*** Clicca su "follow" per iscriverti agli aggiornamenti Facebook di Alessandro Raffa, portavoce di nocensura.com: in caso di problemi o di censura, resterai in contatto con noi! Clicca QUI per iscriverti alla nostra pagina Facebook. Siamo presenti anche su twitter: http://twitter.com/nocensura e su Google Plus: http://plus.google.com/+nocensura

domenica 31 luglio 2011

Global Witness solleva dubbi sulle certificazioni forestali WWF





Il problema delle certificazioni forestali è complesso.  Greenpeace: “l’operato del PEFC è stato già messo in discussione da molte associazioni ambientaliste“.
La questione diventa ancora più spinosa quando nel mirino entra un’altra certificazione, una di quelle “al di sopra di ogni sospetto“, la Global Forest and Trade Network del WWF. Il simbolo del Panda, almeno ai profani, è indiscutibilmente una garanzia, ma se non fosse più così?
Tutto nasce da un report (”Pandering to the Loggers“) diffuso da Global Witness e rilanciato dal New York Times ottenendo così immediata diffusione sui media di tutto il mondo. I casi controversi, che servono a smontare la credibilità del GFTN, sono tre. La Danzer Group(ritenuta responsabile nella Repubblica democratica del Congo di “violazioni dei diritti umani”), la malaysiana Ta Ann Holding Berhad (capace di sfruttare ogni giorno l’equivalente di 20 campi di calcio in una zona che è habitat che nonostante si fregi del marchio con il panda ha operazioni forestali che distruggono foreste tropicali per un equivalente di 20 campi di calcio al giorno, tra l’altro in una zona che è habitat dal orangutan, specie protetta dallo stesso WWF) e l’inglese Jewson, che continuerebbe ad acquisire legnami da fonti illegali. Queste tre imprese hanno ottenuto la certificazione dal WWF e continuano a poter pubblicamente fregiarsi del marchio del famigerato panda.
In un modo più raffinato e specifico, senza offesa per nessuno, rispetto alla battaglia di Greenpeace contro il PFEC questo report sembra dimostrare la concessione “allegra” di una certificazione da parte del WWF che ormai copre il 16% del commercio globale di legnami, un business da quasi 70 miliardi di dollari l’anno.
Soltanto un problema di volumi? Non si direbbe. Lo scenario è sconfortante perché inevitabilmente finisce per far perdere qualsiasi fiducia nella trasparenza e nell’affidabilità delle certificazioni forestali, una foglia di fico per gli scettici della prima ora, ma comunque un punto di partenza per iniziare a ragionare su un concetto di sostenibilità diffusa del sistema economico e dello sfruttamento delle risorse.





Condividi su Facebook

Nome

Email *

Messaggio *