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giovedì 4 agosto 2011

La bufera che ha colpito l’Irlanda e la Chiesa Cattolica ha tutto l’aspetto di una piccola apocalisse. Sono passate due settimane dalle ultime rivelazioni relative agli abusi sessuali perpetrati dai sacerdoti irlandesi e la situazione è sempre più critica.
L’inchiesta governativa pubblicata il 13 luglio è solo l’ultima di una serie di indagini terrificanti, che raccontano di centinaia di casi di pedofilia perpetrati da preti cattolici, con le aggravanti della sistematicità degli abusi e della connivenza dei vertici della Chiesa, irlandese e romana.
Particolarmente sotto attacco il Vescovo allora in carica John Magee e il suo braccio destro monsignor Denis O’ Callaghan, i due prelati che per anni avrebbero nascosto i fatti di pedofilia accaduti nell’Arcidiocesi di Cloyne. L’accusa è pesante, perchè i continui silenzi e insabbiamenti avrebbero esposto sempre nuove vittime alle successive disgustose attenzioni dei sacerdoti degenerati.
Dopo quindici giorni, il vescovo Magee non si è ancora presentato a rispondere personalmente sui dati dell’inchiesta governativa che ha shockato l’Irlanda, nonostante copra ben 13 dei 22 anni del suo arcivescovato. Il caso si tinge ulteriormente di giallo, perchè pare che nessuno sappia dove si trovi Magee, rifugiatosi forse negli Usa o a Roma, città quest’ultima che conosce molto bene per essere stato (unico nella storia vaticana) segretario personale di ben tre Papi: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Tra le altre cose, poiché Magee fu una delle primissime persone, se non la prima in assoluto, a scoprire la morte di Giovanni Paolo I, il suo nome compare anche nella ridda delle congetture e delle ricostruzioni dell’accaduto, tra i sostenitori delle teorie dell’omicidio del Pontefice. Lo stesso Magee avrebbe dichiarato ad una rivista italiana che per quella vicenda fu interrogato perfino dall’Interpol.


Tornando al presente, la lettera di scuse inviata da Papa Benedetto XVI e l’accenno a una prossima visita nell’isola non bastano di certo a calmare gli animi. Qualche giorno fa, il ministro degli esteri irlandese Eamon Gilmore ha avuto un colloquio con il nunzio apostolico in Irlanda, monsignor Giuseppe Leanza, e ha chiesto in quella occasione una risposta ufficiale del Vaticano sui fatti di Cloyne. Anche nei confronti della Chiesa di Roma le accuse sono infatti gravissime: una lettera dell’allora nunzio apostolico, monsignor Luciano Storero, ammoniva i prelati irlandesi dal riferire alla polizia i casi sospetti. Secondo il ministro della Giustizia irlandese Alan Shatter, e il ministro per l’Infanzia Frances Fitzgerald, il Vaticano dava sostegno a coloro che evitavano di collaborare con le autorità, con un atteggiamento “completamente inaccettabile”.
Perfino il primo ministro irlandese Enda Kenny si è espresso con un discorso molto sentito, utilizzando parole durissime contro i tentativi di insabbiamento della Santa Sede, capace di anteporre i propri interessi a quelli delle vittime.
“Per nostra fortuna, questa non è Roma ha dichiarato il premier. “Questa è la Repubblica d’Irlanda del 2011, una repubblica di leggi, di diritti e di responsabilità… dove la delinquenza e l’arroganza di un certo tipo di “moralità” non saranno mai più tollerate o ignorate”.
A seguito di queste accuse dirette e senza mezzi termini, la segreteria di stato vaticana ha infine richiamato il nunzio apostolico a Roma, un gesto di piena crisi diplomatica, paragonabile al ritiro di un’ambasciata da un paese nemico.
Il vicedirettore della sala stampa vaticana, Padre Benedettini, ha dichiarato in merito che “il richiamo del nunzio (…) denota la serietà della situazione, la volontà della Santa Sede di affrontarla con obiettività e determinazione, nonché una certa nota di sorpresa e rammarico per alcune reazioni eccessive.
Anche quest’ultima espressione sembra non sia molto piaciuta agli irlandesi.





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