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sabato 4 giugno 2011
L'università di Firenze insieme a quella di Oxford ha scoperto che tra 2,7 e 1,7 milioni di anni fa «le femmine stavano fuori nella savana e i maschi a casa».

Sui primi ominidi la scienza ci ha abituato alle teorie più varie: che avevano livelli di testosterone più elevati degli uomini moderni, che erano sessualmente promiscui, competitivi e molto aggressivi. Oggi però dobbiamo aggiungere un altro tassello a questo mosaico, e l’opportunità ci viene offerta da uno studio congiunto tra l’Università di Oxford e l’ateneo fiorentino. In particolare gli studiosi toscani hanno scoperto che tra 2,7 e 1,7 milioni di anni fa «le femmine stavano tutto il giorno fuori nella savana e i maschi preferivano restare a casa, dove probabilmente facevano i mammi occupandosi della prole».

La ricerca, che è stata pubblicata sulla rivista Nature, ha esaminato gli isotopi di stronzio trovati nella dentatura di una ventina di uomini primitivi vissuti in alcune caverne sudafricane. Le specie passate al microscopio sono l’Australopithecus africanus, la stessa a cui apparteneva anche la famosa Lucy, vissuta oltre tre milioni di anni fa, e la Paranthropus robustus, estintasi per ragioni ancora da accertare. Ebbene, come confermano i ricercatori di Oxford e dell’Unifi, grazie a quegli isotopi presenti nelle rocce, nel sottosuolo e assorbiti durante la mineralizzazione dei denti, è stato possibile svelare che i maschi hanno principalmente vissuto in caverna, dove sono stati scoperti i resti.

Due sono le ipotesi su cui i ricercatori stanno lavorando: le femmine si allontanavano per procacciare cibo o per seguire altri gruppi, lasciando a “casa compagni e figli”. «Non mi stupisce che tra gli ominidi non vi fossero ruoli specifici ma una flessibilità nei rapporti dato che la struttura sociale dei primati, come dimostrano gli studi svolti fino ad oggi, non era rigida ma aveva una variabilità molto ampia», ha osservato il paleontologo Lorenzo Rook dell'Università di Firenze. La strepitosa scoperta sembra aprire nuovi scenari anche per lo studio del bipedismo: «Si pensa – afferma all’Ansa Sandi Copeland coordinatore del progetto - che il bipedismo si sia evoluto per permettere ai primi uomini di percorrere grandi distanze. Ma scoprire che i maschi si spostavano pochissimo implica che il bipedismo si sia evoluto per ragioni diverse«.




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