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giovedì 24 novembre 2011
Ma è proprio vero che gli italiani, nel raffronto europeo, pagano meno tasse sulla casa? Secondo il neopresidente del Consiglio «l’anomalia italiana c’è», ha assicurato Mario Monti anticipando un intervento sull’Ici (o Imu o come si chiamerà). Monti faceva esplicito riferimento a dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) già ampiamente sventolati dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco nell’agosto scorso in audizione parlamentare (quando era vicedirettore generale di Palazzo Koch). Così come agli stessi dati dell’Ocse ha fatto riferimento - non più tardi di 48 ore fa - il direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni puntualizzando che «l’Italia è l’unico grande Paese senza una tassa sulla prima casa e una reintroduzione dell’Ici per l’abitazione principale è una delle vie utili per recuperare l’evasione fiscale».

Eccellenza italiana - Insomma, tutti a dire che non è poi una cosa lunare riportare in vita l’Ici sulla prima casa. Sarà, però andando a controllare ben bene i famosi dati Ocse a cui tutti si appellano  (e attualizzando a parità di potere d’acquisto), salta fuori che se è vero che non siamo tra i più tartassi in Europa per quanto riguarda la prima casa, di certo non ce la caviamo male per quanto riguarda la massa complessiva dell’imposizione fiscale.  Secondo l’elaborazione realizzata per Libero dal Centro Studi Sintesi, è vero che paghiamo meno imposte (almeno per il momento) sugli immobili rispetto a inglesi, francesi, irlandesi e compagnia cantante.   Ma qui finiscono le buone notizie. Se infatti all’1,47% di contributo sul totale delle entrate fiscali rappresentato dal prelievo sul possesso immobiliare, aggiungiamo lo “scippo” delle tasse sul lavoro (22,1%), più le imposte sul capitale (11,2%), arriviamo alla ragguardevole somma del 34%. Poco meno di Danimarca e Svezia che però, permetteteci, in fatto di servizi al contibuente/cittadino hanno ancora qualcosa da insegnarci.

Monte tasse - Il problema, infatti, non è tanto la tassazione sulla prima casa - che dall’eliminazione nel 2008 ha causato  un buco di oltre 3 miliardi annui nei bilanci dei primi cittadini d’Italia - quanto il monte complessivo delle imposte che fanno schizzare l’Italia al terzo posto nell’Europa a 15 per prelievo. Riusciamo anche a battere il Regno Unito che tradizionalmente ha un’imposizione fiscale sui beni immobili molto stringente (seppure alleggerita negli ultimi anni). C’è anche da dire che una cosa è tassare un bene come la casa di abitazione principale, altra cosa è prevedere un’imposta per il bene immobile - come l’ufficio, la fabbrica o il capannone - senza distinguere (come fanno le statistiche Ocse) tra i due. Tanto più che le tasse sulle imprese sono deducibili, ovviamente, dal reddito d’azienda. Mentre il contribuente la tassa sulla casa ove viva la può solo archiviare in cima a tutti gli altri bollettini che deve pagare.

Tecnici al lavoro - Fin qui il raffronto europeo. Importante perché fornisce al governo italiano la motivazione principe per far risorgere l’Ici. Intanto a via XX Settembre i tecnici del Tesoro continuano a sfornare simulazioni agganciando, come già anticipato la settimana scorsa,  l’eventuale tassazione al reddito del proprietario, alla classe di riferimento (lusso, residenziale, periferica, rurale, eccetera) e ipotizzando anche un stretta sui margini di manovra dei sindaci. Fino al 2008 i primi cittadini potevano decidere di ridurre l’aliquota comunale anche solo per l’esposizione di fiori sui balconi. E per altri, a volte discutibili, motivi discrezionali. Ma erano tempi di vacche grasse. Belli e finiti, ormai.



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