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giovedì 17 novembre 2011
Nello immaginario collettivo lo strozzino è – per definizione plebiscitaria – vecchio, avido, brutto e cattivo. E’ uno senza pietà, che non sente ragioni di alcun tipo, che “pretende” i suoi soldi moltiplicati per mille dallo scandire dell’angoscia e della fame altrui, che lucra come un insaziabile vampiro sulle ultime gocce di sangue strizzate a chi è ormai allo stremo delle proprie forze materiali.
Ma è – soprattutto – uno che se la fa alla larga dalle aule di Giustizia …
Lui preferisce farsi giustizia da sé, con i metodi primitivi e le maniere dure, sguinzagliando i suoi tirapiedi per prendere a viva forza tutto quello che possa fargli riscuotere il debito: catenine d’oro, lenzuola dotali e miseri regali di nozze da rastrellare nelle case dei poveri; denaro riposto nei cassetti da mettere in saccoccia, nelle botteghe dei salumai e nelle piccole aziende.
Da sempre, nel diritto naturale di ogni tempo, l’usura è tra i delitti più abietti, quello che ha sulla coscienza migliaia di poveri disperati spiaccicati giù dai ponti per la disperazione …
Il nostro codice penale la punisce (art. 644 c.p.) con la reclusione sino a dieci anni, e la pena è aumentata se il fatto è commesso contro gli imprenditori.
Anche l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni è perseguito (artt. 392-393 c.p.), seppur con pene più miti.
Entrambi questi due reati sono il classico pane quotidiano dello strozzino.
Di particolare gravità sociale il farsi giustizia da sé, giacché cozza clamorosamente con una delle regole fondamentali del nostro Ordinamento Giuridico: quella secondo cui i rapporti tra debitore e creditore devono passare sempre – nessuna eccezione di sorta – al vaglio di un Giudice Terzo. Il debitore non potrà mai recuperare, da sé e coattivamente, i proprio soldi; il debitore non potrà mai compensare, da sé e coattivamente, un proprio credito.
Regole sacre – su cui si reggono i principi costituzionale di “eguaglianza”, di “primato del Potere Giudiziario”, di giusta “separazione dei poteri” – che dovrebbero valere per tutti, a cominciare dallo Stato: sia quando lo Stato è creditore e chiede, ad esempio, le tasse; sia quando lo Stato è debitore e si rifiuta, ad esempio, di pagare i propri fornitori (ne abbiamo parlato lo scorso 14 marzo u.s., ne “L’interruzione di pubblico servizio nei contratti di appalto”).
Dovrebbe essere così. Sempre e soltanto così.
Ma il nostro Stato è grande, ingordo ed aimè sfacciatamente ingiusto: quello che vale per lui non vale per i comuni cittadini …
L’ingordigia ha completamente rotto gli argini nel momento in cui il nostro sistema statuale sulla riscossione – per tradizione fondato su un assetto di natura pubblicistica, ossia l’unico che possa consentire di accettare lo strapotere di uno Stato padre/padrone – è slittato nel tempo verso la strada della privatizzazione.
Incontrollabile e feroce privatizzazione.
Si è passati così dall’Intendente di Finanza di natura pubblica degli anni ’70 (D.P.R. 603/72), all’Agenzia delle Entrate di natura pubblica non economica della fine degli anni ’90 (D.lgs. 300/1999), al felice ingresso di Equitalia società per azioni (ex Riscossione s.p.a.) che, a partire dal 2005 (D.L. 203/2005), ha cominciato ad aprire all’impazzata i cassetti della gente.
Situazione ideale quella di Equitalia: società per azione ma a partecipazione pubblica, con un pacchetto di ricavi certi assicurato dall’ombrello protettivo delle leggi di Stato; gestita con soldi pubblici ma anche attraverso soggetti privati (persone fisiche e persone giuridiche in sistema di subappalto); con il potere di riscuotere soldi presuntivamente appartenenti al pubblico (tasse, multe, bolli e similari) ma anche tanti e tanti chiesti solo per errore e violentemente prelevati senza ricorrere ad alcun giudice; con il diritto di utilizzare strategie di perseguimento del profitto strettamente privatistiche ed assolutamente indifferenti alla morale dell’ormai moribondo Stato Sociale.
Equitalia oggi è diventata una holding elefantiaca, elegantemente vestita con il mantello tricolore, i cui labirinti sono finiti per diventare inaccessibili a quello stesso popolo utilizzato per ingrassarne le ganasce.
Sponsorizzata dagli ultimi organi governativi, è entrata quatto quatto nel tessuto istituzionale sino a frantumarne l’ultima mattonella garantistica in difesa del cittadino. Spento per sempre l’ultimo cerino di giustizia sociale …
L’art. 64 del DPR 603/72 vietava di pignorare “beni mobili per un valore presunto superiore al doppio del debito”: oggi si fermano le autovetture per pochi denari di multa; l’Agenzia delle Entrate (socio al 51% di Equitalia) avrebbe dovuto immettere risorse umane solo per concorso pubblico: oggi si scopre che 767 dei 1146 dirigenti dell’Agenzia delle Entrate sono entrati attraverso procedure illegittime (v. le due sentenze del TAR Lazio, la prima depositata il 1° agosto 2011, la seconda il 30 settembre scorso); di chi e come lavori in Equitalia non se ne sa manco l’ombra; la procedura di riscossone manteneva quel minimo di garanzia giudiziaria attraverso la creazione e la notifica della cartella esattoriale: oggi – esattamente dal 1 ottobre 2011, grazie alla Legge 111/2011 – sparisce la cartella e gli avvisi di accertamento diventano immediatamente esecutivi, il che vuol dire che diventa possibile procedere seduta stante ai pignoramenti ed alla vendita forzata!
Ed ancora, ancora, ancora, da doverne riempire 10 cartelle. Questa volta non “esattoriali” ma di amara denuncia sociale ….
I sardi si stanno suicidando in massa? E chi se ne frega…
I piccoli imprenditori sono alla disperazione per l’attuale crisi e ritardano il pagamento dell’IVA pur di dare precedenza agli stipendi degli operai? Fatti loro…
La gente sta correndo il rischio di andare a dormire sotto i ponti perché gli pignorano la casa sotto il sedere? Pazienza …
Le vittime di Equitalia sono solo “i piccoli” evasori posto che i “grandi” fanno viaggiare all’estero i ricchi patrimoni? La legge della giungla non può salvare i morti di fame …
Equitalia ragiona così, con la testa di un imprenditore cui importa soltanto di aumentare i ricavi. E se poi gli utili sono rappresentati dall’ “aggio” – compenso formalmente e sostanzialmente pubblicistico – meglio ancora!
E se tutto questo fa aumentare le provvigioni dei suoi responsabili, è perfetto!
L’importante è salvaguardare le mani rapaci di un mostro pubblico-privato che può permettersi di riscuotere i suoi crediti (per caso arricchiti da interessi e sanzioni usurari?) con la velocità di un panino al prosciutto al primo self service del distributore al 158° chilometro della autostrada del sole.

fonte: Informare per Resistere



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