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venerdì 4 novembre 2011
I tre quarti delle multinazionali che controllano l'economia mondiale sono istituti finanziari.



L'economia globale è sostanzialmente controllata da 147 multinazionali, evidenzia uno studio svizzero unico nel suo genere. Per contenere le derive della concentrazione del potere ci vogliono nuove istituzioni sovranazionali, ritiene l'economista Mauro Baranzini.

L’intricata rete di connessioni che lega le società attive nel mondo è stata illustrata da ricercatori del Politecnico di Zurigo. Alcuni teorici dei sistemi complessi hanno rilevato che un gruppo estremamente ristretto di società controlla circa il 40% del valore di oltre 40'000 aziende attive in tutto il mondo.

I tre quarti delle 147 multinazionali che compongono questa “super entità” sono istituti finanziari, sottolineano gli autori dell’analisi, la prima che identifica con dati empirici la rete del potere. Tra le multinazionali più connesse vi sono anche le banche svizzere UBS e Credit Suisse (vedi dettagli a fianco).

«Una grande multinazionale può avere più potere del presidente di uno Stato di piccole o medie dimensioni», osserva Mauro Baranzini, in passato decano della facoltà di economia all’Università della Svizzera italiana.

Professor Baranzini, la concentrazione del potere è di per sé negativa oppure può avere anche risvolti positivi?

Mauro Baranzini: Ci sono sicuramente dei vantaggi. Il principale è che il prezzo di prodotti e servizi è inferiore rispetto a quanto pagheremmo in un sistema più frastagliato. La concentrazione del potere comporta tuttavia dei pericoli.

Quali?

M.B.: Innanzitutto ci pone alla mercé di pochi individui. Attraverso le lobby nei parlamenti e l’influenza diretta sui reggenti, queste persone possono esercitare un potere sul mondo politico e quindi sui processi democratici.

Nel caso di uno shock esterno, come per la crisi finanziaria del 2008, il sistema può inoltre rivelarsi alquanto fragile. Il fatto di concentrare il potere è poi in contrapposizione con il concetto di libero mercato, che presuppone l’esistenza di un numero elevato di produttori, distributori e acquirenti. Ciò frena la ricerca di prodotti nuovi e originali.

Nella super entità individuata dallo studio vi sono anche UBS e Credit Suisse. Il fatto di essere al centro di una fitta rete consolida o destabilizza i due istituti svizzeri?

M.B.: Li consolida siccome le interconnessioni fanno sì che altri centri di potere hanno a che fare con due aziende molto importanti e quindi non le lasceranno cadere. Per le due banche svizzere è quindi più che positivo. Certo che se ci fosse un po’ più di etica sarebbe meglio…

Lo studio puntualizza che all’origine della concentrazione del potere non vi è forzatamente un’intesa segreta tra società. Lei cosa ne pensa?

M.B.: Non credo che alla base ci sia un complotto. È piuttosto il risultato di un’evoluzione naturale, che ha visto il settore finanziario ingrandirsi a dismisura. La finanza ha preso il sopravvento, staccandosi dalla produzione reale, ovvero da chi effettivamente crea reddito e ricchezza. Cioè l’agricoltura, l’industria e i servizi più importanti.


Mauro Baranzini è stato decano della facoltà di economia all’Università della Svizzera italiana
Mauro Baranzini è stato decano della facoltà di economia all’Università della Svizzera italiana (Universita della Svizzera Italiana)

In quali altri ambiti assistiamo a questo fenomeno di concentrazione del potere?

M.B.: Penso ad esempio alla produzione di aeromobili: una volta c’erano quattro aziende principali, ora ne rimangono due. In Svizzera abbiamo il caso delle acciaierie: negli anni Settanta ce n’erano 4-5, oggi non ne rimane più una. Il lavoro si è quindi trasferito altrove, probabilmente nelle mani di un grosso produttore.
 
Il fenomeno della concentrazione lo ritroviamo anche nel campo della cultura e dell’insegnamento. Prendiamo ad esempio i Premi Nobel per l’economia: sono sempre attribuiti a persone che appartengono a scuole di maggioranza o a una manciata di nazioni elette. Si concede invece poco spazio alle correnti di pensiero minoritarie. La grossa implicazione è che non si favoriscono coloro che hanno idee veramente originali e rivoluzionarie, ciò che frena l’evolvere delle conoscenze umane.

Lo stesso vale per i libri di testo. Nelle università europee, americane o giapponesi ci sono due o tre libri di economia più o meno simili che sono imposti a tutti gli studenti.

Si dovrebbe dunque limitare il numero di connessioni tra gli operatori economici?

M.B.: Limitare è impossibile, dal momento che le multinazionali operano su un livello sovranazionale dove non esiste alcuna istituzione seria in grado di limitare il super potere. Bisognerebbe però controllarlo maggiormente.

In quale modo?

M.B.:Ci vorrebbe una nuova Bretton Woods che garantisca un po’ più di stabilità. Occorrono più regole oppure una cosiddetta “Tobin tax”, dal nome del Premio Nobel americano che aveva proposto di tassare le transazioni speculative. Sono necessari maggiori controlli sui movimenti speculativi ad esempio nel campo delle materie prime, energetiche e alimentari.

Per contrastare le pratiche monopolistiche e restrittive sarebbe inoltre opportuno creare una sorta di super tribunale, simile alla Corte penale internazionale. Le singole commissioni antitrust agiscono infatti a livello nazionale e non possono contrastare i processi di progressiva concentrazione internazionale.

La nostra storia è caratterizzata da gruppi che a un dato momento diventano molto potenti. Credo che la nostra società disponga degli antivirus per neutralizzarli. Vedremo se sarà ancora così per le multinazionali.

Luigi Jorio, swissinfo.ch





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