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domenica 18 dicembre 2011
Riesumato il cadavere di Giuseppe Uva dal cimitero di Caravate dove l'uomo era stato sepolto nel giugno del 2008. A tre anni e mezzo da quella che ai familiari appare quasi un'esecuzione, i periti del tribunale hanno il compito di spiegare la morte del gruista di 43 anni morto dopo essere transitato in una caserma varesina per approdare al pronto soccorso cittadino. La versione ufficiale, l'allergia ai farmaci, non ha mai persuaso sua sorella Lucia che si è battuta da allora per riesumare il cadavere assistita da Fabio Anselmo, lo stesso legale dei casi Cucchi, Aldrovandi, Ferrulli. Quando l' elevatore meccanico ha sollevato la bara tra i parenti c'è stato un forte momento di commozione. «Oggi mi sento ancora male come il giorno in cui è morto», ha detto Lucia. Una volta rimossa la lapide è spuntato un volantino del 2008 che annunciava la prima manifestazione che si svolse qualche giorno dopo la morte. C'era scritto: "Abbiamo fiducia nella giustizia".

«Oggi comincia davvero questa inchiesta - ha detto Lucia - adesso vediamo che cosa uscirà dalle analisi. Io sono pronta a chiedere scusa a tutti se ho sbagliato ad accusare ingiustamente i carabinieri. Ma se i periti ci daranno ragione saranno in tanti a dovermi dare delle spiegazioni. Ma perché abbiamo dovuto soffrire così tanto per arrivare a questo punto?».

Lucia Uva è stata querelata dai carabinieri e poliziotti che quella notte, in caserma, gestirono il fermo del fratello (che morì la mattina seguente all'ospedale di Varese), e insieme a Fabio Anselmo contesta il pm e solo dopo una lunghissima battaglia sono riusciti a ottenere una superperizia. Uva è morto il 14 giugno 2008 dopo essere stato fermato da una pattuglia dei carabinieri per ubriachezza molesta, reato per il quale non è previsto il fermo e per il quale anche il Tso, che giustifica il suo ricovero, appare incomprensibile. Malapolizia e malasanità, a volte, si mescolano come la carne e la metaldeide nelle polpette avvelenate: impossibile separare la verità dalla menzogna.
Secondo i familiari è un errore il fatto che un secondo fascicolo con la memoria di Alberto Bigioggero sulle urla che udì in caserma quella notte sia ancora fermo in procura. «Sappiamo che aveva del sangue nelle scarpe, questa è una delle ultime cose emerse», ricorda Lucia a cui toccò l'ispezione in obitorio del corpo di suo fratello. Fu lei a trovare i segni delle probabili percosse, a scoprire le incongruenze della versione ufficiale incrociandola con il racconto di Biggioggero, fermato con Pino ma mai ascoltato da un pm. «Me lo sono toccato tutto, avevo la macchinetta fotografica perché ero partita per le vacanze e ho ripreso tutto: i bernoccoli sulla nuca, un ginocchio fuori posto, il collo del piede gonfio. Gli slip sono spariti», raccontò a Liberazione. Ai suoi amici Pino aveva raccontato di avere avuto una relazione con la moglie di un carabiniere. La la causa di morte potrebbe essere il politraumatismo di quella notte non la sinergia tra sedativi. Come Patrizia Moretti mamma di Federico Aldrovandi e Ilaria Cucchi, anche Lucia è l'ennesima donna costretta a esporre in piazza le foto di un parente massacrato per poter avere attenzione.

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