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giovedì 25 agosto 2011

Sono una mamma e ho da poco perso mio figlio, morto suicida appena un mese fa. Non avrei creduto che potesse capitarmi una cosa del genere e, soprattutto, fino a un anno fa credevo nella giustizia e nei giudici. Oggi quella fiducia non c’è più e guardo con occhi diversi le vicende di chi, come noi, si è trovato e si trova ad affrontare un procedimento giudiziario in cui ricopre, suo malgrado, la veste di imputato.
Voglio raccontarvi di mio figlio: 30 anni bello, dolce e pieno di speranze, come lo sono i giovani della sua età. La sua vicenda giudiziaria inizia quando, una mattina di luglio di un anno fa, viene arrestato con l’accusa di traffico di marijuana. Viene condotto prima presso la casa circondariale di Regina Coeli e poco dopo trasferito in un nuovo carcere, dove resterà per tre mesi e mezzo, in condizioni degradanti e di sovraffollamento, tipiche delle nostre patrie galere!
Le accuse, pesanti come un macigno, tengono mio figlio in carcere in stato di custodia cautelare e senza alcuna possibilità di accedere agli arresti domiciliari, per la forte convinzione del pubblico ministero del suo coinvolgimento nella vicenda. Le prove a carico sono esigue, solo due intercettazioni telefoniche, non sul suo telefono, bensì su quello di altri due imputati, i veri artefici delle condotte illecite, che nei loro discorsi sostenevano che mio figlio dovesse loro dei soldi: secondo la logica dell’accusa queste prove bastavano e avanzavano!
Mio figlio, suo malgrado, conosceva gli altri imputati e con loro aveva organizzato degli eventi estivi, ma non aveva intrattenuto alcun genere di altri rapporti, infatti, poco dopo, ne aveva preso le distanze, ma ciò non è bastato e non lo ha salvato dal calvario che da lì a poco avrebbe patito.
L’accusa sin dalle prime fasi del procedimento non ha sentito ragioni: il magistrato ha mantenuto per mesi un ragazzo incensurato, un ragazzo con spiccati riferimenti famigliari e culturali, in stato di custodia cautelare senza mai interrogarlo, stante le richieste della difesa, ha respinto ogni richiesta presentata dai legali di attenuazione della misura, sino a quando, pur di tirarlo fuori da quella prigione - come è nel gioco della forza delle parti e del potere - lo abbiamo convinto a patteggiare; lui non voleva farlo, ha accettato solo per noi.
Pensavamo che il peggio fosse passato, speravamo che i tempi del procedimento fossero più ragionevoli, a maggior ragione dopo la definizione del processo, ma ci sbagliavamo ancora una volta. Il nostro ragazzo doveva accedere alla misura alternativa dell’affidamento in prova e vi erano tutti i presupposti perché il tribunale competente la concedesse.
Ogni giorno, dagli uffici interpellati, le risposte erano sempre le stesse: bisognava aspettare, nonostante vi fosse sentenza, perché il fascicolo passasse dal giudice di cognizione al Tribunale di Sorveglianza e intanto i giorni si consumavano lentamente, solo per ricevere la notifica dei provvedimenti.
Nell’era dei computer e della velocità informatica, impiegavano settimane e mesi per passare da un ufficio all’altro e da un tribunale all’altro. Dall’uscita dal carcere al giorno del suo suicidio sono trascorsi 5 mesi e mezzo (pazzesco, vero?); soltanto per la formalizzazione della sua condanna sono passati 3 mesi e intanto mio figlio scalpitava in casa, deprimendosi, perché vedeva allontanarsi sempre più la possibilità di quella libertà, anche parziale, che gli avrebbe consentito di tornare a fare una vita “passabile”: la sua casa, il suo lavoro, la sua fidanzata che adorava.
Potete pensare che un ragazzo così, pieno di vita e di entusiasmo, potesse sopportare tutto questo? No, soprattutto se sa di essere innocente. Non ce l’ha fatta. Se n’è andato da solo, una mattina, nel modo più terribile, lasciandoci allibiti e disperati, perché, sapete, per quanto noi genitori abbiamo cercato di fare tutto il possibile per lui, i sensi di colpa ci attanagliano, primo fra tutti quello di non avere capito che non ce la faceva veramente più.
La pena dovrebbe, come è nello spirito delle leggi, avere la funzione e il compito di recuperare e riabilitare le persone, dare la possibilità a chi ha subito una condanna di riscattare la sua vita e reinserirsi nella società civile ed il carcere è l’extrema ratio e non, come accade oggi, la soluzione.
Il processo dovrebbe essere giusto, equo e ragionevole, le lungaggini giudiziarie e i farraginosi iter burocratici, che richiamano vicende dal tratto kafkiano, finiscono nella realtà per colpire i malcapitati che si ritrovano in carcere da innocenti. Storie di ordinaria ingiustizia in cui è caduto mio figlio che ben avrebbe potuto provare la sua innocenza nel processo, ma la minaccia di restare in carcere sino al processo, e forse per tutto il tempo di durata del dibattimento, ci ha fatto desistere e preferire “un accordo” con la pubblica accusa.
Così mi chiedo, da adulta, cittadina e madre: è questo il modo per recuperare un ragazzo, ammesso anche che abbia delle colpe? Perché chi giudica non riesce a guardare, come dovrebbe essere, chi ha di fronte, a indagare sulle qualità personali, sul carattere e su tutto ciò che necessita per definire il profilo di un individuo? Il diritto richiede simili analisi e chi giudica dovrebbe attenersi a tali principi, principi giusti e inviolabili, necessari per contraddistinguere un ordinamento democratico e garantista.
Questa lettera di protesta non mi restituirà mio figlio ma spero almeno possa servire a muovere le coscienze.






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1 commenti:

Anonimo ha detto...

SAREBBE IL MOMENTO DI INCOMINCIARE A DENUNCIARE QUESTI GIUDICI, CHE SE LA PRENDONO MOLTO COMODA, PENSANDO DI FARE IL BELLO E CATTIVO TEMPO A LORO PIACERE. DIMENTICANO CHE IN UNA DEMOCRAZIA IL POTERE DOVREBBE ESSERE DEL POPOLO. LA MIA SOLIDERIALITA' ALLA MAMMA DEL FEGLIO SUICIDA. renato r.

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