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martedì 4 ottobre 2011

L’erba cattiva non muore proprio mai. Ritorna alla Camera il ddl del Governo in materia di intercettazioni. Un provvedimento che verrà probabilmente blindato dalla fiducia, data la vitale importanza che il Premier attribuisce ad una “legge sulle intercettazioni per tornare ad essere un paese civile libero, oggi non lo siamo. Quando chiamate al telefono, sentite la morsa dello stato di polizia. I cittadini sentono che c’é uno Stato che non tutela più la nostra privacy”. Di vitale importanza, proprio come tutto ciò che gli consentirebbe di evitare un bel po’ di grane. Una legge modellata a sua immagine e somiglianza, a tutela dei suoi esclusivi interessi; alzino la mano uno ad uno gli innumerevoli italiani che quando prendono il telefono per chiamare la mamma o la fidanzata o il proprio capo sentono “la morsa dello stato di polizia”. 


Berlusconi vorrebbe farci credere che i suoi problemi sono anche i nostri, mentre un abisso separa i veri problemi dell’Italia dalle traversie personali del suo Presidente del Consiglio. Ed un abisso ancora più profondo divide i provvedimenti di cui il nostro Paese ha disperatamente bisogno per uscire dalle sabbie mobili della recessione e l’operato del Governo. Come se il problema degli italiani fosse la privacy. Sono proprio curioso di sapere quanto stringe la “morsa dello stato di polizia” sulle teste dei nuovi disoccupati, dei giovani precari, dei 3 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà alimentare.


Sarà un’altra la morsa che si abbatterà sulla liberta degli Italiani, ed è contenuta proprio in questo disegno di legge. E’ la norma, riproposta pari pari dopo un anno, secondo cui “per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”. Basterà in pratica una email per costringere l’amministratore di qualunque angolo del web dedicato all’informazione a rimuovere contenuti ritenuti inappropriati. Senza possibilità di contraddittorio alcuno, pena sanzioni che arrivano a 12 mila euro. Quando esistono già, com’è ovvio che sia, norme che tutelano quanti sono vittime di calunnie e diffamazioni. Qui però si rischia di uccidere lo spirito vero dell’informazione che viaggia attraverso la rete, senza peraltro distinguere tra testate on-line vere e proprie e semplici blog.  I siti internet delle grandi testate – che vivono anche grazie ai finanziamenti pubblici – vengono di fatto equiparati a blog come il nostro. Indovinate un po’ in caso di eventuali dispute chi rischia di soccombere più facilmente?
vorrebbe minare quel palco alla base.Perché i giornali possono sparare a zero su chiunque vogliano senza aver timore di ritorsioni? E attenzione, non stiamo parlando di calunnie e diffamazioni, ma di qualsivoglia affermazione che possa risultare sgradita. Loro sanno bene che internet è destinato per sua stessa “fisiologia” a divenire il mezzo di comunicazione  per eccellenza. Non tanto per la diffusione delle notizie, quanto per la possibilità di condivisione delle opinioni di ciascuno. Sul web tutti siamo in grado di salire su un palco e dire la nostra. E qualcuno 

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