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giovedì 23 febbraio 2012
Se confermato, il dato porterebbe il nostro prodotto interno lordo reale a sei punti percentuali in meno rispetto al 2007. E per l'Eurozona le stime parlano di una recessione "mite", con un calo dello 0,3 per cento. Il Commissario all'economia Rehn: "Il governo italiano dimostra determinazione"


Nel corso del 2012 il Pil italiano si contrarrà dell’1,3%, terzo peggior risultato dell’Ue dopo gli inarrivabili -3,3 del Portogallo e -4,4 della Grecia. Lo ha reso noto oggi la Commissione Europea evidenziando le stime di crescita del Continente per l’anno in corso. La ricchezza prodotta nell’eurozona si ridurrà dello 0,3% rispetto all’anno scorso mentre l’Ue nel suo complesso andrà incontro alla piena stagnazione centrando un perfetto 0,0%. In sintesi, 9 Paesi andranno incontro a un crescita negativa, diciassette cresceranno, uno, la Repubblica Ceca, sarà in stagnazione. A sperimentare i tassi di crescita maggiore saranno la Lettonia (+2,1), la Lituania (+2,3) e la Polonia (+2,5%). Nell’area euro l’inflazione calerà dal 2,7 al 2,1 (e dal 3,1 al 2,3 nell’Ue a 27) toccando però il 2,9 in Italia e il 3,3 in Portogallo. In Grecia, l’effettivo recessivo sarà invece talmente forte da produrre un generale calo dei prezzi (-0,5).

Alla base del fenomeno, spiega il report, c’è il contesto economico globale che colpisce negativamente le esportazioni europee. Ma anche qualche elemento peculiare del Vecchio Continente. “L’ottimismo dei consumatori e del settore finanziario all’interno dell’Unione Europea resta basso nonostante si siano osservati alcuni miglioramenti in fatto di stabilizzazione del settore finanziario – spiega la Commissione con un implicito riferimento alla maxi iniezione di liquidità con cui la Bce ha sostenuto (e continuerà a sostenere) il settore bancario – . La percezione del rischio sovrano si è ridotta in alcuni Paesi ma gli spread si mantengono su livelli alti e le condizioni di accesso al credito per il settore privato si sono ristrette”. Un effetto collaterale, peraltro, noto ormai da qualche tempo.

In pratica, anche se la Commissione non lo dice, è successo esattamente questo. Per ridurre la tensione sui mercati, ben rappresentata dall’esplosione dei differenziali di rendimento tra i titoli sovrani dei Paesi più solidi (la Germania) e di quelli più a rischio (tra cui Italia e Spagna), la Bce ha sbloccato la sua liquidità offrendo agli istituti di credito circa mezzo trilione di euro di prestiti all’1%. L’obiettivo, ovviamente, era di indurre le banche a investire nei titoli di Stato delle grandi economie in crisi sfruttandone rendimenti medi attorno al 5-6%. Un affare molto conveniente, che infatti si è materializzato. Solo che di fronte a questa opportunità, l’erogazione di prestiti ai privati e quindi all’economia reale si è ridotta ulteriormente perché giudicata meno conveniente e in definitiva decisamente più rischiosa. Ecco dunque l’effetto collaterale: si riduce la tensione sulla finanza pubblica, si favorisce la recessione.

Lo schema non funziona ovviamente solo sul fronte dei prestiti. Per contenere il proprio debito, infatti, i Paesi della periferia hanno dovuto aumentare la pressione fiscale, ma così facendo hanno ridotto il reddito disponibile dei cittadini e con esso la loro capacità di consumo. Un fenomeno evidente in Italia, ad esempio, ma anche e soprattutto nelle nazioni in maggiore difficoltà. In Grecia, il Pil 2011 si è contratto del 6,8% contro il -1,5% del Portogallo. In Spagna, l’economia è cresciuta dello 0,7% nell’ultimo anno mentre in Italia si è sperimentata una sostanziale stagnazione (+0,2%).

A colpire in modo particolare, nelle previsioni Ue, c’è soprattutto la decisa correzione al ribasso delle stime precedenti. A novembre, Bruxelles aveva ipotizzato una crescita totale dello 0,6% nell’Ue e addirittura dello 0,8 nell’area euro. Nello scorso mese di dicembre, la Confindustria aveva ipotizzato per l’Italia una contrazione del Pil 2012 pari all’1,6%, ovvero 0,3 punti percentuali in più di quanto stimato oggi dall’Ue. La stima precedente parlava al contrario di una crescita dello 0,2%, lo stesso valore dell’anno appena concluso.



fonte: "Il Fatto Quotidiano"



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