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lunedì 31 ottobre 2011

Lucia Uva non vuole un risarcimento. Vuole la verità. Dopo più di tre anni di lotta, una perizia ordinata dal tribunale ha riaperto il processo sul decesso di suo fratello. Giuseppe Uva è morto nella notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. È stato fermato per schiamazzi, portato nella caserma dei Carabinieri di Varese dove è stato trattenuto per ore.
L’amico che era con lui, Alberto Biggiogero, giura di averlo sentito gridare tanto che ha chiamato il 118 perché “qui stanno massacrando un ragazzo”. Nessuno, però, ha mai voluto sentire la sua testimonianza. Eppure sono stati gli stessi carabinieri poco dopo a chiamare l’ambulanza per trasferire Uva all’ospedale psichiatrico dove è deceduto.
È stata proprio sua sorella in obitorio a fotografare la sua salma sfigurata. Foto orribili che, come in altri casi analoghi, certificano con brutale evidenza lo stato di quel cadavere: un corpo martoriato con ecchimosi estese e bruciature simili a quelle causate da sigarette. Si tratta di un dato di fatto che da solo avrebbe dovuto portare ad un’indagine seria su ciò che è avvenuto quella notte nella caserma dei Carabinieri di via Saffi. Invece il procuratore di Varese Agostino Abate ha deciso di concentrarsi solo su ciò che è successo dopo, in ospedale. Il pm infatti ha dato corso ad un processo che vede come unico imputato per omicidio colposo un medico che avrebbe ucciso Uva somministrandogli un’improvvida dose di calmanti.
Questo processo però settimana scorsa è stato completamente messo in discussione da una perizia disposta dal giudice Orazio Muscato. I tre esperti incaricati del lavoro hanno certificato che Giuseppe Uva non è morto a causa dei calmanti. “Le dosi somministrate - si legge nella perizia - risultano inidonee a causare il decesso”. Non solo. Sui jeans indossati da Uva quella notte sono state riscontrate tracce ematiche, ma anche tracce di feci, urina e sperma. Per questo hanno richiesto di completare la perizia riesumando la salma e effettuando una Tac.
A questo punto il procuratore Agotino Abate deve spiegare alla sorella, ma anche alla città di Varese e a tutto il paese, il perché di così tante ed evidenti incongruenze tra la vicenda processuale da lui condotta e la realtà che emerge da una perizia che poteva essere compiuta molto tempo prima. Perché il fascicolo aperto sul fermo di Uva è rimasto e rimane chiuso nei cassetti della procura? Perché l’autopsia effettuata sul cadavere e resa nota dopo mesi dal decesso parla solo di “lievi escoriazioni”?
Perché il medico legale di cui si è avvalsa la procura, il dottor Marco Motta, ha ritenuto di indirizzare le indagini esclusivamente sulla pista del farmaco letale? Perché quei jeans macchiati di sangue sono stati riconsegnati subito alla famiglia la quale, per sua iniziativa, li ha immediatamente riportati alla polizia? E perché si è dovuto attendere l’esito della perizia per sapere ciò che si poteva presumere sin da subito? Gli esperti interpellati dal tribunale dicono che su quei jeans c’è una macchia di sangue di 16 centimetri per 10 all’altezza del cavallo. Una traccia macroscopica che, come ricorda l’avvocato di Lucia Uva, Fabio Anselmo, è stata derubricata dai pm a “macchia di pomodoro”.
Infine è lecito chiedere, come fa l’associazione a “Buon Diritto” di Luigi Manconi: “si può escludere che Uva abbia subito violenza sessuale?”. Per avere risposta a queste domande l’unica via è che il tribunale di Varese disponga la continuazione di quella perizia senza ulteriori perdite di tempo. E c’è da giurare che il senso di giustizia del procuratore Abate lo porterà a sottoscrivere questa richiesta. Lo merita Lucia Uva e lo pretendono tutti coloro che hanno diritto di sapere che cosa è successo davvero.



fonte


uva.jpg
Giallo Uva, il giudice dispone di riesumare la salma: si procederà con nuovi accertamenti. Un medico canturino a processo per la morte dell’artigiano varesino.Il giudice ha accolto la richiesta di fare nuovi controlli sul corpo del defunto.
- Una svolta che ha del clamoroso quella avvenuta oggi al processo nei confronti di un medico canturino (lo psichiatra Carlo Fraticelli) per la morte dell’artigiano varesino Giuseppe Uva: il Giudice Orazio Muscato ha accolto la richiesta di riesumare il cadavere per fare chiarezza. Per lo psichiatra l'accusa sarebbe di aver somministrato al paziente una dose di farmaci incompatibile con il suo stato di ubriachezza.
“Forse e’ la volta buona per arrivare alla verita’”, spiegano i famigliari dell’uomo convinti che sia morto non per un errore nella somministrazione dei farmaci, ma per le presunte violente percosse che avrebbe subito mentre si trovava al comando provinciale dei Carabinieri. Un presunto pestaggio che, a detta dei familiari, sarebbe la vendetta per una vecchia relazione sentimentale che ebbe con la moglie di uno dei militari presenti quella notte.

Durante l'udienza sono state esposte le conclusioni preliminari della perizia secondo la quale l’uomo non sarebbe morto a causa dei farmaci somministrati all’ospedale di Circolo di Varese durante il trattamento sanitario obbligatorio. Dalle analisi, eseguite dai periti nominati dal Tribunale, l’uomo sarebbe morto per aritmia cardiaca, ma le concentrazioni di farmaci non sarebbero “idonee a causare il decesso, anche in concorso con l’assunzione di alcolici’’. E’ emersa inoltre la presenza di tracce di sangue sul cavallo dei pantaloni e di un embolia che potrebbe essere causata da traumi. Sul corpo dell’uomo verra’ eseguita quindi una tac.
Oggi mentre in Tribunale si svolgeva l’udienza, all’esterno c’e’ stato un pacifico presidio di parenti e amici della vittima, oltre a Ilaria Cucchi (sorella di Stefano) e Patrizia Moretti (madre di Federico Aldrovandi), altri due giovani che, stando alle risultanze processuali, sarebbero morti per essere stati brutalmente picchiati durante la detenzione.
La decisione del Giudice soddisfa anche la difesa del medico, Carlo Fraticelli di Cantu’, accusato di omicidio colposo: stando alle contestazioni a suo carico, quella notte, quando fu portato dai carabinieri in ospedale, avrebbe somministrato farmaci non compatibili con lo stato di alterazione alcolica della vittima.
L’uomo era stato fermato con un amico mentre, ubriaco, rovesciava cassonetti dell’immondizia. La riesumazione del cadavere consentira’ di chiarire quei molti aspetti ‘dubbi’ e le ‘lacune’ presenti nell’autopsia svolta a suo tempo.
fonte: Il Giorno di Varese


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