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giovedì 2 febbraio 2012

Riflettori sulla finanza creativa del Vaticano: due casi agli onori della cronaca che continuano a dimostrare, se mai ce ne fosse stato bisogno, come Oltretevere pecunia non olet. Non l’ha mai fatto, del resto…
Il Corriere della Sera ha pubblicato ieri un articolo, Dalla congregazione dei Santi 1.6 milioni al “Madoff dei Parioli”, che dà conto dell’implicazione del reverendo Francesco Maria Ricci nell’affaire Lande. Il monsignore avrebbe infatti investito – per conto dell’ordine domenicano in cui milita - la modica cifra nei traffici offshore del faccendiere, aderendo in seguito nel 2009, per cautelarsi, non si sa mai, allo scudo fiscale di Tremonti.
I soldi, disinvoltamente prelevati fin dal 2000 da monsignor Ricci, provenivano dal fondo dei fedeli destinati a finanziare le cause di beatificazione. La sala stampa del Vaticano ha diffuso prontamente una nota che, negando con forza il coinvolgimento della Congregazione (guidata da 34 tra cardinali, arcivescovi e vescovi con in testa il cardinaleAngelo Amato), scarica sul reverendo e sul suo ordine ogni responsabilità dell’improvvida operazione.

Ancora più spericolate e dense di possibili clamorosi sviluppi le recenti attività finanziarie dell’Istituto Opere Religiose (IOR). Il Fatto pubblicava ieri un documento riservato, circolato nella Cupola degli ambienti ecclesiastici, intitolato Memo sui rapporti Ior-Aif.
Di che si tratta? La Procura di Roma aveva scoperto che lo IOR mescolava sui suoi conti presso il Credito Artigiano della Jp Morgan di Francoforte e della Banca del Fucino 15 milioni di euro, provenienti dalla CEI e ricavati dall’8 per mille dei contribuenti italiani, con fondi di soggetti diversi.
La faccenda, seppur grave, sembrò però ben presto avviata verso un lieto fine: i milioni erano stati sequestrati dal pm Stefano Rocco Fava nel settembre 2010 ma un intervento provvidenziale del papa, che istituì (dicembre dello stesso anno) l’Autorità di informazione finanziaria contro il riciclaggio (AIF), convinse la Procura a sbloccare il malloppo (maggio 2011).
Un attimo dopo aver rimesso le mani sul suo denaro, tuttavia, lo IOR gabbò la giustizia italiana sostenendo che la competenza dell’AIF non era retroattiva alla data di effettiva operatività: 1 aprile 2011. Un bel “pesce”, non c’è che dire.
Il documento reso pubblico dal Fatto, annotato a penna molto probabilmente da Georg Ganswein, segretario di Benedetto XVI, dimostrerebbe ora che il papa, il presidente dell’ AIF, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, l’autorità di controllo antiriclaggio Attilio Nicora, e i vertici dello IOR, avrebbero concordato la linea da tenere nei confronti dell’antiricilaggio. Non collaborare con la giustizia italiana.
Chissa che ne pensa il ministro della Giustizia del Governo Monti, Paola Severino, già avvocato del presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi?

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