La mappa dei baby pensionati in Italia: la maggioranza è al nord

Chi l’avrebbe mai detto che in Friuli Venezia Giulia, come in Liguria ed in Trentino, un abitante su settanta è un baby pensionato da un ventennio ormai, mentre in Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e Lombardia ve ne è uno ogni 90-100?

La percentuale di "baby pensionati" è superiore al nord, dove essendoci più lavoro, i giovani riuscivano ad iniziare a lavorare molto presto.

Un articolo del Corriere della Sera descrive meritoriamente la follia delle baby pensioni. Val la pena di leggerlo. Si vedrà che “Ci fu un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui si regalavano le pensioni. Erano gli anni del centrosinistra”. Il tempo in cui si permise “alle impiegate pubbliche con figli di andare in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno, mentre era già possibile per gli statali lasciare il servizio dopo 19 anni e mezzo”. Per la storia: era il 1973, governo Rumor, con Dc, Psi, Psdi e Pri, definiti nell’articolo “una classe politica miope”.

E da qui si può partire. Una classe politica miope? Nient’affatto. I politici di quel tempo non erano più sciocchi di quelli attuali. La spiegazione sta nella data. Gli Anni Settanta sono il periodo in cui si parlava di compromesso storico e di lì a poco si sarebbe anche parlato di “consociativismo”. Si aveva la sensazione che il comunismo non potesse che vincere: la democrazia occidentale combatteva una battaglia di retroguardia e la conventio ad excludendum del Pci era un’assurdità. È vero che questo partito non poteva entrare a viso scoperto in un governo “occidentale” (il Partito Comunista dell’Unione Sovietica, per cui esso agiva in franchising, non l’avrebbe permesso) ma è anche vero che si reputava assurdo tenere lontano dal potere i rappresentanti di una così larga parte della popolazione italiana. Fra l’altro, metà della Democrazia Cristiana era consciamente o inconsciamente comunista e dunque il Pci aveva le sue quinte colonne anche nel partito di maggioranza relativa. Il risultato fu che esso di fatto fu ammesso nell’area del potere e l’Italia visse anni e anni sotto l’ipnosi comunista. Quando Montanelli fondò il suo Giornale fu un atto di coraggio mostrarsi in giro con il suo quotidiano.
La certezza dell’inevitabile trionfo del comunismo si ebbe col famoso “sorpasso”, cioè le elezioni in cui il Pci ebbe più voti della Dc. La conseguenza fu una politica demenziale e demagogica. Il Pci non voleva tanto guidare bene un Paese democratico quanto farlo crollare per sostituirlo con un altro modello sociale. Insisteva per le concessioni più assurde e costose (“il salario è una variabile indipendente”, diceva Luciano Lama), pensando che il giorno in cui l’Italia fosse implosa l’avrebbe meglio ereditata. La Dc, pavida e cinica, concedeva tutto. Preferiva galleggiare, mantenere il potere, lasciare a figli e nipoti l’eredità di mille problemi e un debito pubblico colossale, piuttosto che resistere al Pci e rendersi impopolare.
Gli italiani non volevano “morire democristiani” e applaudivano. Molti degli stessi democristiani del resto erano così di sinistra che anche quando cadde l’Unione Sovietica non per questo rinnegarono il partito fratello e ne seguirono la sorte: oggi fanno parte del Pd.
In quegli anni chi scrive queste righe, essendo notoriamente non comunista, subiva sorridendo l’accusa di essere fascista. I liceali e i colleghi gli perdonavano questa anomalia a titolo personale. I liberali infatti erano disprezzati e tutti applaudivano governanti che, complici dei comunisti, votavano leggi come quella sulle pensioni che, se non affossavano le finanze pubbliche, era solo perché molti non ne approfittavano. I professori ad esempio - per ingenuità, per ignoranza, per avidità (l’allora piccola differenza fra stipendio e pensione) e perfino, spesso, per non abbandonare gli alunni - graziavano il governo. Il sottoscritto spiegava che la legge era folle: il professore per andare a lavorare spendeva in scarpe, vestiti, trasporti ecc. più di quello che avrebbe perso mettendosi in pensione. Ma il collega era “fascista”. E anche un po’ pazzo.
Il risultato fu che, disgustato, il prof.Pardo si mise in pensione. Da solo non avrebbe salvato il Paese e la follia comunista gli faceva il più grande regalo della sua vita. Il regalo era a spese dei concittadini, ma come chiedergli scusa, se gli davano del fascista solo perché sosteneva che il governo del compromesso storico era demente? Come chiedere scusa ai concittadini, se loro sostenevano i partiti, Dc e Pci, che votavano quei provvedimenti anche per “far posto alle nuove leve”? Perché contestarli, se loro volevano fargli quel regalo? Cominciarono così i decenni della sua vita felice.
Oggi molti condannerebbero i baby pensionati con la stessa albagia con cui i loro predecessori condannavano moralmente chi era contro il governo che aveva concesso quei vantaggi: ma si può essere condannati per una cosa e per il suo contrario?

P.S. Galli Della Loggia impiega un secondo articolo per dire, chissà con quale autorità, e comunque chissà con che sugo, che gli attuali governanti del mondo a suo parere sono degli scimuniti. Come se avessimo dei governanti di scorta nel bagagliaio o come se lui personalmente potesse sostituirli vantaggiosamente.



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Commenti

Anonimo ha detto…
Io che ho 50 anni con invalidita del 68% ho fatto richiesta per assegno ordinario inps dal 2006 risultato tra domande e ricorsi sono andato in causa il 2009 contro la previdenza il ctu nominato dal giudice del lavoro me la respinta perche per lui non ho diritto a questa pensione ho dovuto fare una contro relazione per contestazione costata dal mio medico legale 300,00 euro che per legge delle mie patologie ho tutti i miei diritti con aggravamenti adesso per rivalutare la mia contestazione tra rinvii e accertamenti del ctu e del giudice se ne parla per il 2012 disoccupato 2010 per motivi di lavoro e di salute, risultato bisogna aspettare, questa e l'Italia questi sono i problemi dei cittadini questi problemi i politici non le hanno. Cordiali saluti

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