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venerdì 10 febbraio 2012
L'aumento della disoccupazione sta spingendo ai margini della società milioni di cittadini che non avevano mai conosciuto problemi economici, cambiando la nostra idea della povertà.
Dimitris Pavlópulos ha una pensione di 550 euro al mese e spende mensilmente 150 euro in medicine. Il taglio alle sovvenzioni per i farmaci lo obbliga a scegliere tra comprare un litro di latte (1,5 euro) o una medicina per curare la sua malattia. Affrontare entrambe le spese è impossibile.
Manuel G. è un disoccupato di lungo corso che ha nostalgia dei mille euro che guadagnava all'inizio della crisi. Ha perso il lavoro di impiegato tre anni fa, e ormai non gli spetta più il sussidio di disoccupazione. Non potendo tornare a casa dai genitori, vive in una stanza in affitto, frequenta la mensa per i poveri e indossa i vestiti regalati da una ong.
Sono le vittime della crisi, persone che appena cinque anni fa appartenevano alla classe media o medio-bassa e che oggi sono i nuovi poveri. Devono scegliere tra un pasto caldo o il riscaldamento, tra la sopravvivenza e il pagamento dell'ipoteca. Hanno cancellato il concetto di povertà legata ai mendicanti. Oggi, sempre di più, la povertà si associa alla normalità. "I volontari di ieri sono gli assistiti di oggi", spiega Jorge Nuño, segretario generale di Caritas Europa.
Secondo le cifre dell'Unione europea, nei 27 stati membri nel 2009 c'erano 115 milioni di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale (23,1 per cento della popolazione), "senza contare i 100-150 milioni sul filo del rasoio, a cui bastano due mesi senza stipendio e un'ipoteca da pagare per finire in miseria", spiega Nuño. Nel 2007 a rischiare la povertà erano appena 85 milioni. Nella lista dei nuovi poveri ci sono cittadini greci, spagnoli e irlandesi, "ma anche francesi, tedeschi e austriaci", sottolinea Nuño.
La dinamica dell'impoverimento è ben delineata: all'indebitamento familiare si aggiunge la crisi di stati un tempo prodighi in sussidi, dove improvvisamente scompaiono milioni di posti di lavoro, come nel settore edilizio in Spagna.
Come si misura l'indigenza? Esistono due tipi di povertà: quella moderata o relativa (individui che guadagnano il 60 per cento del reddito medio del paese) e quella severa (40 per cento). "La maggioranza dei poveri si allontana sempre più da questa soglia. Quelli che erano già poveri sono diventati più poveri, e intanto le mense delle associazioni di volontariato accolgono persone che non le avevano mai frequentate. Il tasso di povertà è cresciuto enormemente tra i bambini – in Spagna uno su quattro vive in condizioni di indigenza – e abbastanza tra gli immigrati e i giovani", spiega Paul Mari-Klose, sociologo del Csic.
"Parliamo di vite di stenti, del non essere in grado di arrivare alla fine del mese o di mangiare carne più di una volta a settimana. In Spagna – come in Grecia, Portogallo e Italia – non è aumentata tanto l'estensione della povertà quanto la severità e la concentrazione in determinati gruppi. Durante gli anni dell'espansione economica molti giovani si sono emancipati precocemente, e ora si trovano in situazioni limite. In Islanda c'è stato uno spettacolare incremento della povertà, soprattutto tra i bambini", aggiunge Mari-Klose.
Secondo i dati Eurostat sulla povertà e l'esclusione sociale, l'aumento della povertà coinvolge paesi come Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, gli stati dell'Europa dell'est recentemente entrati nell'Ue ma anche segmenti sempre più ampi della popolazione dei paesi più solidi e paradisi dello stato sociale improvvisamente crollati, come l'Islanda dopo la crisi del sistema bancario.
Ad ogni modo la media comunitaria presenta una dispersione elevata. Bulgaria (46,2 per cento) e Romania (43,1 per cento) registrano cifre doppie rispetto alla media. All'estremo opposto troviamo Repubblica Ceca (14 per cento), Paesi Bassi (15,1 per cento) e Svezia (15,9 per cento). La Spagna si posiziona a metà classifica, con il 23,4 per cento, e dunque passa inosservata. Tuttavia la somma tra il rischio strutturale (circa il 20 per cento nel 2007) il deficit di protezione sociale e il tasso di disoccupazione record (22,8 per cento) non lascia presagire niente di buono.
I bambini, gli anziani, le donne e gli immigrati sono tradizionalmente i gruppi più a rischio, perché età, sesso ed etnia sono fattori che incidono pesantemente sulla povertà. Tuttavia negli ultimi tempi a queste categorie si è aggiunta una legione di cittadini medi, in un contesto di tagli alla spesa sociale che amplifica gli effetti della crisi.
Si tratta di "persone con un lavoro altamente precario, che hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese e che non possono godere di alcun aiuto da parte dello stato; sono individui tra i 30 e i 45 anni, con e senza famiglie a carico, senza sussidi perché hanno una minima forma di introito, obbligati a tornare a vivere con i genitori per continuare a pagare un'ipoteca", spiega Joan Subirats, della Universidad Autónoma de Barcelona. "Gli altri settori sono più controllati, ma la classe medio-bassa finora non è stata analizzata a fondo".
Dieci giorni di autonomia
L'indigenza di ampie fasce della società europea non è soltanto un problema sociale, ma influisce anche nel contesto politico, perché aumenta il numero di persone che vivono ai margini del sistema. Nonostante la maggioranza degli esperti resista alla tentazione di considerare i "nuovi poveri" come le uniche vittime della crisi, sottolineando il peggioramento delle condizioni di vita di categorie già in precedenza impoverite, è innegabile che dopo quasi 15 anni di vacche grasse e nuovi ricchi la crisi ha colpito una segmento della popolazione che fino al 2007 non aveva problemi a soddisfare le necessità di base.
Nell'incubo dei nuovi poveri ci sono molti fattori diversi. Nei nuovi stati dell'Ue la zavorra principale è il deficit strutturale ereditario. Nella maggior parte dei casi si tratta di stati ex-comunisti riconvertiti in fretta e furia come Lettonia (37,4 per cento di rischio di povertà ed esclusione sociale), Lituania, Ungheria, Bulgaria e Romania. In Grecia il fantasma della fame si è trasformato in una spaventosa realtà. Pavlópulos, il pensionato di 75 anni, riceve le cure di cui ha bisogno grazie alla ong Medici senza frontiere. Da quando il primo piano di aggiustamento (2010) ha cancellato molte sovvenzioni, la sua pensione si esaurisce in 10 giorni, dopodiché dipende dalle ong.
Intanto il 2010, Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale, è trascorso nell'indifferenza generale. Si è conclusa mestamente anche la Strategia di Lisbona, che puntava ad avere "un effetto decisivo nello sradicamento della povertà". La crisi ha accantonato i buoni propositi, e l'obiettivo principale della Strategia 2020, ridurre a 20 milioni il numero di poveri in europa, rischia di trasformarsi in carta straccia.
Fonte: "El País" Traduzione di Andrea Sparacino
Dimitris Pavlópulos ha una pensione di 550 euro al mese e spende mensilmente 150 euro in medicine. Il taglio alle sovvenzioni per i farmaci lo obbliga a scegliere tra comprare un litro di latte (1,5 euro) o una medicina per curare la sua malattia. Affrontare entrambe le spese è impossibile.
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Sono le vittime della crisi, persone che appena cinque anni fa appartenevano alla classe media o medio-bassa e che oggi sono i nuovi poveri. Devono scegliere tra un pasto caldo o il riscaldamento, tra la sopravvivenza e il pagamento dell'ipoteca. Hanno cancellato il concetto di povertà legata ai mendicanti. Oggi, sempre di più, la povertà si associa alla normalità. "I volontari di ieri sono gli assistiti di oggi", spiega Jorge Nuño, segretario generale di Caritas Europa.
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I bambini, gli anziani, le donne e gli immigrati sono tradizionalmente i gruppi più a rischio, perché età, sesso ed etnia sono fattori che incidono pesantemente sulla povertà. Tuttavia negli ultimi tempi a queste categorie si è aggiunta una legione di cittadini medi, in un contesto di tagli alla spesa sociale che amplifica gli effetti della crisi.
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Fonte: "El País" Traduzione di Andrea Sparacino
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