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domenica 26 febbraio 2012

Animali ingozzati con gli antibiotici per accelerarne la loro crescita, e spuntano batteri resistenti che finiscono nei nostri piatti. Provocano infezioni talvolta mortali che rappresentano un alto costo per il sistema sanitario. Ma il sovraconsumo di antibiotici rappresenta un guadagno di produttività per l'industria agroalimentare che, negli Stati Uniti, si rallegra della recente decisione dell'Agenzia dell'alimentazione di autorizzare il loro massiccio utilizzo nell'allevamento.


Il consumo di antibiotici prescritti dai medici non è nulla se paragonato alla quantità ingerita con l'alimentazione. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la metà degli antibiotici prodotti nel mondo è destinata agli animali. Una somma che si alza all’80% negli Stati Uniti! Un rapporto della Food and Drug Administration statunitense(FDA) stima che gli animali da allevamento consumano 13.000 tonnellate di antibiotici l’anno anno [1]. Questo sovraconsumo favorisce lo sviluppo di batteri resistenti che possono essere rintracciati nei cibi in caso di cottura insufficiente. Alcuni ricercatori hanno mostrato, peraltro, che gli antibiotici non sono presenti solamente nella carne, ma anche nei cereali o nei legumi coltivate nel terreno fertilizzato col letame del bestiame.
Un studio pubblicato dalla rivista medica Clinical Infectious Diseases nel 2011 rivela che la metà della carne di bue, di pollo, di maiale e di tacchino venduta nei grandi magazzini degli Stati Uniti contiene germi resistenti agli antibiotici (lo stafilococco MRSA). Lo scorso agosto 16.000 tonnellate di tacchino contaminate dalla salmonella – resistente ai medicinali - sono state ritirate dal gigante agroalimentare Cargill. Bilancio: un morto e un centinaio di ricoveri.

La Francia detiene il record di resistenza agli antibiotici
Si sta sviluppando una resistenza agli antibiotici. "Ogni anno 100.000 americani muoiono in ospedale per un'infezione batterica, e non è che la punta dell'iceberg. Il 70% di queste infezioni è resistente ai trattamenti utilizzati abitualmente", ha affermato la deputata democratica Louise Slaughter [2], intervistata dal Guardian. La Francia detiene il record di resistenza agli antibiotici in Europa: il 50% per la penicillina e il 28% per la meticillina [3]. L'Unione Europea ha reagito nel 2006, vietando il consumo di antibiotici per aumentare la crescita degli animali. Negli allevamenti francesi vengono ancora consumate più di mille tonnellate di antibiotici ogni anno. Un studio dell'agenzia nazionale della medicina veterinaria ha valutato la presenza degli antibiotici in 67,7 mg per chilo di carne prodotta. Ha ricordato che gli "antibiotici recenti sono generalmente più attivi ed è sufficiente una somministrazione più ridotta". La Germania non fa eccezione, con i polli industriali ingozzati di “antibiotici”.
Malgrado questa inquietante constatazione, negli Stati Uniti l'agenzia per l'alimentazione (Food and Drug Administration) potrebbe operare un’inversione di marcia “preoccupante". Alla fine di dicembre, ha ritirato la promessa – che risale agli anni ’70 - di controllare l’utilizzo di due degli antibiotici più utilizzati: la penicillina e la tetraciclina. I produttori potranno continuare a somministrarla a piacimento ai loro animali. LaFDA preferisce, invece, concentrare gli sforzi sulla "possibilità di riforma volontaria" da parte degli agricoltori. Questa decisione - pubblicata con discrezione nel registro federale (Gazzetta ufficiale) alla vigilia di Natale - "non deve essere interpretata come il segno che la FDA non ha alcuna preoccupazione sanitaria" sull'argomento, si è sentita obbligata di precisare. Un simpatico ";regalo di Natale dell’FDA alle fattorie industriali", hanno ironizzato alcuni commentatori.
Venti miliardi di dollari l’anno a carico del sistema sanitario
Questa sovradosaggio di antibiotici ha un suo costo: ogni anno l’MRSA (stafilococco resistente alla meticillina) è responsabile del decesso di 19.000 pazienti negli Stati Uniti, e provoca sette milioni di visite dal medico o nei pronto soccorso, ha stimato Maryn McKenna, giornalista specializzata in salute pubblica: "Ogni volta che una persona contrae l’MRSA, i costi sanitari sono moltiplicati per quattro. La resistenza agli antibiotici è un peso enorme per la salute pubblica nella nostra società." Un costo stimato in venti miliardi di dollari l’anno per il sistema sanitario statunitense.
Ma la lobby agroalimentare combatte anche la battaglia delle cifre: per la National Turkey Federation, gli antibiotici permettono di diminuire di un terzo il costo di produzione [4]. Gli antibiotici diminuiscono il tempo di crescita e sono necessari perché gli animali possono riuscire a vivere ammucchiati a migliaia nei porcili e nei pollai. Senza antibiotici, ci vorrebbero più infrastrutture agricole. E 175.000 tonnellate di cibo in più, un grosso danno per la produzione del tacchino negli Stati Uniti, affermano i professionisti del settore.
Sono gli argomenti che sembrano avere convinto la FDA a respingere ogni decisione per regolamentare il consumo di antibiotici. Probabilmente - in periodo elettorale -, per evitare un finanziamento massiccio da parte della lobby agroalimentare della campagna repubblicana. In gennaio, dopo aver subito una caterva di critiche, la FDA ha annunciato di voler limitare da aprile l'utilizzo di una categoria di antibiotici, le cefalosporine, per i bovini, i maiali e il pollame. Una buona iniziativa di comunicazione: i media hanno ripreso all’unisonoquesta decisione, sottolineando gli sforzi della FDA per "limitare l'uso degli antibiotici”. Ma si sono dimenticati di precisare che le cefalosporine rappresentano solo lo 0,5% degli antibiotici utilizzati nell'allevamento. I consumatori non hanno molto da rallegrarsi. E neppure potrà risolvere questo grave problema sanitario.
Note:
[1] Nel 2000 l'Istituto per la Salute animale, in rappresentanza dei produttori di medicinali veterinari, ha valutato il consumo di antibiotici nell'allevamento in 8.000 l’anno negli Stati Uniti.
[2] Autore di un testo di legge sulla resistenza agli antibiotici: “Preservation of Antibiotics for Medical Treatment Act”.
[3] Utilizzate rispettivamente contro il pneumococco e lo stafilococco dorato, i principali batteri all'origine degli infezioni nosocomiali. Fonte:Rapporto parlamentare, Ufficio parlamentare di valutazione delle politiche sanitarie, depositato il 22 giugno 2006.
[4] "Today at retail outlets here in the D.C. market, a conventionally raised turkey costs $1.29 per pound. A similar whole turkey that was produced without antibiotics costs $2.29 per pound. With the average consumer purchasing a 15 pound whole turkey, that would mean there would be $15 tacked on to their grocery bill", Michael Rybolt, National Turkey Federation, audizione alla sottocommissione per l'allevamento della Camera dei Rappresentanti.



fonte


1 commenti:

Carlo ha detto...

Molti sostengono che non c'è rimedio, al consumo intensivo della carne. Non sono d'accordo, in natura ci sono equilibri e i rimedi sono nell'ordine naturale delle cose. La natura prevede predatori e prede, ma la natura non è crudele come è diventato crudele l'uomo, infatti le prede hanno delle chanse di scamparla e di evolversi verso un futuro di specie, anche se possono essere prede dei predatori, perchè spesse volte sono più veloci , più attente , più scevre da patologie che colpiscono di più i loro predatori. Se non fosse così tutti gli erbivori sarebbero scomparsi a causa dei loro predatori. L'uomo invece rinchiude , le sue prede in recinti, li fa nacere e crescere in modo innaturale ( a suo piacimento fino a quando non perdono la loro tenerezza), poi li uccide senza fare sforzo e senza rischiare nulla (tranne la sua salute in una prospettiva di vita sana ed equilibrata). Si procura anche patologie legate all'eccessivo consumo di carne. Senza essere vegetariani in senso assoluto si potrebbe ripristinare una nuova etica che eviti le storture più devastanti per l'equilibrio dell'ambiente e per una sana alimentazione per noi stessi. Il consumo incontrollato di carne e la prima causa dell'emissione di CO2, ci sono moti studi e documenti che evidenziano questo serio problema. L'uomo essenzialmente carnivoro (questa specie umana si diffonde sempre più nel mondo cosiddetto civilizzato) ha meno chanse di vivere sano in armonia con una natura più equilibrata, adatta a lui, l'uomo prevalemente carnivoro consuma velocemente le risorse del mondo in cui vivranno i suoi discendenti.

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