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domenica 18 settembre 2011

Se tutti i parlamentari avessero letto almeno una volta l’articolo 3 della Costituzione, avrebbero dovuto accorgersi che il vitalizio che difendono a spada tratta, forse è incostituzionale.  Ma si vede che non tutti l’hanno fatto oppure, peggio ancora, non ne hanno capito i passaggi salienti. E’ il caso di sei parlamentari che hanno addirittura fatto ricorso alla Corte dei conti per difendere il vitalizio, che a torto ritengono un “loro diritto”. Purtroppo, in certi ambienti, avere una buona dose di faccia tosta è diventato un requisito indispensabile per sedere in parlamento e “rappresentare”, si fa per dire, gli interessi degli italiani.
Per la Costituzione “La legge è uguale per tutti”. Lo stabilisce l’articolo 3 che recita così: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Quindi, come si può notare, la Costituzione non attribuisce ad alcuna categoria di cittadini, di lavoratori, di parlamentari o altri, il privilegio di fruire di un trattamento più favorevole e diverso dagli altri di fronte alla legge. Ciò vuol dire che, in tema di vitalizio (o pensione), le stesse regole in vigore per i lavoratori (i comuni mortali) dovrebbero essere valide anche per i parlamentari. E invece non è così. Vediamone alcune più significative, con riferimento alla pensione minima (o vitalizio).
Contributi versati. La prima differenza sostanziale sta nella quantità di contributi richiesti per accedere alla pensione minima: ai parlamentari  bastano 260 settimane (5 anni di una legislatura), ai lavoratori se ne chiedono minimo 780 (15 anni).  La notevole differenza di contributi fa emergere un altro aspetto che manda in bestia i contribuenti, perché  oltre a versare per intero i contributi per la propria pensione, attraverso le tasse, si fanno carico anche di circa due terzi dei contributi non versati dai parlamentari, nonostante questi privilegiati percepiscano uno stipendio che ammonta a circa il doppio della media di quello dei loro colleghi europei.
Calcolo della pensione. La pensione dei lavoratori viene calcolata con il “metodo contributivo”, cioè l’importo mensile viene quantificato in funzione dei contributi realmente versati. Al contrario, ai parlamentari la pensione viene calcolata col “metodo retributivo”, cioè in percentuale allo stipendio percepito. Ne consegue che anche in questo caso, la legge così applicata non è uguale per tutti. Infatti, a parità di importo contributi versati, i parlamentari percepiscono una pensione di gran lunga superiore a quella dei lavoratori.
Se sono pochi, i lavoratori perdono i contributi versati. Facciamo un esempio. Chiarito che il parlamentare può versare anche solo 5 anni di contributi per assicurarsi la pensione minima, se il lavoratori hanno versato dieci anni di contributi non solo non hanno diritto alla pensione, ma perdono del tutto i contributi che hanno versato. Ovvero, non gli vengono restituiti nemmeno con una tantum.
In conclusione. La Costituzione non ammette privilegi di sorta, per nessuno. Perciò, la soluzione più rispettosa per la Carta e per i lavoratori sarebbe quella di cancellare il vitalizio pagato con denaro pubblico, e lasciare ai parlamentari la facoltà di pagarsi privatamente una pensione integrativa.





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