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domenica 18 dicembre 2011
Gli studi di Lagos ormai battono quelli di Los Angeles per numero di pellicole prodotte: film d'autore e polpettoni, ma anche serie tv e dvd per ragazzi. Con budget bassissimi ma un potenziale di pubblico enorme (inclusi gli africani emigrati)

La nuova frontiera del cinema si chiama Africa e il suo cuore pulsante sta in Nigeria. Dopo Hollywood e Bollywood, ecco Nollywood (la "N" è l'iniziale del Paese che ospita gli studios), terza per fatturato, ma seconda solo agli indiani per numero di pellicole prodotte. Oltre 200 film per il cinema e la televisione girati ogni mese, 300 produttori, 300 mila impiegati nel settore (il secondo datore di lavoro del Paese dopo lo Stato) per un volume d'affari di 250 milioni di euro l'anno. Investimento molto basso: poco più di 10 mila euro per ogni lungometraggio e resa sicura se sono parecchi quelli che raggiungono le 50 mila copie di dvd venduti quando i grandi successi possono toccare il mezzo milione (costo di 1-2 euro).



Gli studi a Lagos lavorano a ritmo continuo, gli attori si debbono rifare da soli il trucco e spesso un solo tuttofare cambia le scene. Guadagni per le star assolute: 5 mila euro. Però una popolarità che rischia di essere debordante se il pubblico potenziale è di 600 milioni di persone nel solo Continente Nero a cui vanno aggiunte le decine di milioni di africani in diaspora nelle Americhe o in Europa: basta andare nei loro quartieri delle nostre città per trovare dei videonoleggi con pellicole come "La regina d'Africa" o "BlackBerry Babes", veri film di culto che arrivano da Nollywood. I temi trattati: quelli classici degli intrecci drammaturgici: tradimenti, sesso, amore. Ma anche corruzione, emancipazione femminile, Aids. E godono di un fiorente mercato quelli che promuovono la religione o si basano sulla convivenza tra fedi diverse.

Nollywood è la legge del mercato che avanza e crea un linguaggio e un immaginario comuni tra chi è rimasto e chi se ne è andato in Europa in cerca di fortuna (le pellicole sono spesso girate anche in dialetto, ma tutte sottotitolate in inglese). E' la produzione commerciale di livello basso che però ha il suo pubblico, ha i suoi Festival (su tutti l'African movie academy awards, un pomposo tentativo di scimmiottare Los Angeles), è in espansione e sta trovando una faticosa convivenza con l'altra faccia del cinema africano, quello che noi definiremmo "impegnato", aspira a Cannes o a Venezia, e ha il suo momento di massima visibilità durante il Panafrican film and television festival di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, uno dei Paesi più poveri del mondo che grazie al prestigioso appuntamento riesce a far parlare di sé per temi che non sono l'indigenza o la fame. Un parentesi di glamour, bellezza, cultura che contagia l'intera città. Dove, accanto alle proiezioni e al concorso, si discute del destini futuri del cinema africano e, naturalmente, del rapporto con Nollywood. Deposte le armi di una contrapposizione molto polemica tra cinema "alto" e cinema "basso" che in passato ha avuto anche toni aspri adesso, sul bordo della piscina dell'Hotel Indépendence di Ouagadougou, cuore della manifestazione, i discorsi degli intellettuali del cinema di qualità sono improntati a un sano realismo che allude anche a una forma di ammirazione verso chi punta solo al botteghino: succede quando la cultura è obbligata a riconoscere le virtù del mercato, prima fra tutte quella di farsi vedere dal grande pubblico che dovrebbe poi essere l'aspirazione di ogni regista o attore.

Arriva a bordo di un motorino, senza che nessuno la riconosca, Bintou Sombié che pure avrebbe diritto all'appellativo di star se è tra le più ricercate protagoniste di film d'essai. E Mahamat Saleh Haroun, originario del Ciad, vincitore di un gran premio della giuria a Cannes e in giuria alla stessa rassegna al fianco di Robert De Niro, conta, sul suo profilo Facebook, 119 fan quando, tanto per fare un paragone, Rita Dominic, 100 pellicole a Nollywood, arriva a 36 mila. Per non parlare del fenomeno Yvonne Nelson cui la cinematografia a basso costo e alto rendimento ha fruttato una popolarità in Rete di oltre 200 mila amici.

Cifre impietose con cui fare i conti. Ma se la guerra qualità-largo consumo è finita e gli ortodossi della cinematografia impegnata hanno deposto le armi, riconoscendo che anche Nollywood, comunque, serve a propagandare cinema, l'amarezza rimane. Dice Mahamat-Saleh Haroun: "Non intendo più parlare del cinema africano. Da una decina di anni è il caos. E non cambierà". Il caos sarebbe la conseguenza, nelle analisi più diffuse, di scelte sbagliate che hanno fatto deragliare su un binario morto una cinematografia di qualità che pure in passato ha goduto di una certa fama. Il cinema, esattamente come il Continente che dovrebbe raccontare, ha alle spalle una storia travagliata.

Girare pellicole era pressoché proibito sino alla fine della colonizzazione, con qualche lodevole eccezione. Ottenuta l'indipendenza è stata la Francia a incentivare la produzione, a finanziare sale e produrre pellicole. Lo ha fatto per arginare l'ondata montante di imperialismo culturale di lingua inglese. Molti artisti hanno studiato a Parigi nella scuola europea di arti cinematografiche. E i loro film sono stati favorevolmente accolti negli ambienti intellettuali del Vecchio Continente. Senza riuscire però poi a sfondare nei Paesi d'origine (il contrario di Nollywood).

Mahir Saul, professore di studi africani all'Università dell'Illinois e autore di un recente volume sul cinema africano, parla apertamente di "lavoro culturale missionario", che ha permesso sì all'Africa di avere una cinematografia, "però ne è diventata dipendente e oggi il suo cinema è un fiore artificiale". Che si cerca tuttavia di tenere in vita. Dice Moussa Diallo, giornalista di spettacoli: "Approfittiamo del Festival del cinema di qualità per avere il massimo rendimento e riempire le sale dei nostri prodotti. Perché altrimenti arriva solo roba americana e indiana. Al massimo qualche pellicola d'azione prodotta a Hong Kong". Non cita Nollywood e del resto quello è un percorso assolutamente parallelo di dvd che si acquistano e si guardano in casa.

La tentazione di addossare la colpa della mancata crescita di una cinematografia d'autore a chi ha sovvenzionato i progetti perpetuando una colonizzazione culturale è forte. Francia e Belgio sono, ancora oggi, i Paesi più prodighi. E a loro si è affiancata l'Unione europea (30 milioni di euro destinati a registi delle ex colonie). Lamenta Joel Haikali, 31 anni, regista della Namibia: "Spesso il finanziamento si accompagna a clausole precise e così stringenti che finiamo per fare film adatti a un pubblico europeo e non al nostro".

Sta di fatto che l'insistenza sugli stessi temi ha prodotto un'assuefazione anche da noi europei. Ancora Mahir Saul: "In Europa il cinema africano era più conosciuto negli anni Novanta. Poi a forza di parlare di realismo locale il pubblico si è stancato dell'esotico". E persa l'Europa non si è conquistata l'Africa, almeno non con il cinema d'autore. Mahamat Saleh Haroun vede il disinteresse dei governi a sostenere l'industria: "E non per mancanza di soldi, ma per una precisa volontà politica". Qualcuno, più catastrofista, come Moussa Sene Absa, regista della Costa d'Avorio, si spinge a dire: "Il nostro cinema è in agonia. Se non è già morto".

Il periodo è difficile. I dvd prodotti e venduti illegalmente costano un quarto del prezzo del biglietto. Diverse sale chiudono i battenti. Eppure il fatturato globale del settore cresce. E si torna a Nollywood. Ai bordi della piscina dell'Hotel Indépendence prima di arrivare a celebrare il funerale del cinema, qualcuno prova a spezzare una lancia d'ottimismo. L'industria prima era drogata dalle troppe sovvenzioni straniere. Se ora invece cresce, dal basso degli studios nigeriani, un mercato florido, può darsi che col ricavato a qualche produttore venga in mente di fare il salto. E investa una parte del capitale guadagnato in prodotti d'eccellenza.

In fondo è la storia della cinematografia anche altrove a insegnare che quello è il percorso. Certo, poi ci vogliono buoni registi in grado di narrare buone storie. Ci saranno. L'importante è che ci sia qualcuno disposto ad ascoltare quelle storie. Sembra di sì, almeno a giudicare dal numero di ragazzi che prendono posto in sala durante il Festival di Ouagadougou. Molti di loro, arrivati dai villaggi, assistono a una proiezione per la prima volta. Quando si fa buio in sala, è la stessa magia di sempre. Si tratti di Nollywood o del lavoro di un maestro.

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