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martedì 23 agosto 2011

La Shell è riuscita a chiudere la falla che stava riversando greggio nel Mare del Nord al largo della Scozia, ma la sua condotta non è piaciuta a nessuno. Una polemica si è innescata all’interno del governo scozzese con il ministro per l’ambiente Richard Lochhead che ha chiesto maggiore trasparenza nella gestione degli impianti di estrazione e degli incidenti stessi:
L’industria del petrolio e del gas è di vitale importanza e con tutte queste attività e infrastrutture nei nostri mari c’è sempre il rischio di un incidente. Non solo deve essere fatto ogni sforzo per minimizzare questi rischi, ma quando gli incidenti accadono la trasparenza deve essere il principio guida.
In questo contesto preoccupano un po’ tutte le estrazioni in mare aperto e ancora di più preoccupano quelle recentemente autorizzate proprio alla Shell in Alaska. La scelta dell’amministrazione Obama non era piaciuta agli ambientalisti, ancora meno piace ora che la compagnia ha mostrato di avere limiti nella sicurezza e limiti nella gestione degli incidenti di cui è protagonista. Così Frances Beinecke sul New York Times ribadisce l’appello per impedire che si avviino operazioni nell’Artico:
Immaginate il pericolo e la difficoltà di cercare di far fronte ad una debacle simile al largo della costa nord dell’Alaska, dove le acque sono solidificate in ghiacci per otto mesi all’anno, le tempeste alzano una nebbia impenetrabile e onde alte fino a 20 metri e la temperatura, combinata con il vento freddo, si percepisce intorno ai 10 gradi sotto lo zero dalla fine di settembre. […]Prima di andare alla fine del mondo a caccia di petrolio abbiamo bisogno di conoscenze più approfondite e di una tecnologia migliore per prevenire perdite e per ripulire dopo un incidente.
Come dargli torto?





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