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giovedì 20 ottobre 2011

casarini.jpgL’ex leader dei disobbedienti e dei centri sociali del Nordest trasformatosi in piccolo imprenditore. Adesso che lavora e non scorrazza più nei cortei anti-tutto, Casarini sembra un misto tra Bossi, Berlusconi, la Marcegaglia, i padroncini della Brianza o le partite Iva di Treviso, cioè i suoi obiettivi preferiti di un tempo. Per una volta, il copia-incolla lo faccio io.
Travolto da un insolito destino, Luca Casarini ha smesso la tuta bianca con cui dava l’assalto al mondo globalizzato e ha cambiato guardaroba. Non okkupa più, adesso l’ex leader dei disobbedienti veneti è occupato. Lavora. Niente tuta blu, quella è prerogativa di chi sta alla catena di montaggio. Lui no, fa l’imprenditore, un po’ colletto bianco e un po’ manager di se stesso. «Ho aperto un’impresa individuale di consulenze sul marketing e design pubblicitario e la scorsa settimana l’ho registrata», rivela. Il signore sì che di marketing se ne intende: aveva poche centinaia di seguaci, i frequentatori dei centri sociali, ma per anni ha seminato il panico nelle città del Nord. A ogni piazzata richiamava un numero di agenti anti-sommossa inversamente proporzionale alla cerchia di fedeli.

Il marketing è stato l’asso nella manica dei no global. Internet pullula ancora di siti antagonisti del tipo «Boicotta la Coca Cola» oppure «Guerriglia marketing», sottotitolo «fottere il mercato per entrarci». Casarini non poteva che dedicarsi all’arte in cui eccelle: ottenere il massimo della visibilità con il minimo degli investimenti. Oggi il marchio antagonista non tira più. I vecchi leader del movimento come Vittorio Agnoletto e Francesco Caruso sono arnesi da museo. Lo stesso Casarini è un reduce che colleziona guai giudiziari: l’ultimo (9 novembre) è un rinvio a giudizio con 40 compagni che nel 2007 bloccarono la stazione di Mestre con un corteo anti americano.
Ed ecco il salto. Casarini, veneziano, figlio di operai, 42 anni e una famiglia da mantenere (la compagna e un figlio di tre anni), aveva tentato di inventarsi come romanziere. La sua opera prima, «La parte della fortuna», un «social-noir» (definizione sua) non memorabile, è stato pubblicato l’anno scorso nientemeno che dalla berlusconiana Mondadori nella collana «Strade blu» che raccoglie anche i libri di Roberto Saviano e Mario Calabresi. La vera svolta è delle scorse settimane, a fianco della «classe più debole di quest’epoca»: le partite Iva del Nordest. I piccoli capitalisti non più brutti sporchi e cattivi.
«I disobbedienti sono al capolinea – ammette Casarini al “Corriere del Veneto” – ora sto con la piccola impresa contro le tasse e lo stato. Prometto di dare battaglia insieme a loro». Centri sociali addio, l’ex tuta bianca apre una società tutta sua, si iscrive a Confartigianato e scopre un mondo nuovo. Il fisco «iniquo e vessatore». Gli studi di settore «mannaia dei politici della sinistra». I costi «impressionanti di un’impresa che si affaccia sul mercato». Gli imprenditori « schiavi del fisco costretti a pagare senza avere un ritorno».
Sono gli slogan dell’Italia che produce, che piega la schiena per arrivare a fine mese, simboli arrabbiati della creatività imprenditoriale che non riceve gli ecoincentivi delle grandi aziende in crisi ma soltanto le visite della Guardia di finanza. È la nuova frontiera di Casarini. Che ormai parla come un leghista della prima ora: «Dove finiscono i miei soldi delle tasse? Se avessi l’asilo nido gratis per mio figlio pagherei volentieri. Ma siccome finiscono per il 90 per cento in spese di guerra, in superstipendi di manager pubblici, in emolumenti di politici, non ci sto. I soldi non devono più finire a Roma e poi sparire nel nulla».
Una volta combatteva la globalizzazione. Ora, convinto che «la storia ci ha dato ragione», ha chiuso la fase delle marce, dei social forum, dei passamontagna e dei manganelli; i viaggi alternativi a Seattle e Porto Alegre sono cartoline ingiallite, la folle violenza di Genova purtroppo no. Ma per il nuovo Casarini c’è sempre un nemico da combattere: non più le superpotenze mondiali, ma la sinistra nostrana. «Perché devo pagare l’Irap, una tassa sul lavoro? È ipocrita la sinistra che guarda alle partite Iva come evasori. Politici che non hanno mai lavorato in vita loro. Si aprano una partita Iva, poi ne riparliamo. Ci provi anche Bersani. E anche Visco, l’ho vista la sua villetta a Pantelleria…».
Sembra di sentire Silvio Berlusconi che se la prende con i «professionisti della politica», non un «neomarxista critico» come si definisce Casarini, con una spruzzata di «federalismo vero», anzi di «autonomia» («mai avuto passione per questo stato che impone e non garantisce») e una strizzata d’occhio agli evasori: «Li capisco bene, anche se preferisco parlare di obiezione fiscale». Perché nella parabola del no global diventato piccolo imprenditore c’è una costante: un tempo era l’esproprio proletario, adesso è l’obiezione fiscale, ma ora e sempre guai a chi gli tocca il portafogli.


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1 commenti:

Anonimo ha detto...

Ho letto l'articolo con interesse, ma è pieno di errori e inesattezze. Voto 4

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