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venerdì 24 febbraio 2012
Solo posti in piedi nei Pronti soccorsi romani presi d´assalto. Anche le sedie e le poltrone sono occupate da malati che aspettano. Le barelle sono esaurite. Tutte. Comprese quelle delle ambulanze sulle quali sono arrivati i pazienti. E, con la dotazione di bordo "sequestrata" dai malati, i mezzi del 118 sono costretti a soste anche di 18 ore davanti agli ospedali (il fermo-ambulanze nel 2011 ha superato le 200mila ore che, tradotte in euro, fanno 5 milioni di produttività sprecata con gli equipaggi fermi). Di letti neanche l´ombra prima di un´attesa, fino a sei giorni, nei corridoi della prima linea. E la Procura ha aperto un´inchiesta, complici le fotografie scattate nel Pronto soccorso del San Camillo a due pazienti (una in arresto cardiaco, un altro con un sospetto infarto) sottoposti in condizioni estreme - su un materasso in terra - alle prime cure salvavita. «Di fronte a una vita a rischio e senza letti né barelle disponibili - spiega il direttore dell´ospedale, Aldo Morrone - un materasso è meglio che niente: è stato fatto quanto si doveva in una situazione di collasso».

A trasformare i reparti dell´Emergenza in un imbuto semichiuso è stato il taglio di 10mila posti letto in poco più di un decennio. Così mentre la popolazione del Lazio è cresciuta (invecchiando) da 5 milioni e 100mila abitanti nel 2000 a 5milioni e 750mila di oggi, le strozzature degli ospedali hanno amplificato i disagi. «Ogni giorno - spiega Massimo Magnanti del Sindacato professionisti dell´Emergenza (Spes) - in più di 300 stazionano sulle barelle aspettando che si liberi un letto in reparto, quale che sia». Perciò anche le Chirurgie si trasformano in divisioni di degenza medica con il blocco conseguente delle sale operatorie. Una telefonata a casa dei pazienti in attesa di essere operati e si cancellano gli interventi programmati. Accade dal San Giovanni al Pertini, dal policlinico Tor Vergata al Sant´Andrea; nei quadranti dove il rapporto tra letti e popolazione è di 6,6 ogni mille abitanti (aree a nord) a quelli dove ci sono 2,2 letti per mille residenti (sud est).

E con il taglio dei posti ospedalieri, complici il debito (10 miliardi) e il deficit (sul miliardo quello del 2011), la sanità laziale (commissariata dal governo con la governatrice Renata Polverini) non ha realizzato, come promesso, i poliambulatori di quartiere, le residenze assistite per gli anziani (Rsa), i centri di lungodegenza. Così, le corsie pubbliche si riempiono di malati cronici (il 20% delle degenze) che potrebbero essere assistiti fuori dall´ospedale dove un giorno di degenza costa dieci volte di più (mille e 200 euro) che in una Rsa. Il cui fabbisogno è stimato dalla Regione in 7mila posti letto. La promessa di attivarne almeno tremila è vecchia di un anno. Ma niente è stato fatto.

fonte: la Repubblica
foto: Leggo


1 commenti:

Anonimo ha detto...

i senatori Marino e Gramazio visto i loro ruoli e nel caso di Marino anche la professione di medico,sanno perfettamente che non si devono soffermare solo sui problemi del pronto soccorso ma nella sanità in tutto il suo insieme.I posti letto e i servizi sanitari diminuiranno sempre di più poiché come confermato dalla operazione trasparenza dell'ex ministro Brunetta gli stipendi base (ai quali si sommano anche gli inutili progetto obbiettivo e quant'altro) dei tantissimi dirigenti medici delle ASL e Aziende Ospedaliere sono vergognosamente alti. Da evidenziare che la suddivisione dei dirigenti nelle varie strutture o servizi non è equa e dove si lavora di più, come il pronto soccorso,c'è meno personale medico rispetto ai luoghi dove i medici possono rimanere molte ore nel loro studio. Non dimentichiamo che in ogni azienda sanitaria od ospedaliera c'è anche un trio di direzione generale che gode di stipendi e premi molto elevati, affiancati a loro volta da stretti collaboratori (tutti sono a diretto contatto con i politici della regione)che ha il compito di organizzare e verificare che tutto prosegua correttamente e se qualcosa non funziona, risolvere nel migliore dei modi e nel minor tempo possibile, a beneficio del cittadino che è anche il suo datore di lavoro.

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