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venerdì 6 gennaio 2012
(dal blog di Antonio Borghesi, parlamentare Idv)
Vi ripropongo un post di un paio di mesi fa, che torna di attualità con la morte di don Verzé. Aggiungo tuttavia questa ulteriore riflessione, vista la santificazione del personaggio in corso, da parte di politici e mezzi d'informazione di tutti gli orientamenti: "Per me un corruttore e truffatore, anche se prete e morto, resta sempre un corruttore ed un truffatore."

Ancora una volta una storia tutta italiana. Anzi, data la situazione, un“miracolo a Milano”, dove si intrecciano religione, affari, banchieri e come sempre politica. Qualche giorno fa La Procura di Milano ha chiesto il fallimento dell’Istituto Ospedaliero San Raffaele, fondato da don Verzè, aprendo un’inchiesta per bancarotta, ostacolo agli organi di vigilanza e fatture false per operazioni inesistenti. Un buco di quasi due miliardi di debiti. Ma il “grande manager di Dio” girava il mondo in jet privato ed ha costruito la montagna di debiti grazie alle sue amicizie politiche.

Il primo inghippo lo combina, manco a dirlo, con Berlusconi. Tra affaristi ci si intende. Lui aveva costruito Milano 2 su terreni pagati poco, perché sopra ci passavano rumorosamente gli aerei in decollo da Linate. Così cedette a don Verzè il terreno per costruirci il San Raffaele. Di fronte ai malati dell’ospedale fu gioco facile far cambiare rotta agli aerei ed ottenere una grande speculazione su Milano 2 dove, divenuta un luogo tranquillo, i prezzi triplicarono rapidamente. Con simili metodi (ma don Verzè parla sempre di regali) fu facile costruire un impero, racchiuso nella Fondazione Monte Tabor, con strutture ospedaliere, ma anche alberghi, ed aziende varie in Italia e all’estero (Brasile, India, Filippine, Cile, Malta, Polonia). Questa frenetica attività internazionale lo spinge ad imitare i veri uomini d’affari e così decise di dotarsi di un jet personale. Ma la gestione della pratica è assai oscura. La gestione del discusso aeroplano Challanger CL 604, passa attraverso la Assion Aircraft & Yatching Chartering Service Ltd, una scatola con sede ad Aukland (Nuova Zelanda). I fatti risalgono al 2007, quando Don Verzè sostituisce il vecchio Hawker 1000 della Bae per comprarne uno più lussuoso e in grado di effettuare voli transoceanici. I soldi, circa 13 milioni di euro li garantisce la Fondazione, ma attraverso una finanziaria, la Sg Equipment Finance Schweiz, da una società del gruppo francese Société Générale e in particolare dalla filiale di Zurigo con la quale la Airviaggi, la partecipata del San Raffaele che controlla laAssion, apre un leasing. Il bilancio della società, nel 2009, genera una perdita di 10 milioni di euro. Il jet è gestito operativamente dalla Alba servizi della Fininvest di Berlusconi. Chi si occupa di tutto è Piero Daccò, uomo di Comunione e Liberazione, movimento al quale si richiama una parte politica e in particolare il Presidente della Regione, Formigoni, che con don Verzè è prodigo di convenzioni ospedaliere. A Daccò affida anche una consulenza da mezzo milione di euro attraverso una società austriaca, la Harmann Holding, incaricata dal San Raffaele di gestire i contenziosi legali esteri. Nella costruzione del San Raffaele commette abusi edilizi, ma sostiene che farlo nel nome degli ammalati non è reato. E quando qualcuno mette i pali tra le ruote, don Verzè non ha scrupoli: nel nome di Dio e degli ammalati da curare offre all’assessore regionale alla Sanità Vittorio Rivolta una tangente del 5 per cento su circa un miliardo e mezzo di lire di fondi pubblici che gli arriveranno da Roma. Per questo nel 1977 sarà condannato in primo grado a un anno e quattro mesi per istigazione alla corruzione (condanna poi prescritta in appello) e viene definito dal Tribunale “imprenditore abile e spregiudicato, inserito in ambienti finanziari e politici privi di scrupoli sul piano etico e penale”. Don Verzè è entrato anche nel settore energetico. Lo ha fatto in società con Giuseppe Grossi, re delle bonifiche milanesi, vicino a Comunione e Liberazione, ex consigliere della Fondazione San Raffaele, finito di recente nelle mire della procura milanese: accusato di associazione a delinquere, frode fiscale e appropriazione indebita, ha patteggiato una penadi 3 anni e mezzo. Con Don Verzè ha costituita la Blu Energy: in tre anni di vita la società ha accumulato 116 milioni di debiti, soldi ricevuti per lo più dalle banche (79,8 milioni) e utilizzati per costruire l`impianto di produzione di energia di Vimodrone, che avrebbe dovuto fornire elettricità al San Raffaele: l’unico effetto visibile è che i costi di approvvigionamento dell’ospedale sono cresciuti da 11 a 41 milioni. I suoi rapporti con la finanza e con la politica sono sempre stati stretti. Di Craxi ha detto: “E’ un bravo politico e ne ho stima. E’ un uomo di volontà, un milanese di contenuto. Avrà fatto i suoi errori, ma per noi Craxi è prima di tutto un paziente”. Nei consigli di amministrazione delle sue aziende ha sempre messo noti personaggi della finanza: banchieri come Carlo Salvatori, finanzieri come Roberto Cusin, assicuratori come Ennio Doris (boss di Mediolanum). Per questo forse ha ottenuto finanziamenti dalla Simest - società pubblica controllata dal ministero dello Sviluppo economico - che si è impegnata a versare 2,6 milioni. La delibera è stata firmata il 23 aprile 2010, uno degli ultimi atti di Scajola prima che l´interim passasse a Silvio Berlusconi. Per questo le banche, che non danno credito alle piccole e medie imprese italiane, hanno invece largheggiato con don Verzè, restando invischiate per ben 462 milioni di euro: Unicredit con 140, Intesa con 123, Bnp con 38, poi Monte dei Paschi di Siena con 20, Cariparma, BPS, Banco di Sardegna, Italease, Leasint, Mediofactoring, BIIS. (ben 431 dei 462 sono dovuti a leasing, factoring e garanzie).
L’economista Marco Vitale ha dichiarato: Saranno soprattutto i risparmiatori (e i pazienti) a subire il colpo dei disastri finanziari del polo sanitario San Raffaele. Pagheranno meno le banche e il fondatore dell'impresa don Verzé. Mentre in realtà «è lui il responsabile del collasso e il suggeritore del suicidio del suo collaboratore Cal». E ancora: «prima di andare a cercare le responsabilità degli altri è meglio individuare quelle di chi guidava l'impresa». E infine «del miliardo di debiti del San Raffaele la maggior parte non sono legati alla gestione sanitaria, ma alle dissennate avventure di un prete dissennato». Una responsabilità che Vitale sottolinea senza sminuire la grande colpa delle banche, in primis Intesa: «Che ha elargito al San Raffaele mezzi senza limiti, senza condizionarli a una governance seria».


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