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giovedì 22 settembre 2011

«Mi hanno dato colpi solo sulla testa, non avevo lividi in nessun'altra parte del corpo. Mi volevano uccidere». Lo dice Paolo Scaroni fuori dall'aula in attesa dell'avvio del processo. «Lo volevano ammazzare», gli fa eco poco distante il padre di Paolo, Giovanni. Ha vicino la moglie che non riesce a parlare. Ci prova, a dire il vero, ma poi la commozione mista rabbia gli blocca le parole in gola.
No, non c'era una bella atmosfera ieri fuori dall'aula del tribunale anche se non c'era tensione. C'erano un centinaio di tifosi del «Brescia 1911 curva nord». E c'era lui, Paolo Scaroni che si guardava intorno che camminava con quel passo claudicante, «regalo» di quel pestaggio di sei anni fa. «Cosa mi aspetto? Un risarcimento da parte dello Stato», dice Paolo. Ci pensa a quel 24 settembre 2005. «Mi dico sempre che sarebbe bastato non andare a quella partita con l'Hellas per avere un vita diversa», sospira forte. E ancora: «Chi mi ha picchiato aveva la stessa mia età e mi chiedo come faceva un mio coetaneo ad avere un odio così profondo per agire in quel modo. Senza ragione. Ero solo. Perchè quelle manganellate?». Ricorda quei momenti, non ricorda le facce di chi lo ha manganellato. «Sono svenuto sul treno», racconta, «non era ancora partito altrimenti sarei morto».
È entrato in coma, ci è rimasto alcuni mesi. Poi la riabilitazione che «continua», spiega il padre Giovanni, «va in piscina due volte alla settimana. Si muove autonomamente ma non ha più forze nelle braccia. Non può lavorare».
Paolo è vicino al suo genitore, si guarda intorno fuori dall'aula: «Sono spoetizzato dal calcio dopo quello che mi è successo. Ci sono andato solo due, tre volte».
Recrimina sulla sua vita di prima. Ha perso anche la fidanzata: «Mi ha lasciato, era l'unico mio punto fisso», spiega. Il padre Giovanni si aspetta «giustizia dal tribunale». Ma è anche scettico. Lo dice: «Temo la prescrizione. Sono già trascorsi sei anni». Poi punta in alto: «Non è giusto. Mio figlio è rovinato per sempre e non fanno il processo ai suoi aggressori. C'è chi, invece, non si presenta come teste e nessuno gli dice niente». Non fa il nome di Berlusconi. Lo fa solo capire. Poi, il pensiero torna sempre a quel giorno di settembre di sei anni fa. «Era solo, stava risalendo sul treno dopo essere sceso per prendersi un panino. Perchè l'hanno picchiato? Volevano ucciderlo?».

fonte: L'Arena





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