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Cosa ti spaventa di più in questo momento?

giovedì 6 ottobre 2011

Costretti, per il sovraffollamento, a dormire in 6 o 8 in celle che dovrebbero contenerne la metà o su materassi gettati in terra in locali destinati alla socialità, con soli 20 minuti di aria al giorno a disposizione, qualche volta senza mangiare, e con il rischio di epidemie alle porte. E’ questa la drammatica situazione che stanno vivendo gli oltre 1.200 detenuti del carcere di Regina Coeli.

La denuncia è del Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni: «questa mattina - ha detto  - a Regina Coeli erano recluse 1.201 persone a fronte di una capienza di 724 posti che, però, non tiene conto del fatto che una sezione e mezza è chiusa per lavori di ristrutturazione. Numeri che fanno impallidire, e che superano anche quella capienza tollerabile che, spesso, viene usata come metro di misura dal Dap per minimizzare il dramma del sovraffollamento».


Dall’inizio dell’anno i detenuti di Regina Coeli - una struttura realizzata nel 1600 e ormai non più in grado di garantire standard accettabili di carcerazione, che ha bisogno di continui interventi di ristrutturazione - sono aumentati di oltre 100 unità; questo nonostante l’entrata in vigore di un provvedimento come il cd. “decreto svuotacarceri” che avrebbe dovuto alleviare il sovraffollamento negli istituti.


La conseguenza più grave del sovraffollamento, è legata al peggioramento delle condizioni di vita dei detenuti e di quelle di lavoro degli operatori penitenziari, in particolar modo degli agenti di polizia penitenziaria, in cronica carenza di organico.  «Criticità, queste, che si avvertono a Regina Coeli più che in altre strutture - ha detto il Garante - perché quello di via della Lungara è un carcere di passaggio, dove i detenuti restano in attesa o della scarcerazione o della condanna di I grado. Per intendersi, Regina Coeli è la struttura dove sono trasferiti tutti coloro che vengono arrestati a Roma. Il sovraffollamento non consente di sfollare Regina Coeli: nelle ultime settimane, infatti, è stato possibile trasferire dal carcere solo 25 persone a settimana, quando nei fine settimana, vengono arrestate almeno 30 persone».


A Regina Coeli, un detenuto su quattro è in attesa dell’appello: potrebbe partire per altre destinazioni, ma resta a Regina Coeli.  Più della metà dei detenuti sono stranieri.
In tutta la struttura, i collaboratori del Garante hanno ricevuto lamentele per la quantità e la qualità del cibo; in almeno un’occasione, 50 detenuti della Sezione di primo ingresso non hanno ricevuto il pasto. Sempre in questa sezione il sovraffollamento, i divieti di incontro, i casi di isolamento sanitario e disciplinare rendono la situazione ingestibile: i detenuti hanno 20 minuti d’aria al giorno, non possono cucinare, non hanno momenti di socialità, in alcuni casi dormono su materassi stesi a terra e possono contare su un solo rotolo di carta igienica al mese fornito dall’amministrazione penitenziaria. I detenuti mangiano sui letti e sono costretti a tenere indumenti e cibo sotto il letto, per non affollare ulteriormente gli spazi.


Nel carcere la situazione igienico sanitaria comincia ad essere preoccupante. Il medico prevede rischi di epidemie con malattie contagiose come tubercolosi, scabbia che si stanno diffondendo di nuovo.  All’interno del Centro Clinico, sugli 84 detenuti presenti, 12 non hanno particolare bisogno di cure, ma sono provvisoriamente alloggiati lì perché nel resto del carcere non c’è posto.


«Il paradosso di questa situazione – ha concluso il Garante - è che si sta creando un clima di solidarietà tra personale di polizia penitenziaria e detenuti: non sono infrequenti i casi in cui due soli agenti devono controllare oltre 220 detenuti. Se questa vera e propria emergenza umanitaria non è ancora deflagrata, lo si deve al senso di responsabilità dei detenuti e, soprattutto, all’impegno della polizia e degli operatori penitenziari che, nonostante i paurosi vuoti di organico, ogni giorno affrontano e risolvono molteplici problematiche: dalle traduzioni alla ricerca di posti letto fino alla gestione di centinaia di colloqui giornalieri in una struttura e in un contesto che, certo, non aiutano a pensare ad un futuro migliore».






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