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giovedì 1 dicembre 2011

La diga in Europa sta cedendo. Il prestito interbancario si è bloccato. Gran parte del sistema finanziario è paralizzato, provocando una stretta creditizia proprio mentre l’eurozona sta scivolando in recessione.
Lo spread Euribor/OIS, “l’indicatore della paura”, sta inviando segnali di allarme. I costi del finanziamento in Europa hanno raggiunto i livelli della crisi Lehman, costringendo gli istituti di credito a una lotta isterica per reperire i due trilioni di fondi che mancano all’appello.
I mercati monetari dell’America non vogliono più concedere prestiti alle sovraindebitate banche europee, oppure solo su scadenza drasticamente brevi inferiori a sette giorni. L’esposizione verso le banche francesi è stata ridotta del 69 per cento da maggio.
I mercati monetari dell’America non vogliono più concedere prestiti alle sovraindebitate banche europee, oppure solo su scadenza drasticamente brevi inferiori a sette giorni. L’esposizione verso le banche francesi è stata ridotta del 69 per cento da maggio.
L’Italia deve affrontare uno “stop improvviso” dei finanziamenti, che l'ha costretta venerdì a pagare il 6,5 per cento per titoli a sei mesi, malgrado l’insediamento tecnocratico avvenuto a Roma.
I rendimenti dei Bund tedeschi sono saliti di 59 punti base rispetto a quelli svedesi dall’asta fallimentare di mercoledì. Il debito tedesco è stato improvvisamente retrocesso rispetto a quello svizzero, scandinavo, giapponese e statunitense. Come ha riportato il Telegraph due settimane fa, le banche centrali e i fondi sovrani asiatici stanno rifiutando tutte le obbligazioni dell’UEM perché hanno perso fiducia in un sistema monetario che non ha prestatore di ultima istanza, una forma coerente di governo, né rispetto per il ruolo della legge.
Anche se i dirigenti dell’UE dovessero accordarsi su un’unione fiscale e una condivisione del debito – e non possono farlo -, questi cambiamenti a lungo termine non possono risolvere a breve la crisi attuale. La mossa per il cambiamento da apportare ai trattati è diventata una solo una mossa di disturbo.
Se la Germania non acconsentirà velocemente a una piena mobilitazione della Banca Centrale Europea, l’eurozona andrà fuori controllo. Come riportato dall’Economist, “il rischio che la divisa si disintegri nell’arco di alcune settimane è terribilmente alto.”
Teoricamente, l’UEM potrebbe continuare a zoppicare per tutto l’inverno fino alle aste del debito italiano di 33 miliardi di euro nella prima settimana di gennaio e di 48 miliardi nell’ultima di febbraio. La realtà è che il contagio del debito sovrano al sistema finanziario potrebbe mettere il coltello nella piaga più velocemente.
Se la rottura dovesse avvenire in modo disordinato, con le nazioni del Club Med e l’Irlanda che passano nell’oblio una dopo l’altra, la reazione a catena causerebbe un’implosione da 31 trilioni di euro del complesso bancario europeo, il più grande al mondo e il più indebitato. Ciò potrebbe provocare un tremendo collasso globale, passeggeri di prima classe inclusi.
Quindi la domanda da porsi è se il resto del mondo debba prendere il controllo di gestione dell’Europa per prevenire o mitigare il disastro? Specificamente, la Federal Reserve dovrebbe assumere la leadership di superpotenza monetaria e imporre la linea una BCE paralizzata, agendo da prestatore globale di ultima istanza?
In sintesi, gli Stati Uniti possono fare per l’UEM quello che fecero in campo militare e strategico negli anni ’90 quando Washington decise che la misura era colma dopo che i bisticci dei leader dell’UE avevano permesso il massacro di 200.000 persone nei Balcani. Il Pentagono sistemò rapidamente le cose con l’“Operazione Forza Deliberata”, facendo piovere i missili Tomahawk sulle posizioni serbe. Chiodo batte chiodo.
Personalmente, non sono ancora convinto della saggezza di un salvataggio della Fed. È irto di pericoli, e si potrebbe affermare che le risorse sarebbero meglio impiegate per scindere l’UEM in due parti più gestibili con il minimo danno possibile.
Comunque, il dibattito è aperto, e le ruote stanno girando nelle stanze dei bottoni di Washington: e allora fatemi dire qualcosa, tanto per rimuginarci sopra.
Il Nobel per l’economia Myron Scholes ha ventilato per primo l’ipotesi a una riunione della Riksbank in agosto. "Mi chiedo se Bernanke potrebbe negare il fatto che ‘tutti crediamo in un mondo armonizzato, che gli europei sono nostri amici, e che sappiamo che la BCE non può stampare denaro per comprare le obbligazioni perché i tedeschi non lo permetterebbero. E dato che la BCE presto finirà i soldi, dovremo farci avanti e iniziare a comprare i bond dei governi europei per loro’. È qualcosa a cui bisogna pensare", ha detto.
Non è eccentrico come sembra. Ben Bernanke della Fed ha toccato l’argomento in un discorso del novembre 2002, “Deflazione: fare in modo che non arrivi qui”, che ora viene considerata in extremis come la sua “road map” politica.
"La Fed può iniettare denaro nell’economia anche in altri modi. Ad esempio, la Fed ha l’autorità di acquistare debito sovrano estero. Potenzialmente, questo tipo di titoli offre grosse possibilità alle operazioni della Fed", ha detto.
Brad DeLong dell’Università di Berkeley ha detto che è l’ora che Bernanke si muova in questa direzione, dato che il mondo sbanda verso il 1931 e una seconda Grande Depressione. “La Federal Reserve deve comprare ogni singola obbligazione europea posseduta da ogni singola istituzione finanziaria americana in cambio di soldi”, ha detto.
La Fed potrebbe acquistare due trilioni di debito UEM o anche più, intervenendo con una forza devastante. La credibile minaccia di una tale iniziativa da parte della superpotenza monetaria mondiale potrebbe da sola riportare i rendimento italiani e spagnoli sotto al 5 per cento, prima che un solo centesimo venga davvero speso.
Si potrebbe presumere che la Fed possa comprare sia il cuore tripla A che il Club Med in una vampata simmetrica di stimoli monetari generalizzati, evitando l’errore (fiscale) di prendere di mira gli stati semi-solvibili. In pratica, la Fed farebbe un quantitative easing per gli europei, che gli piaccia o no.David Zervos di Jefferies ne ha proposto una variante estrema, accusando i puritani fiscali della Germania di voler ridurre la periferia dell’Europa a “servi apprendisti” e di guidare l’intera regione nella recessione con una contrazione sia fiscale che monetaria.
“Noi, negli Stati Uniti dobbiamo liberarci velocemente di questi sado-fiscalisti, sono un pericolo per il mondo intero. Gli Stati Uniti possono costringere la BCE a una monetizzazione. Dobbiamo salire sul muletto e comprare le obbligazioni dell’area Euro. E parecchie”, ha detto.
Alcuni degli acquisti potrebbero essere realizzati limitando i conti in euro della Fed presso la BCE, che verrà inondata di fondi che arrivano da swap di valute forniti da Washington per aiutare l’Europa a tirare in salvo le proprie banche. Alla fine gli acquisti di massa dei bond UEM causerebbero un improvviso e potenzialmente pericoloso rialzo dell’euro contro il dollaro. E qui casca l’asino. Se la BCE fallisse nell’allentare drasticamente la politica monetaria per compensarlo, l’esperimento potrebbe finire davvero male.
Una scuola pionieristica di “monetaristi del mercato” – forse i più creativi nella nebbia politica odierna – dicono che la Fed dovrebbe reflazionare il mondo con un diverso meccanismo, preferibilmente con la Banca del Giappone e una coalizione di volenterosi.
La loro strategia è quella di prendere di mira la crescita del PIL nominale (NGDP) negli Stati Uniti e nelle altre potenze allineate, riportandola ai livelli pre-crisi. L’ipotesi viene dal “piano per il dollaro compensato” di Irving Fisher proposto negli anni ‘30.
La scuola non è quella di Keynes. Sono ispirati dagli economisti Ralph Hawtrey e Gustav Cassel, così come dal guru dei monetaristi Milton Friedman. “Chiunque abbia studiato la Grande Depressione dovrebbe ritenere surreale la situazione in Europa. la storia si ripete in continuazione. È tragico”, ha detto Lars Christensen di Danske Bank, autore di un libro su Friedman.
“È possibile che una forte spinta verso uno stimolo fiscale possa salvare l’euro”, ha detto Scott Sumner, professore della Bentley University ed eminenza grigia del gruppo. Invece, le autorità dell’UE stanno ripetendo gli errori della Grande Recessione fissandosi sull’inflazione quando, guardando avanti, la deflazione è già una minaccia più forte.
“Io pensavo che la gente fosse stupida negli anni ’30. Vi ricordate della famose uscita di Hawtrey, “Gridare ‘Al fuoco, al fuoco’ nel diluvio universale”? Mi chiedevo come fosse possibile che la gente non fosse riuscita a vedere il problema reale. Pensavo che i progressi nella analisi macroeconomiche avessero reso errori di questo tipo improbabili. Non mi potevo sbagliarmi di più. Siamo allo stesso livello di stupidità”, ha detto.
Non c’è bisogno di dire che la reflazione da sola non riuscirebbe a rendere l’eurozona un’area monetaria praticabile. E neppure lo farà l’unione fiscale, gli Eurobond e la condivisione del debito.
"Anche ci fossero due anni di trasferimenti fiscali, e anche se la BCE dovesse comprare tutti i bond, e i problemi fossero messi sotto il tappeto, alla fine dovremmo affrontare comunque una crisi", ha detto il Scholes.
Nessuna delle “cure” a disposizione può contrastare il disallineamento del 30 per cento tra il Nord e il Sud, la causa più profonda della crisi. Ciò che può fare un QE imposto dalla Fed all’eurozona è rendere almeno possibile una soluzione, aizzando deliberatamente l’inflazione.
Ciò potrebbe portare a un piccolo boom nel blocco germanico, e permetterebbe al Sud di prendersi una punizione fiscale senza dover subire oltre una deflazione da debito che si autoalimenta. Spingerebbe in alto i prezzi nel Nord, convincendo i neo-calvinisti ad accettare la propria fetta di aggiustamenti di prezzo all’interno dell’UEM.
Ai tedeschi la cosa non piacerà. Se l’inflazione li farà andare in subbuglio e lasciare l’UEM ai latini, tanto meglio. È la soluzione migliore.
Quello che di sicuro sappiamo è che le posizioni politiche odierne in Europa potrebbero portare ineluttabilmente alla rovina e forse al fascismo. Non potrebbe andare peggio.
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