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domenica 31 luglio 2011


Un videoamatore riprende le immagini dell’incontro tra gli abitanti della zona di Fukushima ed i rappresentanti del governo. I cittadini, dopo più di quattro mesi dall’incidente nucleare, sono ancora in attesa di conoscere il proprio destino ed in particolare di sapere se il governo giapponese avrà intenzione di farsi carico dell’evacuazione della popolazione nella zona a rischio. La risposta è scioccante: non è prevista nessuna evacuazione.



Vediamo cos’è successo.
Fukushima, 19 luglio 2011. L’atmosfera appare tesa fin dall’inizio. Il popolo giapponese, in particolare i più colpiti dal disastro dello scorso marzo, hanno ormai perso quella granitica fiducia nelle istituzioni che da sempre caratterizzava la società nipponica. Poi un uomo chiede ad Akira Satoh, direttore del comando locale per la risposta all’emergenza nucleare: “Come per tutte le altre persone anche a Fukushima si ha il diritto di evitare l’esposizione alle radiazioni e vivere una vita sana. Non lo crede?” Ma Satoh cerca di tergiversare. “Il governo ha cercato di ridurre l’esposizione alle radiazioni per quanto è stato possibile”. “Non ha risposto alla domanda”, viene incalzato. “Quindi lei crede che loro non abbiano quel diritto?” “Non so se loro abbiano quel diritto”. Questa la risposta sconvolgente del burocrate.


I presenti, umiliati, alzano la voce. Protestano. “Lei crede che il popolo di Fukushima non abbia diritti umani?”, grida una donna. “Intende dire che esiste una differenza in termini di livelli di esposizione standard tra la prefettura di Fukushima e le altre?”, chiede un altro. “Ciò che sto dicendo è che il governo ha cercato di ridurre l’esposizione alle radiazioni per quanto è stato possibile”, è la solita risposta di Satoh. “Lei continua a non rispondere!”, gridano.
Il direttore del comando locale non vuole più rispondere. “Ho già detto tutto ciò che potevo”. Ma la situazione gli è ormai sfuggita di mano. “Ci sono persone a Fukushima che vogliono essere evacuate. Per favore il governo si faccia carico di evacuarli”, chiede un uomo dai banchi. La gente applaude.
Satoh tentenna, prende tempo, poi lentamente si avvicina al microfono: “Siete liberi di andarvene a vostro rischio, se volete. Se le persone vivono in un luogo sicuro, il governo chiede loro di restare.”
“E’ in atto un’emergenza adesso, non è così?” “Quindi Fukushima è considerata sicura?”, chiedono. “Anche nel blocco comunista l’Unione Sovietica evacuò prontamente la popolazione della Bielorussia (probabilmente s’intendeva l’Ucraina, ndr), durante l’incidente di Chernobyl. Come può il Giappone, un Paese libero, non fare lo stesso?” Altri applausi. “L’Unione Sovietica ha evacuato 240.000 bambini in due settimane – continuano dal pubblico – cosa sta facendo in Giappone da quattro mesi?”
Akira Satoh ha lo sguardo basso, messo alle strette sembra non voler più rispondere alle domande. “Si vergoni!” “Cos’è venuto a fare qui!?” gli gridano. “Vorremmo che lei prendesse questi campioni di urina di bambini per farli analizzare – chiede una donna – e vorremmo che lei ci informasse su chi ed in che modo avrà condotto quei test”. A questo punto Satoh si alza e tenta di allontanarsi dalla stanza, inseguito da alcuni dei presenti che lo esortano a portare con se i campioni di urina.
Il più irriducibile gli blocca la strada: “Prenda questo campione. Vorremmo che lo portasse al governo centrale. Non aveva forse detto che se avessero portato i loro campioni di urina lei li avrebbe fatti analizzare?” “Non è di nostra competenza svolgere questi test”, è la risposta. “Per favore non se ne vada, comunichi con noi come fanno le persone! Crede forse che i politici di Tokyo siano più importanti della gente di Fukushima? La sto supplicando…” Ma Akira Satoh ormai è sfuggito. “Lei non ha figli?” sono le ultime, disperate parole dell’uomo.





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