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mercoledì 14 settembre 2011
Un fenomeno di cui si parla malvolentieri ma che per l’Oms fa circa un milione di vittime l’anno. Nel nostro paese 3 su 4 sono uomini. Pompili (Iasp): “Nel Nord e nel Centro Italia il fenomeno è più grave”

Sono circa 4 mila le persone che ogni anno in Italia decidono di togliersi la vita, come se un intero paesino montano sparisse, di volta in volta. Un fenomeno spesso poco conosciuto, di cui si parla malvolentieri, ma che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità fa nel mondo due morti al minuto. L’Oms, infatti, stima in circa un milione le persone che perdono la vita per suicidio, con un tasso di mortalità di 14,5 su 100mila individui. Negli ultimi anni, però, il tema sta destando l’interesse di ricercatori a livello internazionale per lavorare maggiormente sulla prevenzione, tema a cui è dedicata la Giornata mondiale della prevenzione del suicidio che in Italia si celebrerà con un convegno oggi e domani, 9 settembre, organizzato dal presso l’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Un occasione per fare il punto sul fenomeno e sulle esperienze positive attivate in tutto il mondo.



Per quanto riguarda il panorama italiano il dato non si discosta molto dalla media europea, spiega Maurizio Pompili, direttore del Servizio per la prevenzione del suicidio del Sant’Andrea e referente italiano Iasp (International association for suicide prevention). Lungo lo Stivale, però, si registra una diversa distribuzione dei casi. “In Italia ci sono circa 4mila suicidi ogni anno – spiega -. Di questi circa 3mila sono uomini e circa mille donne. La distribuzione non è uniforme in quanto nel Nord e nel Centro Italia il fenomeno è più grave rispetto al Sud. Mentre la Sardegna fa eccezione perché è un territorio con un alto tasso di suicidio per gli uomini di mezza età, cioè i giovani adulti”. In Europa sono i paesi nordici a soffrire maggiormente del fenomeno, ma oggi i casi di suicidio sono maggiormente diffusi nei paesi dell’ex Unione sovietica, come in Estonia o in Lituania dove il suicidio interessa circa 50 soggetti su 100mila. Nel mondo, invece, sono i paesi asiatici quelli che fanno registrare dai maggiormente preoccupanti, portando a livello mondiale il suicidio come seconda causa di morte tra gli adolescenti di tutto il mondo, nella fascia 15-24 anni. “Un dato mondiale – aggiunge Pompili - che corrisponde a quello italiano”.

Ma se confrontando la realtà del nostro Paese con i nostri vicini europei in cui si registra lo stesso tasso, le differenze che si notano riguardano gli interventi di prevenzione. “L’Italia ha un tasso medio non molto distante da quello della Gran Bretagna – spiega Pompili – ma lì ci sono tuttavia dei programmi molto più specifici e incisivi rispetto a quelli che ci sono in Italia. A parità di gravità ci sono nazioni che investono molte più risorse nella prevenzione del suicidio”. I dati emersi dagli studi realizzati fino ad oggi hanno individuato nel comportamento suicidario un fenomeno complesso e hanno portato alla raccolta di elementi di tipo biologico, culturale, psicologico e contestuale che possono influenzare il rischio di suicidio. Difficile tuttavia comprendere appieno le tendenze. “Tra i maschi italiani è stato registrato un picco di suicidi a metà degli anni novanta – sottolinea Pompili -, dopo c’è stata una sorta di diminuzione, ma se andassimo a vedere il trend negli ultimi 30 anni ne troviamo altre di diminuzioni, che rassicurano ma che poi vengono seguite da aumenti. Non ci sono spiegazioni univoche per questo andamento. Spesso sono più cause. Ad esempio tutti quelli nati in un certo periodo si ritrovano spesso ad affrontare le medesime difficoltà  e ci si trova con una maggiore incidenza del tasso di suicidio”.

Fonte: Redattore Sociale



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