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martedì 1 novembre 2011
Nei giorni scorsi, il fratello degli animali Edoardo Stoppa, di Striscia la Notizia, ha presentato un paio di servizi sugli archetti del bresciano. Si tratta, per chi ancora non lo sapesse, di rudimentali ma efficacissime trappole atte a catturare piccoli uccelli boschivi, principalmente pettirossi. Vengono fabbricate durante l’estate dai privati cittadini che le useranno durante l’autunno e possono essere sia di legno che di metallo. L’arco serve a caricare lo strumento della tensione necessaria a farlo scattare nel momento in cui il piccolo uccello vi si poserà attratto dalle bacche di sorbo rosso usate come esca. Il posatoio, di una decina di centimetri, sistemato in posizione strategica, cadrà sotto il peso dell’uccellino, che rimarrà imprigionato con una o entrambe le zampe spezzate. A cominciare da quel momento, inizierà la sua agonia, che potrà durare qualche ora, se è fortunato, o anche un paio di giorni, se il bracconiere non visita regolarmente le sue trappole.
In autunno, tradizionalmente, certe valli della provincia di Brescia sono disseminate di migliaia di tali micidiali ordigni, chiamati archetti.
A questo punto i benpensanti tireranno in ballo la miseria  e la fame che spinsero illo tempore gli esseri umani ad ingegnarsi per sopravvivere in ambienti ostili, quali la montagna o la collina, dimenticando che un abitante della Val Camonica non può essere paragonato a un Inuit, che vive, quello sì, in condizioni estreme, fra i ghiacci del Polo Nord. Anche se esistono le isole alloglotte o certe valli montane inaccessibili, enclavi di un territorio più trafficato,  non è il caso della Val Trompia o della Val Sabbia, dove tutti i cellulari prendono e il segnale della televisione arriva benissimo, da decenni. John Donne diceva che nessun uomo è un’isola e nemmeno i Camuni lo sono. Quindi, che la cattura di piccoli uccelli migratori mediante gli archetti sia vietata dalla legge, lo sanno anche loro.

Tanto è vero che quegli uomini anziani raggiunti dalle telecamere di Striscia la Notizia cercavano di eludere le domande dell’intervistatore e uno di loro ha anche ironicamente paragonato la violazione delle leggi sulla caccia al tradimento coniugale che non si dovrebbe fare, ma si fa lo stesso. Per inciso, quest’insulso esempio descrive per l’ennesima volta quel vizio ipocrita di trovare sempre giustificazioni morali al proprio illecito operato.
Se ancora ci fosse qualcuno propenso a trovare giustificazioni all’uccellagione adducendo il pretesto della fame dei secoli passati, se lo scordi, giacché la maggior parte degli uccellini recuperati viene venduta ai ristoranti e solo in minima parte consumata in casa. Come per tanti decenni ci siamo cullati nell’idea di essere “italiani brava gente”, per scoprire improvvisamente di essere razzisti come gli altri europei, così, analogamente, per tanti decenni ci siamo ingannati pensando che i poveri montanari e i poveri contadini dovevano in ogni modo possibile tirare a campare, anche nel caso in cui le leggi fatte da gente di città piovevano dall’alto, e tale pregiudizio aveva messo radici pure nelle forze dell’ordine che quelle leggi dovevano applicarle, e nella magistratura che doveva emettere sentenze di condanna. E tutto per l’idea che i montanari facevano una vita dura, con miseria, fatica, emigrazione e inverni nevosi. Poi, gradualmente, l’ipocrita compassione per i montanari è stata sostituita dalla vera motivazione: il piacere di mangiare polenta e uccelletti al sugo, a cui nemmeno i poliziotti e i giudici hanno saputo resistere. Costoro sono stati i primi a mancare di rispetto alla legge, incrementando il bracconaggio e fungendo da cattivo esempio alla popolazione civile. Oggi, le forze dell’ordine, ovvero guardiacaccia e forestali, si prendono il merito di fare interventi repressivi nei confronti dei bracconieri, quegli stessi interventi che dovevano essere fatti nei decenni scorsi ma che furono sempre evitati. Nessun accenno ai privati cittadini che a  rischio della propria incolumità hanno percorso le valli per anni, regolarmente, ogni autunno, per cercare e distruggere sul posto quegli strumenti proibiti.
Si può benissimo ipotizzare che se non ci fosse stato un primo nucleo di amanti della natura che desse inizio a tale ricerca e distruzione di archetti, a quest’ora eravamo ancora nella stessa situazione di omertà e collusione degli anni Sessanta e Settanta. Nessun forestale si sarebbe mai mosso per rimuovere un solo archetto se non ci fossero stati Secondo Mensi e Manuela Capo, milanesi, a dare inizio per primi alla rimozione degli archetti dai sentieri di montagna della Val Camonica. A loro, successivamente, si sono aggiunti altri volontari “di città” raggruppati nella Lega per l’Abolizione della Caccia (L.A.C.) [1], associazione che, anche se meno conosciuta della Lega Italiana Protezione Uccelli (L.I.P.U.) [2], è più combattiva e ottiene maggiori risultati.
I pionieri della rimozione delle trappole dovettero affrontare le reazioni dei bracconieri bresciani, attuata mediante il taglio delle gomme delle auto, scovate anche se parcheggiate lontano, le minacce e gl’insulti dei diretti interessati quando venivano trovati nei pressi dei loro archetti, i colpi di fucile sparati da lontano in direzione degli animalisti, allo scopo di spaventarli e farli desistere. Addirittura, i bracconieri arrivarono ad incendiare la casa avita di Manuela Capo, a Collio Val Trompia, come riferito dal quotidiano La Notte del 21 novembre 1988 (pag. 14).
Per difenderci da tali aggressioni abbiamo dovuto muoverci in squadre numerose (mi ci metto anch’io perché ho partecipato a tali iniziative antibracconaggio per diversi anni di seguito) e ciò è stato reso possibile grazie al coinvolgimento degli attivisti tedeschi che culturalmente, a differenza dei barbari bresciani, amano gli uccelli e, di conseguenza, odiano gli italiani.
Se queste conclusioni sembrano azzardate e, come si suol dire, tagliate con l’accetta, si consideri che la tendenza a generalizzare è diffusa in tutti gli esseri umani e solo pochi si rendono razionalmente conto che è sbagliato farlo. Così, bastano pochi mafiosi nel meridione d’Italia per fare di tutti gli italiani dei mafiosi, agli occhi della gente del nord Europa, e bastano pochi bracconieri bresciani, per fare di tutti gli italiani dei bracconieri, agli occhi dei tedeschi. Se molti di loro non si rendono conto che non tutti gli italiani sono mafiosi o bracconieri, nessun mafioso o bracconiere si rende conto di guastare la reputazione di milioni d’altri suoi concittadini. Di modo che, se il mafioso o il bracconiere mirano unicamente ai propri loschi affari, diventando esempi viventi di egoismo e di corporativismo allo stato puro, si potrebbe giungere alla conclusione che l’istituzione dell’Italia non è servita a nulla, cioè non solo non ha unito gli italiani, ma non è stata capace di migliorarli moralmente (e la stessa cosa, a maggior ragione, si potrebbe dire della Chiesa Cattolica).
Anzi, le leggi contro la caccia illegale o contro il pizzo o lo spaccio di stupefacenti hanno costituito una sfida da superare per bracconieri e mafiosi, che si sono fatti un punto d’onore di violarle e che, violandole, vedono continuamente ingigantirsi il proprio Ego. Le persone d’estrazione popolare non sono state educate a rispettare le leggi per dovere etico, ma, come scolaretti, sono state intimorite con la minaccia delle punizioni. Si è fatta la legge e si è cercato d’imporla, ma è mancata la parte educativa che tendesse a rendere migliori le persone. Non si è risolto il problema alla radice e qualcosa quindi è andato storto.
Tuttavia, se il principio di autodeterminazione dei popoli è cosa saggia (e infatti vediamo che in Val di Susa lo Stato italiano nonpermette che venga applicato), è anche vero che potrebbe non essere la panacea di tutti i mali. Nel caso specifico, ammettendo per ipotesi che lo Stato non esista ma che le valli bresciane si possano governare da sole, si potrebbe verificare la situazione degli archetti resi legali, ma i valligiani dovrebbero anche fare i conti con gente venuta da fuori altrettanto determinata a impedir loro di usarli, come loro sono determinati a mantenerne l’uso. Si avrebbe cioè la stessa dinamica attuale, con scontri ancora più feroci e sanguinosi, finché non prevarrebbe la parte più forte militarmente.
E si va sempre a finirla lì, con la parola alle armi, a disdoro delle umane capacità di evolversi e di collaborare pacificamente.
Io non posso spingermi oltre, nelle ipotesi di come sarebbe il mondo se non ci fossero gli stati nazionali, ma posso limitarmi a fotografare la realtà così come mi appare.
E vedo che a Cagliari è sorto un partito che voleva candidarsi alle elezioni locali per ripristinare la caccia ai tordi, e nel bresciano il leghista Cè, che ora non è più in servizio, ha presentato un’interrogazione parlamentare per contrastare anche quei rari interventi antibracconaggio di guardiacaccia e forestali. E quindi non si può sempre e comunque assolvere il principio di autodeterminazione dei popoli, a meno che non si voglia immaginare che qualcuno se ne stia approfittando, ma i numeri mi dicono di no. I numeri mi raccontano una storia diversa. Mi dicono che la maggior parte del popolo vuole le cacce tradizionali, anche quelle crudeli e distruttive. E quindi la maggior parte della gente è intrinsecamente cattiva e crudele. O almeno indifferente al dolore degli animali (e degli uomini). Bisogna perciò dar ragione alla clamorosa affermazione di Osho Rajneesh secondo cui la maggior parte degli esseri umani è sadica [3]. Assunto difficile da accettare, ma temo profondamente vero.
Vedo anche che i parlamentari Alberini, Rebecchi e Rosini hanno anche loro presentato un’interrogazione parlamentare ad Amintore Fanfani per sapere il motivo dei controlli effettuati dai carabinieri su alcune auto di cacciatori provenienti dal Colle San Zeno, come riferito dal quotidiano Brescia Oggi del 16 ottobre 1987 (pag. 4). Anche in questo caso, spalleggiati come sono da membri del Parlamento, che invece di difendere la lingua e la cultura locali difendono unicamente gli interessi di lobby dei cacciatori, questi ultimi si sentono in una botte di ferro, pienamente legittimati a continuare la loro metodica opera di devastazione e pure i loro sodali non in regola con le leggi, detti comunemente bracconieri, trovano ossigeno per le loro malefatte. Salvo poi sentire i permalosi cacciatori levare alti lai se qualcuno si permette di paragonarli ai bracconieri, da cui ufficialmente prendono le distanze. E questa messinscena mi ricorda un po’ ciò che avviene ad un più alto livello, quando gli USA dicono di voler combattere quel terrorismo messo in piedi dai loro stessi servizi segreti. L’ipocrisia elevata a sistema, con il reiterato tentativo di gettare fumo negli occhi della gente, che di solito ci casca.
Tuttavia, una possibile obiezione mi viene in mente: nello stesso modo in cui io affermo che i parlamentari leghisti (Alberini era del PSI, Rebecchi del PCI e Rosini della DC) invece di occuparsi delle radici delle proprie terre, difendono gli interessi venatori, i cacciatori bresciani, attraverso i loro rappresentanti in parlamento, si sono lamentati dicendo che “ ci sono aziende che scaricano acidi nei corsi d’acqua, che non hanno installato i depuratori, e i carabinieri vengono a controllare noi assieme a quelli della LIPU”.
In realtà, i carabinieri si erano fatti accompagnare da alcuni esperti ornitologi per il riconoscimento delle specie di uccelli trovati nei bauli delle auto, ma come noi oggi sospettiamo che sia in atto un complotto mondiale da parte degli Illuminati, così quei cacciatori, nel 1987, potevano sospettare che ci fosse un complotto da parte degli industriali per stornare l’attenzione dai veri problemi dell’ambiente, prendendosela con loro anziché con i veri distruttori della natura. Da qui a dire che i cacciatori sono i veri ecologisti e che i cosiddetti ambientalisti sono complici degli industriali, il passo è breve. Se poi si viene a sapere che uno dei dirigenti dell’ICMESA di Seveso [4] era anche membro del WWF svizzero, i sospetti diventano ancora più consistenti.
Ma un’altra possibile obiezione mi viene in mente: che la cattura di cince e scriccioli con gli archetti faccia parte della tradizione e che gli onorevoli leghisti, nel momento in cui vogliono ripristinarne l’uso, non facciano altro che difendere i valori della loro terra. E’ un po’ quello che succede in Spagna, dove, a proposito della corrida, ci s’interroga su quanto essa sia una tradizione culturale e quanto sia mero sadismo, e la risposta cambia, da individuo a individuo, a seconda dell’indole, del carattere e dell’educazione ricevuta.
D’altra parte, tornando in Italia, spariti DC e PCI, oggi abbiamo un partito che si chiama “Italia dei valori” e se ogni regione ha le sue peculiarità da difendere e valorizzare, si potrebbe temere che anche le varie forme di bracconaggio vengano….valorizzate, dalla Sardegna alla Lombardia, dalla Sicilia al Veneto.
In teoria, ci sarebbe da preoccuparsi se non fosse per un piccolo particolare: il pensiero e la coscienza collettivi, insieme ai valori dominanti, hanno regole e leggi tutte particolari e seguono vie misteriose e imperscrutabili che il più delle volte non coincidono con i modelli del passato. E’ in atto, anche se in maniera strana e imprevedibile, una specie di progresso morale, che va avanti per conto suo e a macchie di leopardo, e che ci porta a vivere in contesti sociali che non ci saremmo mai aspettati.
In parole povere, la crescita morale c’è, a dispetto delle interrogazioni parlamentari del leghista Cè.
Tirate le somme, è nostro dovere morale credere alla bontà prevalente degli uomini, anche se sono sadici come dice Osho, perché in caso contrario cadremmo nella più nera depressione e anche perché se è vero che la volontà plasma la realtà del mondo, con la nostra volontà di giustizia e di libertà per gli animali riusciremo ad ottenere che il mondo sia un posto bellissimo da abitare, non solo per noi, ma anche e soprattutto per i fratellini di Edoardo Stoppa. L’una cosa non esclude l’altra.

[3] Osho Rajneesh, “Innamorarsi dell’amore”. Mondadori, 2010

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