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mercoledì 25 gennaio 2012
Proseguono i fallimenti di imprese causati dalla crisi: nel 2011 registrato un incremento del 7,4%. Dal 2009 ad oggi sono andati in fumo oltre 300mila posti di lavoro

L'Italia ai tempi della crisi è segnata da una agonizzante catena di fallimenti. Un brutto segno che minaccia la crescita economica del Belpaese e che rischia di affossare la fiducia degli investitori, nostrani o internazionali che siano. Secondo i dati diffusi oggi da Cerved, anche l'anno scorso è proseguita la crescita dei fallimenti di imprese che sono arrivate a quota 12.094 con un incremento del 7,4% rispetto al 2010. Dal 2009 ad oggi si sono persi, a causa dei crack aziendali, oltre 300mila posti di lavoro.

Nel corso dell'anno scorso i fallimenti sono aumentati in tutte le forme giuridiche. Una crescita più sostenuta è stata registrata tra le società di capitali (+8,6% sul 2010) rispetto alle altre strutture societarie (+4,7%). "Gli Insolvency ratio che misurano la frequenza dei default (cioè il numero di fallimenti ogni 10mila imprese operative) indicano che le aziende più colpite sono state le piccole e medie imprese (precisamente quelle con un attivo compreso tra i 2 e i 10 milioni di euro, con un Ir di 132 punti) seguite da quelle con un attivo tra i 10 e i 50 milioni, con un Insolvency ratio a quota 127", spiega il Cerved, leader in Italia nell’analisi delle imprese e nello sviluppo dei modelli di valutazione del rischio di credito. Nel 2011 è, infatti, proseguito l’aumento dei fallimenti soprattutto nei servizi (+10% rispetto al 2010) e nelle costruzioni (+7,8%).


E' in controtendenza l’industria che, pur rimanendo il macrosettore con la maggiore frequenza di fallimenti, ha registrato un’inversione di tendenza rispetto al 2010 (-6,3%). "Il risultato - continua il Cerved - è da attribuire soprattutto ai miglioramenti dei settori che negli anni precedenti hanno pagato un conto più salato alla crisi". Dal punto di vista territoriale, la crescita dei fallimenti ha riguardato tutte le aree del Paese. Fa, però, eccezione il Nord Est dove il numero delle procedure fallimentari ha limato i livelli del 2010 (-0,3%). Gli oltre 12mila fallimenti complessivi del 2011 rappresentano il massimo registrato in un singolo anno da quando nel 2006 è stata riformata la disciplina fallimentare. "Un dato - ha spiegato Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved Group - che sebbene non superi in termini assoluti il record toccato nel 2005, quando ancora potevano accedere alle procedure anche le microimprese, evidenzia ripercussioni più gravi rispetto al passato vista la maggiore dimensione media delle imprese coinvolte, i costi in termini di posti di lavoro persi e la ricchezza non prodotta, significativamente maggiore".


fonte "Il Giornale"

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1 commenti:

Anonimo ha detto...

E' la solita sparata per distrarre dalla verità. Non è l'evasione il problema, probabilmente si tratta di crediti inesigibili perlopiù debitori già falliti.
Il problema sono le spese senza senso ne limite come quelle MILITARI che ammontano ogni anno a 7-8 mega manovre finanziarie. La guerra in Libia ci è costata oltre 150-200 milioni di Euro. Ovviamente sono previsti imponenti acquisti di armi e per queste spese non c'è crisi.

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