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giovedì 7 luglio 2011
Pensare stanca. Pensare in piena autonomia e in maniera critica, andando oltre i luoghi comuni e gli stereotipi, implica un grande sforzo a cui forse non siamo abituati. L’élite al potere, ovvero quella che detiene il capitale finanziario e il mondo mediatico, non solo non ci abitua e non ci aiuta a sviluppare il pensiero critico, ma ha paura di esso e di un suo sviluppo.
Facciamo un passo indietro e chiediamoci cosa significhi pensare. Se lo chiedeva anche Heidegger il quale sosteneva che pensare, nel mondo occidentale, ha sempre significato prendere, afferrare; acquisire un qualcosa per piegarlo alle nostre esigenze. È da questo che nasce la tecnica. In Oriente invece, pensare significa “semplicemente” conoscere, e non afferrare e scoprire il significato della natura per sottometterla. In occidente dunque il pensiero si è sempre declinato nella direzione del potere (Galimberti 2004: 71).
Pensare criticamente invece significa mettere in discussione le banalità e i luoghi comuni, così come i “miti della società”. Il compito del pensiero critico è quello di svelare le apparenze della società, gli inganni e le false coscienze e illuminare o portare l’uomo fuori dalla caverna platonica. Compito del pensiero critico è anche quello di elaborare nuovi modelli di vita e far presente che esistono altre forme di società che non siano basate sulla crescita incondizionata del PIL e sul consumismo più sfrenato. Criticare il sistema esistente implica una piena presa di coscienza della propria situazione. Pensare criticamente significa andare oltre l’apparente e il banale o, come sostiene Hegel, «negare ciò che ci sta immediatamente dinanzi». Pensare in questi termini significa capire, come sostiene Marcuse, che «la realtà è qualcosa di diverso da ciò che è codificato nella logica e nel linguaggio dei fatti; essa trascende questi limiti» (Marcuse 1997: 47). Ma il limite di Marcuse è forse quello di credere che nessuna critica sociale sia possibile all’interno del linguaggio comune. Essa, a mio avviso, non solo è possibile all’interno dei confini tracciati dal linguaggio comune, ma è anche doverosa per l’intellettuale.
È necessario che la scuola insegni a pensare, fornisca gli strumenti per affinare il pensiero critico, che coltivi l’homo criticus e non solo quello faber o ludens. È l’istituzione scuola che dovrebbe, più di altre, sviluppare e allenare il pensiero critico e contrastare il potere dell’industria culturale, dal cinema alla pubblicità, che trasforma i bisogni sociali in bisogni individuali, che spinge, proponendo modelli di successo, gli individui, sin da bambini, alla ricerca sempre più spasmodica del lusso e del comfort, e a trasformare lo spreco in bisogno. L’industria culturale sente la necessità di forgiare l’“uomo acritico” che preferisce ragionare per luoghi comuni, accettare dogmaticamente la distinzione manichea del bene contro il male, i facili stereotipi lanciati come slogan che semplificano il nostro modo di ragionare. In fondo, se ci pensiamo bene, è molto più facile, oltre che meno faticoso, pensare in maniera passiva, ragionare per stereotipi sulla base delle informazioni e delle nozioni di cui siamo già a conoscenza e che il mondo mediatico ci fornisce. Forse ha ragione Lippmann quando sostiene che è la struttura cognitiva stessa dell’uomo che lo spinge a vedere «ciò di cui la nostra mente è già piena al riguardo. Un atteggiamento di questo genere risparmia energie. Infatti il tentativo di vedere tutte le cose con freschezza e in dettaglio, invece che nella loro tipicità e generalità, è spossante; e quando si è molto occupati, è praticamente impossibile» (Lippmann 2004: 67).
Il mondo mediatico, dal quale traiamo buona parte della nostra conoscenza e dal quale impariamo a desiderare e sognare qualcosa, non stimola il pensiero critico, ma al contrario cerca di imbrigliarlo all’interno del progresso tecnologico e attraverso l’imposizione di bisogni. Facendo propri questi bisogni, accettando «volontariamente» questi desideri ed interiorizzandoli nell’io più profondo, l’uomo si mimetizza perfettamente nella società in cui vive e ne diviene un tutt’uno, un’unica dimensione direbbe Marcuse, per cui è difficile ipotizzare una sua presa di coscienza e un voler andar contro il sistema. Lo sviluppo del pensiero critico viene, spesso, stroncato dalla eccessiva esposizione ai media. L’essere umano sembra sempre più appiattirsi sulle posizioni della società, sulle posizioni che aiutano lo status quo a auto-perpetuarsi e rinforzarsi.
Non spetta solo alla scuola il gravoso compito di coltivare il pensiero critico, ma anche gli intellettuali dovrebbero stimolare il senso critico della ragione e immettere ogni tanto qualche granellino di sabbia negli ingranaggi ben oleati del sistema, anche sotto forma di provocazioni. L’intellettuale dovrebbe avere la forza morale e l’onestà intellettuale di dire alcune verità scomode e remare controcorrente, anche se questo implica sforzi e sacrifici (Bourdieu 1991). Sforzi cognitivi e sacrifici di carriera. Pensare criticamente non solo stanca ma, a volte, è rischioso. L’autonomia ha un suo prezzo, che spesso paghi amaramente, ma nessun piacere è equiparabile al profumo di libertà.
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Facciamo un passo indietro e chiediamoci cosa significhi pensare. Se lo chiedeva anche Heidegger il quale sosteneva che pensare, nel mondo occidentale, ha sempre significato prendere, afferrare; acquisire un qualcosa per piegarlo alle nostre esigenze. È da questo che nasce la tecnica. In Oriente invece, pensare significa “semplicemente” conoscere, e non afferrare e scoprire il significato della natura per sottometterla. In occidente dunque il pensiero si è sempre declinato nella direzione del potere (Galimberti 2004: 71).
Pensare criticamente invece significa mettere in discussione le banalità e i luoghi comuni, così come i “miti della società”. Il compito del pensiero critico è quello di svelare le apparenze della società, gli inganni e le false coscienze e illuminare o portare l’uomo fuori dalla caverna platonica. Compito del pensiero critico è anche quello di elaborare nuovi modelli di vita e far presente che esistono altre forme di società che non siano basate sulla crescita incondizionata del PIL e sul consumismo più sfrenato. Criticare il sistema esistente implica una piena presa di coscienza della propria situazione. Pensare criticamente significa andare oltre l’apparente e il banale o, come sostiene Hegel, «negare ciò che ci sta immediatamente dinanzi». Pensare in questi termini significa capire, come sostiene Marcuse, che «la realtà è qualcosa di diverso da ciò che è codificato nella logica e nel linguaggio dei fatti; essa trascende questi limiti» (Marcuse 1997: 47). Ma il limite di Marcuse è forse quello di credere che nessuna critica sociale sia possibile all’interno del linguaggio comune. Essa, a mio avviso, non solo è possibile all’interno dei confini tracciati dal linguaggio comune, ma è anche doverosa per l’intellettuale.
È necessario che la scuola insegni a pensare, fornisca gli strumenti per affinare il pensiero critico, che coltivi l’homo criticus e non solo quello faber o ludens. È l’istituzione scuola che dovrebbe, più di altre, sviluppare e allenare il pensiero critico e contrastare il potere dell’industria culturale, dal cinema alla pubblicità, che trasforma i bisogni sociali in bisogni individuali, che spinge, proponendo modelli di successo, gli individui, sin da bambini, alla ricerca sempre più spasmodica del lusso e del comfort, e a trasformare lo spreco in bisogno. L’industria culturale sente la necessità di forgiare l’“uomo acritico” che preferisce ragionare per luoghi comuni, accettare dogmaticamente la distinzione manichea del bene contro il male, i facili stereotipi lanciati come slogan che semplificano il nostro modo di ragionare. In fondo, se ci pensiamo bene, è molto più facile, oltre che meno faticoso, pensare in maniera passiva, ragionare per stereotipi sulla base delle informazioni e delle nozioni di cui siamo già a conoscenza e che il mondo mediatico ci fornisce. Forse ha ragione Lippmann quando sostiene che è la struttura cognitiva stessa dell’uomo che lo spinge a vedere «ciò di cui la nostra mente è già piena al riguardo. Un atteggiamento di questo genere risparmia energie. Infatti il tentativo di vedere tutte le cose con freschezza e in dettaglio, invece che nella loro tipicità e generalità, è spossante; e quando si è molto occupati, è praticamente impossibile» (Lippmann 2004: 67).
Il mondo mediatico, dal quale traiamo buona parte della nostra conoscenza e dal quale impariamo a desiderare e sognare qualcosa, non stimola il pensiero critico, ma al contrario cerca di imbrigliarlo all’interno del progresso tecnologico e attraverso l’imposizione di bisogni. Facendo propri questi bisogni, accettando «volontariamente» questi desideri ed interiorizzandoli nell’io più profondo, l’uomo si mimetizza perfettamente nella società in cui vive e ne diviene un tutt’uno, un’unica dimensione direbbe Marcuse, per cui è difficile ipotizzare una sua presa di coscienza e un voler andar contro il sistema. Lo sviluppo del pensiero critico viene, spesso, stroncato dalla eccessiva esposizione ai media. L’essere umano sembra sempre più appiattirsi sulle posizioni della società, sulle posizioni che aiutano lo status quo a auto-perpetuarsi e rinforzarsi.
Non spetta solo alla scuola il gravoso compito di coltivare il pensiero critico, ma anche gli intellettuali dovrebbero stimolare il senso critico della ragione e immettere ogni tanto qualche granellino di sabbia negli ingranaggi ben oleati del sistema, anche sotto forma di provocazioni. L’intellettuale dovrebbe avere la forza morale e l’onestà intellettuale di dire alcune verità scomode e remare controcorrente, anche se questo implica sforzi e sacrifici (Bourdieu 1991). Sforzi cognitivi e sacrifici di carriera. Pensare criticamente non solo stanca ma, a volte, è rischioso. L’autonomia ha un suo prezzo, che spesso paghi amaramente, ma nessun piacere è equiparabile al profumo di libertà.
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