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domenica 6 novembre 2011
Fonte grafico: Narcoleaks.org
Secondo gli Usa il Perù produce più cocaina della Colombia, ma nel mondo circola soprattuto droga colombiana. Dietro la droga scomparsa, gli interessi economici di Washington


In dieci anni, non era mai accaduto che la Colombia fosse seconda nella classifica dei Paesi produttori di cocaina. Né il Perù, né la Bolivia, gli altri due Stati dove esistono piantagioni di foglie di coca, hanno mai avuto numeri anche solo paragonabili all'industria della polvere bianca di Bogotà. Invece, dai dati di quest'anno diffusi dalla Drug enforcement administration (Dea), l'agenzia antidroga statunitense, sembra che sia avvenuto l'inaspettato sorpasso: il Paese andino immette nel mercato 325 tonnellate di coca all'anno, 50 in più di quanto non faccia la Colombia. Ma se si leggono le cifre dei sequestri mondiali, emerge una realtà molto diversa, dove la supremazia della Colombia continua a non avere rivali.


Alessandro Donati è il responsabile scientifico di Narcoleaks, l'osservatorio sui sequestri di cocaina nel mondo, nato dalla collaborazione con l'agenzia di stampa Redattore sociale. Dal primo gennaio al 28 ottobre, il contatore di Narcoleaks è salito fino a toccare quota 658,1 tonnellate (dato aggiornato al 30 ottobre): il peso di una barca a vela a due alberi, lunga 64 metri. Per la metà dei carichi, è possibile risalire al Paese di provenienza della droga. E nell'82 percento di questi ultimi casi (320 tonnellate), si tratta proprio della Colombia. In mano alle forze dell'ordine di tutto il mondo, quindi, cadrebbe più cocaina colombiana di quanta, secondo gli Usa e secondo l'Onu, ne viene prodotta ogni anno. Di fronte a questo assurdo Donati osserva: "La logica conseguenza dei dati del Dipartimento di Stato americano sarebbe una limitata circolazione di cocaina colombiana. Ma questa possibilità è smentita dalle loro stesse statistiche, secondo cui il 90 percento della droga circolante negli Stati Uniti (il maggior consumatore mondiale di cocaina, ndr), è di origine colombiana". I numeri di Washington, prosegue il ricercatore, sono largamente contraffatti e la produzione colombiana è almeno sei volte di più di quello che affermano le cifre ufficiali: "È una menzogna che serve a far passare in secondo piano la reale situazione della Colombia e provocare un dibattito nel Perù, in modo da spingerlo ad affidarsi agli Usa per adottare le stesse politiche antidroga colombiane". 

Fumigazioni e basi militari: Colombia, un giorno qualsiasi dal 2000 ad oggi. Un aereo sorvola una zona ricca di vegetazione: secondo il governo, sono coltivazioni di foglie di coca. Il velivolo, gradualmente, s'abbassa fino quasi a sfiorare le fronde degli arbusti e, d'improvviso, sprigiona da sotto le sue ali una sostanza biancastra che si deposita sulle piante: è glifosato, un gas che le rende improduttive. Questo processo si chiama fumigazione ed è uno dei punti chiave del documento che da 11 anni è la Bibbia della lotta alla droga a Bogotà: il Plan Colombia, un accordo bilaterale con cui Washington s'impegna a fornire addestramento, soldi e materiale bellico per sconfiggere le diverse bande armate che gestiscono il mercato criminale colombiano. In 11 anni, sono più di 1 milione e 400 mila gli ettari di piantagioni che hanno subito questo trattamento, mai praticato negli altri due Paesi produttori, Bolivia e Perù. I due Stati andini, infatti, si sono sempre rifiutati di utilizzare il metodo proposto da Washington e anzi, il presidente boliviano Evo Morales tre anni fa ha cacciato dal Paese i funzionari della Deaaccusandoli di essere narcotrafficanti. "Nel 2001 - scrive Uri Friedman, giornalista del bimestrale Foreign Policy, magazine spesso accomodante con le posizioni dell'amministrazione americana - l'Organizzazione delle popolazioni indigene dell'Amazzonia colombiana riteneva che il glifosato causasse grossi problemi all'ambiente e alla salute, ma non è riuscita a persuadere il giudice a fermare le operazioni". Ma, conclude Friedman, "da allora le critiche non si sono ancora dissipate".
Gli Stati Uniti, continuano a descrivere una decrescita dell'industria della droga in Colombia, dovuta proprio alle misure contenute nel Plan Colombia. Da George W. Bush fino a Barack Obama, il Congresso ha investito nel progetto 7 miliardi di dollari. "Tra Usa e Colombia esiste una compenetrazione profonda: - dice Alessandro Donati- gi agenti americani sono presenti ovunque, mentre i graduati colombiani si addestrano nelle basi militari del Texas. Gli Usa hanno in Colombia centinaia di uomini della Dea e della Cia e stanno impiantando nel Paese nuove basi militari".

Un problema di metodo Dimostrare, numeri alla mano, la riduzione del mercato della cocaina colombiana, per gli Stati Uniti significa accreditare a livello internazionale il loro modello dipolitica antidroga. Per questo, sostiene Alessandro Donati, il sistema di monitoraggio in uso al Dipartimento di Stato americano e all'Unodc, l'agenzia anticrimine delle Nazioni Unite, l'altra fonte dei report ufficiali sull'industria della droga, è concepito in modo che sia facile giocare con i numeri.
Essi adottano metodi che si poggiano sui rivelamenti satellitari dei campi dove si coltivano le foglie di coca. Moltiplicando la superficie per la loro diversa redditività si arriva alla stima della produzione. "Il metodo - osserva Donati - ha numerose pecche. La prima è che le rilevazioni sono concentrate in pochi giorni e che alcune zone della Colombia, coperte di nuvole, sono impossibili da osservare. L'altro punto debole è che dopo la fumigazione aerea le piante si deteriorano sia per forma che per colore e non vengono più riconosciute dai satelliti. Un altro problema, anche se di minore incidenza, è causato dal profilo orografico del Paese: esistono pendici di altipiani la cui superficie in forte pendenza risulta falsata vista dal satellite".


L'ex direttore del dipartimento antidroga delle Nazione Unite Antonio Maria Costa è stato l'ultimo a rispondere alle critiche di Donati. "Quello che noi facciamo - ha spiegato Costa in una conferenza stampa del luglio 2009 - è misurare le coltivazioni di foglie di coca e di oppio attraverso una ripresa satellitare con mezzi che riescono ad individuare oggetti in uno spazio di 4 metri per 4 e la solidità di queste rilevazioni è certa". Nella sua spiegazione non c'è, però, alcun accenno al problema della nuvolosità e dei deterioramenti indotti dalle fumigazioni, ribatte Donati: "La loro stima della superficie coltivata colombiana è talmente incongrua da costringere a ritenere che sia inventata a tavolino".


A riprova dell'anomalia colombiana, ci sono poi i riscontri provenienti da Bolivia e in Perù: "In questi due Paesi - afferma Donati - la produzione reale non si discosta di molto da quella stimata dall'Onu e dal Dipartimento di Stato americano".
Il buco nero colombiano Puerto Gàitan , dipartimento di Meta, lo scorso 14 ottobre: la Policia nacional de Colombia annuncia il sequestro di sei tonnellate di polvere bianca. La notizia diventa un'involontaria e clamorosa smentita dei numeri diffusi dagli Usa sulla produzione di cocaina nel Paese. Infatti, nel luogo della confisca, un gruppo di 34 abitazioni in stile rustico, si nasconde un "maxi cristalizadero" , così si chiama la struttura dove si confeziona la sostanza stupefacente, che sforna tra i 500 e gli 800 chili di cocaina raffinata ogni giorno. Il laboratorio è in grado da solo di raggiungere la produzione annua colombiana stimata dal dipartimento americano, 270 tonnellate.


La vicenda si chiude con l'arresto di quaranta miliziani dell'Ejército Revolucionario Popular Antisubversivo de Colombia (Erpac), una dei gruppi meno importanti del Paese, e le celebrazioni della stampa locale. A nessuno è venuto in mente di domandarsi quanti possono essere i laboratori come questo sparsi in tutta la Colombia. La risposta, forse, farebbe tornare il Paese al posto che gli spetta: nettamente in cima alla classifica mondiale dei produttori di cocaina. Con buona pace della Dea.


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