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martedì 16 agosto 2011
L’organizzazione Global Justice Center ha pubblicato una petizione online indirizzata a Obama. Al presidente americano viene chiesto di togliere il veto all’uso di aiuti umanitari statunitensi per le interruzioni di gravidanza di chi ha subito uno stupro dai soldati nemici
Donne, spesso poco più che bambine, violentate durante le guerre. Nelle loro case. Uno dei lati più oscuri dei conflitti. Molte rimangono incinte. E gli Usa impediscono di usare i loro aiuti umanitari per permettere loro di abortire. Ora l’organizzazione per i diritti umani Global Justice Center lancia una petizione per chiedere a Barack Obama di cancellare questo divieto.
Sono migliaia in tutto il mondo le donne vittime di stupri di massa in tempo di guerra, dall’Afghanistan all’Algeria, dal Congo alla Costa d’Avorio. Ma la lista è ben più lunga, secondoCassandra Clifford, autrice di Rape as a Weapon of War and Its Long Term Effects on Victims and Society. Si stima ad esempio che dalle 250mila alle 500mila donne siano state stuprate in 100 giorni durante il genocidio del Ruanda, con 20mila figli nati da questo abominio. In Liberia un’indagine governativa condotta tra il 2005 e il 2006 ha mostrato che circa il 92% delle donne intervistate ha subito una qualche forma di violenza sessuale. Nel 1971 l’esercito pakistano è stato responsabile dello stupro di oltre 20mila donne bengalesi con 25mila neonati come risultato. Tornando in Africa, il centro locale di sanità di South Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, stima che circa 40 donne vengono violentate ogni giorno, con circa altri 30 stupri non denunciati stimati dall’International Rescue Committee.
Sono migliaia in tutto il mondo le donne vittime di stupri di massa in tempo di guerra, dall’Afghanistan all’Algeria, dal Congo alla Costa d’Avorio. Ma la lista è ben più lunga, secondoCassandra Clifford, autrice di Rape as a Weapon of War and Its Long Term Effects on Victims and Society. Si stima ad esempio che dalle 250mila alle 500mila donne siano state stuprate in 100 giorni durante il genocidio del Ruanda, con 20mila figli nati da questo abominio. In Liberia un’indagine governativa condotta tra il 2005 e il 2006 ha mostrato che circa il 92% delle donne intervistate ha subito una qualche forma di violenza sessuale. Nel 1971 l’esercito pakistano è stato responsabile dello stupro di oltre 20mila donne bengalesi con 25mila neonati come risultato. Tornando in Africa, il centro locale di sanità di South Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, stima che circa 40 donne vengono violentate ogni giorno, con circa altri 30 stupri non denunciati stimati dall’International Rescue Committee.
Oltre alla tragedia dello stupro, le vittime si vedono spesso negare la possibilità di abortire da quegli stessi governi e associazioni che dicono di volerle aiutare. A quanto pare, una delle cause principali è proprio la “No abortion policy” imposta dagli Stati Uniti all’utilizzo dei propri aiuti umanitari (i più ingenti al mondo), anche nel caso di pericolo per la vita stessa della donna. Come risultato, nessuna agenzia governativa, Ong o associazione umanitaria osa disobbedire, pena il ritiro dei fondi stessi. Secondo il Global Justice Centre (Gjc)si tratta di una palese violazione della Convenzione di Ginevra del 1949 che estende ai “civili malati e feriti il diritto a ricevere adeguate cure mediche senza discriminazioni durante un conflitto armato”. “La politica anti abortista portata avanti dagli Stati Uniti negli aiuti umanitari è sia illegale che inumana”, attacca Janet Benshoof, presidente di Gjc. E’ arrivato il momento di chiedere con forza al presidente Barak Obama di togliere questo veto con un ordine esecutivo immediato visto che si trova in aperto contrasto con la Convenzione di Ginevra”.
Secondo il report del Global Justice Center “The Right to an Abortion for Girls and Women Raped in Armed Conflict: States’ positive obligations to provide non-discriminatory medical care under the Geneva Conventions”, proibire alle donne violentate in guerra di abortire, non solo costituisce una chiara violazione del diritto umanitario internazionale, ma non serve a salvare né la loro vita né quella del nascituro. Molte donne, infatti, decidono di abortire con metodi non convenzionali, prassi che oltre alla morte del bambino causa infezioni, sterilità o porta alla morte della madre stessa. Senza contare il trauma psicologico di donne costrette a una maternità legata a un terribile atto di violenza subito. Nelle società meno sviluppate, inoltre, queste donne finiscono spesso per essere isolate, umiliate se non ulteriormente violentate in quanto “portatrici del figlio del nemico”. La stessa sorte tocca poi ai neonati, ad esempio considerati in Ruanda come “enfants mauvais souveniers” ovvero “figli del brutto ricordo”, un appellativo che li accompagnerà per tutta la vita.
A chiedere a Washington di sollevare il veto ci aveva già pensato nel novembre 2010 la Norvegia, che aveva chiesto di “rimuovere queste assurde restrizioni anti abortiste” con la raccomandazione 228 nel corso dell’Universal Periodic Review of the United States. In seguito, nel marzo 2011, l’associazione Bar of New York City, composta da circa 22mila persone, aveva scritto alla Casa Bianca affinché intervenisse al più presto. Oggi, in occasione del 62esimo anniversario della Convenzione di Ginevra, ci prova il Global Justice Centre, con l’appoggio dell’Europena Women Lobby (Ewl), con una petizione online in appoggio a una lettera personale indirizzata direttamente a Obama.
A chiedere a Washington di sollevare il veto ci aveva già pensato nel novembre 2010 la Norvegia, che aveva chiesto di “rimuovere queste assurde restrizioni anti abortiste” con la raccomandazione 228 nel corso dell’Universal Periodic Review of the United States. In seguito, nel marzo 2011, l’associazione Bar of New York City, composta da circa 22mila persone, aveva scritto alla Casa Bianca affinché intervenisse al più presto. Oggi, in occasione del 62esimo anniversario della Convenzione di Ginevra, ci prova il Global Justice Centre, con l’appoggio dell’Europena Women Lobby (Ewl), con una petizione online in appoggio a una lettera personale indirizzata direttamente a Obama.
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