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martedì 12 luglio 2011
Cosa succede quando una piccola associazione ambientalista si mette di traverso a un colosso come le Cartiere Pigna?

I fatti: nell’aprile 2010, Terra! pubblica il rapporto “Le tigri di carta” dove si denuncia che anche le Cartiere Paolo Pigna acquistano carta dal colosso cartario asiatico Asia Pulp and Paper (App), principale attore della deforestazione in Indonesia, che ha spianato oltre un milione di ettari di foreste pluviali, un’area vasta quanto l’Abruzzo, per farne piantagioni di acacia.

Prima della pubblicazione del rapporto, Terra! cerca di entrare in contatto varie volte con Pigna (raccomandate, telefonate, lettere e mail) rivolgendo la stessa richiesta fatta a molte altre aziende: interrompere i rapporti commerciali con App fino a quando questa impresa non fermerà la distruzione delle foreste pluviali.

Nessun risposta.

Dopo la pubblicazione del rapporto e dopo che alcuni attivisti issano uno striscione a Piazza Venezia, i legali di Pigna (ricordate lo studio Dotti? ex legale di Berlusconi) si affrettano a scrivere ai giornali sostenendo che “Cartiere Pigna non tiene rapporti commerciali con la società indonesiana Asian Pulp and Paper e non si approvvigiona di prodotti derivanti dalle foreste indonesiane” (cosa falsa come vedremo dopo). Ma non  è tutto, perché dopo qualche giorno arriva la citazione in giudizio. Pigna chiede 500.000 € a Terra! per diffamazione, una cifra che equivale a 6 volte lo stesso bilancio dell’associazione, esponendola di fatto al rischio di chiusura.



Il processo di primo grado si tiene a Bergamo, dove ha sede Pigna e dove l’on. Jannone, presidente e amministratore delegato dell’azienda e deputato Pdl, ha il suo feudo elettorale.


Durante il processo, Terra! deposita agli atti gli estremi di alcune fatture che attestano i rapporti commerciali esistenti tra Pigna e App, dimostrando che le dichiarazioni alla stampa fatte dai legali di Pigna sono false. Vengono inoltre presentate delle analisi effettuate da un laboratorio americano su quattro quaderni Pigna made in Indonesia, che contengono un’alta percentuale di fibra di acacia e di fibra mista tropicale (MTH)…vale a dire, foresta pluviale ridotta in trucioli! È la prova evidente che esiste un legame tra alcuni prodotti della Pigna e deforestazione.


Tuttavia, il tribunale di Bergamo condanna Terra! a un risarcimento di 20.000 € più le spese, per non avere rispettato il limite della continenza: come a dire, Terra! dice la verità, ma troppo ad alta voce!


Prossima tappa l’udienza di appello del 28 settembre.


Fin qui i fatti. 


Tralasciando gli aspetti processuali, che avremo modo di affrontare nelle opportune sedi, vorrei fare qualche considerazione sul perché si è arrivati a questo punto.


Primo, perché le cartiere Paolo Pigna e l’on. Jannone non hanno mai risposto alle richieste di Terra!?


Le aziende, soprattutto quelle prestigiose come Pigna, hanno il dovere morale della trasparenza e della responsabilità; rispondere delle proprie azioni a una associazione e all’opinione pubblica, fa parte di questi doveri. Tant’è che molte aziende dello stesso spessore hanno risposto subito e, in molti casi, hanno deciso di interrompere i rapporti commerciali con l’App.


Secondo, invece di arrivare a questo accanimento, non sarebbe più semplice ammettere l’errore–  capita anche ai migliori di sbagliare – impegnandosi a non acquistare più da App?


Questa non è solo la richiesta di Terra!, ma di altre 40 associazioni, tra cui WWF e Greenpeace che, a livello nazionale e internazionale, stanno portando avanti la stessa campagna per la difesa delle foreste indonesiane.


Il prestigio e il nome di Pigna si misura anche su questo.


Mi auguro che l’on. Jannone voglia impegnarsi in prima persona per far sì che un grande marchio non venga mai associato alla deforestazione; per farlo non serve citare in giudizio, basta non rifornirsi più da aziende direttamente collegate a questo scempio.


Ultima considerazione, che non sarà nuova ai lettori de Il Fatto: questo processo tira in ballo il problema dell’utilizzo che si fa, spesso in maniera distorta, dello strumento della citazione per diffamazione. Posto che ognuno ha il diritto di citare o querelare qualcuno quando si sente diffamato, ho l’impressione che quello che dovrebbe essere uno strumento di tutela, stia diventandoun’arma per mettere a tacere chi non la pensa come te.


È evidente che quando ricevi una citazione per 500.000€ e non hai le spalle coperte, la paura rischia di paralizzarti e le gambe tremano. Terra! le spalle coperte non le ha, ma la solidarietà e la vicinanza che ha ricevuto dalle persone e dalle oltre 50 associazioni che hanno firmato l’appello in suo sostegno, sicuramente gli danno la spinta per continuare.


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da "Il Fatto Quotidiano"




 Lo staff del nostro sito, dopo aver letto questo articolo de "Il Fatto Quotidiano" certo non acquisterà più niente con quel marchio.... VERGOGNA



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