonianze dei «ragazzi della strada»: organizzazione fondata da Padre Gerard, un religioso salesiano di origine belga, reduce dal Nicaragua, dove aveva militato con i sandinisti e con i preti della sinistra rivoluzionaria.

All'Associazione era stato appioppato il nome angelico di «Limpieza Social», cioè «pulizia sociale»: solo che los niños de la Calle non erano i ragazzi della via Paal e ricorrevano nella loro attività agli stessi metodi brutali dei banditi: sequestri, stupri e omicidi. La media si aggirava dai tredici ai diciassette delitti al giorno: nei ritagli di tempo venivano consolati da un miniesercito di «anziane ragazze» che si contentavano della mancia. Il quarantotto per cento dei crimini era legato al traffico di stupefacenti. Le scarpe da tennis appese ai fili della luce indicavano gli antri dove si faceva spaccio di coca.

La scorribanda del collega-amico sta per concludersi. Diamo un'ultima occhiata all'Afghanistan che ho frequentato per oltre trent'anni e che - scrive Giovanni - «rimane un Paese onorato, a un passo medioevale, dove il rispetto dei diritti umani è un concetto sconosciuto». Ma a Bazarak, poco lontano da Kabul, c'è la tomba di Ahmad Shah Massud, il leone del Panshir, e per me è questo l'Afghanistan che mai sarà dimenticato. Vicino c'è pure la miniera di smeraldi di cui il grande condottiero tagiko era pure il disinteressato comproprietario e di cui non s'è mai parlato nelle nostre lunghe conversazioni notturne.

A sud c'è il nuovo Stato del Sudan meridionale, che è costato al Paese cinquant'anni di guerre e tre milioni di morti. Grande otto volte l'Italia, è popolato da 597 tribù (per un totale di quarantatré milioni di abitanti) che parlano quattrocento dialetti e, per capirsi, ricorrono probabilmente al poco inglese che conoscono. Il campo profughi di Kakuma ospita sedicimila orfani di guerra che si sfidano con kalashnikov di legno.

Ed ecco infine il Messico di Ciudad Juarez, città di frontiera dirimpettaia a El Paso dove centinaia di donne vengono regolarmente stuprate e uccise: come Silvia Rivela Morales, cui gli assassini hanno tranciato il seno sinistro e reciso il capezzolo destro. Anche per questo Ciudad Juarez è stata battezzata capitale mondiale del crimine. Nell'ottobre del '29 ci fece una capatina il capo-mafia Al Capone e una foto d'epoca ricorda il suo ingresso al Cafè Lobby col famoso borsalino in testa.

Qui, nei primi decenni del Novecento, vennero uccisi settanta giornalisti stranieri. « Pobre Mexico - esclamò più di un secolo fa il Presidente Porfirio Diaz - così, lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti».

fonte: "Corriere della Sera"




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