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martedì 31 gennaio 2012
Fava, il leghista che vuole
imbavagliare la rete
Totò Riina o Callisto Tanzi avrebbero potuto censurare le inchieste su parte della stampa e sui libri venduti online riguardanti le loro “prodezze” se a suo tempo fosse stato già in vigore l‘emendamento Fava (Lega Nord) approvato qualche giorno fa dalla Commissione per le politiche comunitarie della Camera e oggi in forse grazie alle reazioni della rete seguite a ruota dai politici.

Infatti l’emendamento modificherebbe la legge in vigore prevedendo che, oltre alle autorità competenti, anche “qualunque soggetto interessato” possa chiedere al gestore di un servizio di hosting (l’imprenditore che ospita un web su un suo server), di agire “immediatamente perrimuovere le informazioni o per disabilitarne l’accesso” per la presunta presenza di materiale “illecito”, pena la corresponsabilità per le eventuali violazioni. Oggi la legge prevede invece che il gestore internet denunci all’autorità giudiziaria la sospetta illiceità dei contenuti (rilevata di persona o segnalatagli da terzi) ed esegua prontamente i provvedimenti – anche urgenti – disposti dalla stessa autorità.


Peraltro – sebbene il provvedimento riguardi il commercio elettronico, ovvero le prestazioni o prodotti a pagamento richieste da un utente della rete – parlando genericamente di “materiale illecito”, abilita a ricomprendere tanto prodotti contraffatti e pedopornografia che presunte diffamazioni contenute in articoli fruibili in rete con abbonamento o in libri acquistabili online. Il provvedimento firmato da Fava appare quindi palesemente incostituzionale, perché demanda a terzi interventi sugli illeciti che la Costituzione attribuisce al potere giudiziario e alle Forze dell’Ordine e viola l’art. 21 della Costituzione sulla libertà di espressione e l’art. 3 per sperequazione evidente del trattamento degli autori, editori e commercianti di Internet rispetto a tutti gli altri.

E’ anche in contrasto con il diritto europeo (art. 10 della Convenzione per i diritti dell’uomo), nonchè la giurisprudenza della Corte Ue e della Corte dei diritti dell’uomo riguardanti la libertà di espressione e le disposizioni inerenti gli interventi che lo Stato può imporre ai fornitori di servizi Internet in presenza di materiale illecito. Ma quella che appare evidente è l’assurdità (e la violazione dei diritti) dovuta all’ansia della giustizia fai da te che permea questo emendamento e che ha sempre caratterizzato la Lega Nord, sostenitrice non a caso dell’estensione della legittima difesa armata e della istituzione delle ronde.

Di questa assurdità ho fatto all’inizio un esempio che tuttavia sarebbe sicuramente applicato su larga scala, ma ci potrebbero essere altri casi in cui chiunque – con il suo metro personale – si ritenga ingiuriato o diffamato quando non lo è in base alla legge e alla giurisprudenza, chieda ad un gestore di hosting di rimuovere dal web libri o articoli a pagamento. Proseguite voi scatenando la fantasia, perchè quando la legge è vaga e non c’è un terzo imparziale che accerti la verità in base a parametri fissati dal codice penale e civile e ad accertamenti con strumenti di indagine adeguati (ovvero un magistrato) si genera il caos.

E questo senza neppure molte limitazioni legali. Infatti, oggi, chi denunci infondatamente alla procura qualcuno può essere indagato per calunnia (reato che sussiste solo se la falsa denuncia è stata resa all’autorità giudiziaria), ma non esiste un reato per chi menta al fornitore di servizi internet, quindi non ci sarebbero deterrenti alle “censure facili” o ai danni commerciali se non gli eventuali danni civili da liquidare al malcapitato autore, editore o commerciante online anni dopo, cioè una volta accertato giudiziariamente che non c’era illecito.



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