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mercoledì 29 febbraio 2012
Alessio Butti DDL Proprietà intellettuale diritto di cronaca art.65 comma Claudio Messora Byoblu Byoblu.com
A poche settimane dall'"attacco alla rete" del leghista Fava, una nuova legge minaccia la libertà del web: e il popolo - assuefatto a queste notizie - reagisce sempre meno: LEGGI E CONDIVIDI QUESTO ARTICOLO!!!

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Di seguito l'articolo e il video di ByoBlu:

Alessio Butti, senatore Pdl, ci aveva già provato nel 2008, con il suo DDLNorme per la corretta utilizzazione della rete INTERNET a tutela dei minori”. Voleva chiudere, tra le altre cose, tutti i siti che istigavano alla violenza e alla consumazione dei reati (e anche i siti porno). Quindi, qualsiasi sito di informazione libera che avesse criticato per esempio il Ddl intercettazioni, proclamando magari la disobbedienza civile in nome della libertà di stampa, sarebbe stato chiuso da Butti in quanto istigatore alla consumazione di reato. A meno che, si intende, non avesse chiesto specifica autorizzazione all’autorità per le garanzie nelle comunicazioni e si fosse munito di sistemi di accesso idonei a certificare la maggiore età dei visitatori. Non fu preso in considerazione e il Ddl, dopo 4 anni, giace ancora in attesa di esame.




 E una certa idiosincrasia per le informazioni non allineate Butti la manifestò anche in occasione della manifestazione degli indignados a Roma. “La diretta di oggi della manifestazione degli indignados di Rai News è inaccettabile, offende la storia della Rai. Mentre scorrono le immagini di devastazioni e di scontri e di guerriglia urbana si fa di tutto per minimizzare e per dare una sensazione di una manifestazione pacifica, che di pacifico non ha nulla. Siamo di fronte al travisamento della realtà, ma soprattutto alla distorsione dei fatti. Cosa diranno adesso Zavoli e Galimberti, così solerti nell'intervenire in censure e critiche nei confronti del TG1 e del direttore Minzolini?”, disse. Se la storia della Rai l’ha fatta Minzolini, allora siamo lieti che Rai News l’abbia offesa.
 Corradino Mineo, direttore di Rai News, non usò mezzi termini: “Una dichiarazione come la sua, che approfitta di un fatto di cronaca come questo, di cui si parlerà domani in tutto il mondo, la violenza nel corso di una pacifica manifestazione a Roma, per riproporre quella che io ho chiamato la guerra civile simulata, il bipolarismo rissoso all'italiana [...] questo modo di fare che hanno molti politici, distrugge l'informazione ed è, se permettete, un attentato alla democrazia.”







 Un distruttore dell’informazione, dunque, questo Alessio Butti, secondo Mineo. E la sua fama sembra essere meritata, visto che il 22 luglio 2011, in epoca pre-spread, ci riprova, presentando una modifica all'articolo 65 della legge 22 aprile 1941, n. 633, in materia di tutela della proprietà intellettuale dell'opera editoriale. Nella prefazione alla sua proposta se la prende con “le nuove tecnologie informatiche e di comunicazione”, con “il diverso ruolo in cui si atteggiano le piattaforme che mediano tali contenuti informativi” e con i “motori di ricerca” che rendono “necessario ed improrogabile un intervento del legislatore”. Il punto è che “i siti internet che prelevano sistematicamente dalle pagine web dei giornali notizie e contenuti editoriali da offire ai propri utenti, utilizzano indebitamente lo sforzo organizzativo ed imprenditoriale di altri”. Insomma, se prelevate un articolo o parte di esso dal Corriere della Sera e lo riproducete sul vostro blog, magari al fine di commentare un’opinione, sottraete “diritti economici agli editori della carta stampata, i quali impiegano ingenti risorse – economiche, umane e tecniche –per realizzare un contenuto editoriale di valore che è sempre più frequentemente oggetto di sfruttamento ‘parassitario’”.
 Intendiamoci, una parte di verità c’è. Con la scusa del diritto all’informazione, spesso vanno per la maggiore blog che non fanno nulla, se non ricopiare di sana pianta i contenuti prodotti da altri blog o dai giornali, e in questo modo fanno soldi e setacciano utenti. Questo, tuttavia, è un problema che affligge tutti coloro che fanno informazione, piccoli e grandi, editori ricchi e ben pasciuti così come blogger che fanno la fame. E il diritto all’informazione, in questi casi, c’entra poco, perché per far girare un’informazione basta un link al contenuto originale: non c’è nessun bisogno di riprodurre nella sua interezza un articolo o un video, senza uno straccio di contributo personale aggiuntivo, se non quello di appropriarsene per far crescere i propri spazi, spesso corredati di banner.
 L’intento di Butti però non sembra rappresentare l’esigenza di tutelare il principio di non appropriazione indebita e strumentale degli sforzi intellettuali ed economici in un senso moderno, lungimirante e di prospettiva, cioè valido per tutti e applicabile al mondo che nel frattempo, dal 1943, è cambiato parecchio. Piuttosto, il Ddl Butti ha l'intento dichiarato di difendere esclusivamente gli editori di carta stampata, e di farlo rispetto ai contenuti utilizzati “in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo”. Innanzitutto ci si potrebbe chiedere se un giornale, che vive in massima parte grazie ai contributi pubblici, abbia poi il diritto di proteggere il frutto di questi contributi dai suoi stessi contribuenti. Secondariamente, la legge 22 aprile 1941 n.633, quella attualmente in vigore sulla “Protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”, all’articolo 65 recita così:
  1. Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l'utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell'autore, se riportato.
  2. La riproduzione o comunicazione al pubblico di opere o materiali protetti utilizzati in occasione di avvenimenti di attualità è consentita ai fini dell'esercizio del diritto di cronaca e nei limiti dello scopo informativo, sempre che si indichi, salvo caso di impossibilità, la fonte, incluso il nome dell'autore, se riportato.
 Quindi si possono utilizzare gli articoli dei giornali, purché non espressamente riservati. Ma anche quelli riservati, in occasione di eventi di attualità, si possono riprodurre al fine dell’esercizio del diritto di cronaca. Indicando la fonte.
 Cosa vuole fare Butti? Dopo il secondo comma vuole aggiungere:
  1. -bis. Al di fuori dei casi di cui al comma 1, l’utilizzo o la riproduzione, in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo, di articoli di attualità pubblicati nelle riviste o nei giornali, allo scopo di trarne profitto, sono autorizzati esclusivamente sulla base di accordi stipulati tra i soggetti che intendano utilizzare i suddetti articoli, ovvero tra le proprie associazioni di rappresentanza, e le associazioni maggiormente rappresentative degli editori delle opere da cui gli articoli medesimi sono tratti. Con i medesimi accordi sono stabilite la misura e le modalità di riscossione da parte dell’editore del compenso dovuto
 Insomma, Butti vuole che l’utilizzo in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo, allo scopo di trarne profitto, degli articoli anche coperti da diritto di cronaca debba essere permesso solo previo accordo economico con l’editore. Rientra in questa definizione qualunque uso di un articolo di un giornale, anche la pubblicazione di un semplice estratto al fine di commentarlo. Né quella locuzione “allo scopo di trarne profitto” limita in un qualsiasi modo utile l’applicazione del comma 2-bis, giacché il nostro ordinamento non ci offre una definizione unitaria di “profitto”: dal punto di vista e giuridico-economico, si potrà intendere ogni entrata o vantaggio economico. Per esempio i banner pubblicitari di un sito web, anche se non rendono che pochi centesimi.
 A differenza dell'altro Ddl di Butti tuttavia, quello del 2008 caduto nel dimenticatoio, quest'ultimo che fa scempio del diritto di cronaca è stato ahimé prontamente assegnato alla 2° Commissione permanente (Giustizia) del Senato ed è ora in corso di esame, affidato ai relatori Roberto Centaro (passato dal Pdl a Coesione Nazionale - Io Sud) e Franco Bruno (passato dal PD al Terzo Polo).

 Come accadde per il diritto di rettifica, anche oggi siamo chiamati urgentemente a fermare questo scempio. Dovesse mai passare, sarebbe una mostruosità senza eguali.



fonte


1 commenti:

Anonimo ha detto...

....E' una parolaccia se lo definisco come un altro Accattone Parassita?Spero di no.....

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