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lunedì 27 giugno 2011

La vera istruzione è insegnare alla gente a pensare da sola: è una faccenda complicata che richiede la capacità di catturare l'attenzione e l'interesse degli studenti per far sì che questi vogliano pensare, imparare ed esplorare nuovi campi. Fare un'abbuffata di "buone letture" è sicuramente il metodo peggiore, perché trasforma le persone in automi.
L'intero percorso scolastico, dall'asilo ai corsi post-laurea, sarà consentito solo fino a quando continuerà a svolgere il suo ruolo istituzionale. Prendiamo le università, che sotto molti aspetti non funzionano diversamente dai media, anche se sono più complesse e più difficili da analizzare sistematicamente. Le università non producono abbastanza denaro da finanziarsi autonomamente, sono istituzioni parassitarie che devono essere sovvenzionate dall'esterno, il che significa che dipendono dagli studenti benestanti, dalle aziende, dal governo, ovvero da settori della società che condividono i medesimi interessi. E finché servono questi interessi, le università vengono finanziate.
Non voglio dire che la scuola non svolga alcuna funzione utile, o che sia solo una fucina di forza lavoro per il sistema delle imprese. Ma il suo principale ruolo istituzionale, che è poi il motivo per cui viene finanziata, è di fornire un servizio ideologico, promuovendo l'obbedienza e il conformismo. Questo processo comincia all'asilo.
Il mio più caro e vecchio amico giunse negli Stati Uniti dalla Lituania quando aveva quindici anni, per sfuggire alle persecuzioni hitleriane. Venne a New York con i suoi genitori e si iscrisse alla George Washington High School, che era l'istituto in cui andavano all'epoca i ragazzi ebrei più dotati. Una volta mi disse che la cosa che lo aveva più colpito della scuola americana era che se uno prendeva un brutto voto nessuno diceva nulla, ma se arrivava con tre minuti di ritardo veniva mandato in presidenza. Ne dedusse che ciò che importava era la capacità di lavorare in una catena di montaggio, anche se di tipo intellettuale: fare ciò che viene ordinato e stare al posto assegnato. Il messaggio era: dovrai diventare un operaio in fabbrica, anche se la fabbrica sarà un'università; obbedire agli ordini di qualcuno e lavorare come ti viene detto. Ciò che conta è la disciplina, non scoprire le cose per conto tuo o capire che cosa ti interessa. Devi solo avere i requisiti del bravo operaio.
La scuola è questo: premiare la disciplina e l'obbedienza e punire il pensiero indipendente. Se qualcuno prova a essere un po' innovativo, o un giorno si dimentica di andare a scuola perché sta leggendo un libro che lo interessa, allora commette un crimine perché invece di obbedire pensa. In effetti, la maggior parte di coloro che dopo questo tipo di percorso scolastico sono approdati a far parte dell'élite universitaria sono persone che per anni hanno obbedito volontariamente a ordini stupidi impartiti da insegnanti altrettanto stupidi. E se uno un giorno obbedisce a un ordine che gli sembra insensato, e il giorno dopo ancora e poi ancora, alla fine è talmente ben plasmato da meritarsi i privilegi più ambiti. Alcuni seguono consapevolmente questo percorso dicendosi: «D'accordo, faccio quello che mi chiede questo cretino perché voglio andare avanti»; altri lo fanno perché hanno interiorizzato questi valori, ma alla fine i due atteggiamenti finiscono per coincidere. In ogni caso bisogna soggiacere a questa regola se non si vuole essere estromessi dal gioco.
Ma c'è anche chi non va avanti e viene definito un individuo "demotivato" o con "problemi di comportamento". Non voglio essere superficiale, ci sono davvero bambini che hanno problemi di comportamento, ma per la maggior parte si tratta di bambini che pensano con la loro testa, che non sono conformisti e che vogliono andare per la loro strada. Per questo hanno molti problemi e vengono emarginati. Ho insegnato anche ai bambini e c'è sempre qualcuno che proprio non ti dà retta. In genere si cerca di piegarli, perché li si considera dei rompiscatole, e invece bisognerebbe incoraggiarli. Bisogna chiedersi: perché dovrebbero ascoltarmi? Chi diavolo sono io? E provare a mettersi al loro posto. Questo dovrebbe essere il metodo di insegnamento da applicare. Da quando avevo un anno e mezzo ai dodici anni ho avuto la fortuna di frequentare una scuola sperimentale deweyana, ispirata agli insegnamenti di John Dewey, filosofo e pedagogo americano, dove questo metodo veniva applicato regolarmente: i bambini erano incoraggiati a discutere di tutto, a lavorare per conto proprio e ad avere autonomia di pensiero. È stata un'esperienza fantastica. Ma tutto è cambiato radicalmente quando sono passato alla scuola superiore, che era l'orgoglio del sistema scolastico di Filadelfia. Era frequentata dai ragazzi orientati a proseguire gli studi all'università, ma era il posto più insulso e ridicolo che avessi mai visto; è stato come precipitare in un buco nero. Per prima cosa, vigeva una competizione estrema tra gli studenti, che è il modo migliore per controllarli. C'era una graduatoria e tutti sapevano sempre esattamente a che livello erano: eri il terzo della classe e dovevi cercare di non diventare il quarto. Queste cose venivano inculcate in vari modi nella testa degli studenti, che dovevano sempre battere gli altri e guardarsi le spalle da chiunque.
Tutto ciò però non era affatto necessario ai fini dell'apprendimento e io lo sapevo perché venivo da un'esperienza completamente opposta. Ma il ruolo istituzionale della scuola nella società, data la struttura del potere esterno in cui svolge la sua attività, è soprattutto quello di educare all'obbedienza e al conformismo, in modo che gli individui siano più facilmente controllabili e indottrinati. E fino a che sosterrà questo ruolo, la scuola verrà finanziata.
In campo scientifico c'è una sorta di addestramento alla creatività e alla disobbedienza, perché altrimenti non si può fare scienza. Ma nelle scienze umane e sociali, o in campi come il giornalismo e l'economia, la gente viene addestrata a dirigere e controllare, ad accettare tutto senza fare troppe domande. E chi esce dal seminato viene eliminato o ricacciato indietro.
Non è una possibilità tanto astratta. Se prendiamo un giovane in un college, o un giornalista o uno studente di liceo che pensi troppo con la sua testa, ci sono molti meccanismi che si possono usare per convincerlo ad allinearsi, prima di arrivare a emarginarlo. Al liceo si parlerà di "problemi di comportamento", al college di "irresponsabilità", di "incostanza" o del fatto che è "un cattivo studente" e in seguito può essere uno che "non va d'accordo con gli altri", che "non sa collaborare". Un giovane giornalista che indaga su questioni che chi sta sopra di lui non ritiene vadano indagate viene spedito alla cronaca nera con la giustificazione che non ha un "corretto livello di obiettività". Esiste una gamma infinita di tecniche di dissuasione.
Appena terminata l'università mi iscrissi a Harvard a un corso che si chiamava "La società degli accademici" nel quale si veniva educati a diventare un professore di Harvard o di Yale: a scegliere il vino giusto, a dire le cose giuste e altre cose del genere. Avevamo a disposizione tutte le opportunità che offre Harvard, e il nostro unico dovere era far bella figura a tavola. Lo scopo era la socializzazione, l'apprendimento dei valori giusti. Mi ricordo che all'epoca, a Harvard, era in voga una certa anglofilia: bisognava indossare abiti inglesi e parlare con accento inglese. C'erano dei perfetti inglesi che non avevano mai messo piede fuori degli Stati Uniti. In qualche maniera sono riuscito a sopravvivere a tutto ciò, anche se non so bene come, ma la maggior parte non ce l'ha fatta. In ogni caso ho imparato che per lo più l'istruzione che viene impartita dalle istituzioni elitarie è semplice raffinatezza, buone maniere: cosa indossare, come bere il porto, come condurre una conversazione educata senza parlare di argomenti seri ma lasciando capire che saresti in grado di parlarne se non fossero così volgari; tutto quello, insomma, che si suppone un intellettuale debba saper fare. Vent'anni fa un attivista per i diritti civili dei neri raccontò una storia che illustra bene altri tipi di pressione. Durante un discorso, raccontò che tutti quelli che iniziavano a studiare legge a Harvard arrivavano con i capelli lunghi e lo zaino, avevano i loro ideali, volevano lavorare per i servizi sociali, cambiare il mondo e così via. In primavera arrivavano dei funzionari per selezionare gli studenti per qualche comodo lavoro estivo negli studi legali di Wall Street, e tutti si dicevano: «Ma che diamine, posso anche radermi e mettermi in giacca e cravatta per una volta. In fondo quei soldi mi farebbero comodo. Perché non dovrei averli?». Così indossavano giacca e cravatta, facevano il loro lavoro estivo e tornavano in autunno, obbedienti, con la giacca, la cravatta e una nuova ideologia. A volte ci volevano due anni.
È facile essere conquistati dal fascino e dalle gratificazioni della cultura dominante. Tra l'altro, le persone che ne fanno parte non sono tanto orribili, non viene voglia di insultarle. A volte anzi sono molto gradevoli, tanto che cerchi di diventarne amico, magari sei già loro amico, inizi a adeguarti, a smorzare i toni. E l'istruzione in un posto come Harvard è esattamente funzionale a questo scopo.
Ma se uno volesse studiare i fenomeni importanti nella vita moderna, in quale università dovrebbe andare o a quale professione accademica dovrebbe dedicarsi? Non dovrebbe frequentare una facoltà economica, perché lì non si trattano questi argomenti: lì si elaborano modelli astratti del funzionamento dell'economia della libera impresa, sapete, proiezioni in uno spazio a dieci dimensioni di un inesistente sistema di libero mercato. Non dovrebbe frequentare quella di scienze politiche, perché lì si studiano statistiche elettorali, campioni di votanti e microburocrazia, per esempio il modo in cui un burocrate parla a un altro in una determinata situazione. Non dovrebbe frequentare quella di antropologia, perché lì si studiano le tribù della Nuova Guinea, né i corsi di sociologia, dove ci si occupa dei crimini commessi nei ghetti. In effetti non dovrebbe frequentare nessuna facoltà, perché nessuna tratta questi problemi. Non ci sono riviste che ne parlino. Non esistono strutture accademiche che si occupino delle questioni fondamentali della società moderna. Non è un caso che non ci sia un campo che studia questi problemi, perché se ci fosse la gente potrebbe capire troppe cose e, in una società relativamente libera come la nostra, cominciare a dare uno sbocco a questa conoscenza, eventualità che nessuna istituzione vuole incoraggiare. Non c'è nulla, infatti, di quanto ho detto che non potrebbe essere spiegato a uno studente delle superiori. Ma queste materie non fanno parte dei corsi, perché lì si studia il modo in cui le cose dovrebbero funzionare, non quello in cui funzionano davvero.
Detto per inciso, l'aspetto geniale del sistema dell'istruzione superiore è la sua abilità nel tenere sotto controllo anche coloro che credono di essere dalla parte giusta. Così, se qualche ragazzo va all'università convinto di essere un radicale, può continuare a esserne convinto purché adotti le categorie che gli impediscono di porre le domande giuste e di vedere i problemi reali. Ma questo ragazzo non penserà di essere al servizio della classe dominante, al contrario penserà di essere un economista marxista o qualcosa di simile. In realtà sarà semplicemente stato messo nelle condizioni di non nuocere.
Queste sono dunque forme di controllo sottili che fanno sì che i meccanismi del potere non vengano compresi. Le istituzioni del potere non vogliono essere oggetto di indagine. E, d'altra parte, perché dovrebbero volerlo? Non desiderano che si conosca il loro modo di operare; forse chi sta al loro interno lo conosce, ma non vuole divulgarlo nel timore che qualcuno metta in discussione il suo ruolo.
Se qualche giovane politologo o economista decidesse di provare a porre domande poco gradite, avrebbe ottime possibilità di essere emarginato o di essere del tutto estromesso dalle istituzioni. Negli Stati Uniti ci sono state diverse purghe universitarie. Negli anni cinquanta, per esempio, le università furono ripulite dai dissidenti: la gente veniva licenziata con qualsiasi pretesto o non le fu permesso di insegnare. E gli effetti di questa epurazione furono notevoli. In seguito, durante gli anni sessanta, quando i fermenti politici erano al loro apice, ricominciarono le purghe e i dissidenti vennero spesso fatti fuori per motivi esplicitamente politici, senza cercare pretesti. Per esempio, molti dei migliori specialisti statunitensi sull'Asia ora insegnano in Australia o in Giappone perché non sono riusciti a trovare un'occupazione negli Stati Uniti a causa delle loro idee politiche. In Australia insegnano i migliori specialisti del Sudest asiatico, per la maggior parte americani formatisi all'università negli anni sessanta, che però non hanno potuto lavorare nelle istituzioni accademiche statunitensi a causa delle loro idee politiche. Così se uno vuole studiare la Cambogia con il miglior docente americano, deve andare in Australia.
Un giovane professore di scienze politiche, che tra l'altro oggi è uno dei massimi studiosi in questo campo, Thomas Ferguson, venne nominato assistente subito dopo essersi specializzato a Princeton. Ferguson era un radicale ma era anche molto brillante, e la facoltà aveva bisogno di lui. Un giorno venne nel mio ufficio per raccontarmi, furibondo, che il direttore del suo dipartimento gli aveva detto chiaro e tondo: «Se vuoi rimanere in questo dipartimento lascia stare tutto quanto è successo dopo il New Deal. Puoi scrivere le tue cose radicali fino al New Deal, ma se tratti il periodo successivo qui non ci rimani». Di solito queste cose non vengono dette tanto chiaramente, ma devono essere intuite dai comportamenti degli altri, a volte anche da quello degli studenti. Cose del genere accadono anche ai dottorandi. Io sono quello che al MIT si definisce un "professore d'istituto", il che significa che posso tenere corsi in tutti i dipartimenti dell'università. Negli anni mi è capitato di insegnare in tutti, ma se mi avvicino a scienze politiche sento subito cattive vibrazioni. In altri dipartimenti mi viene chiesto di far parte della commissione che valuta le tesi di dottorato, ma a scienze politiche non mi è quasi mai successo, se non qualche volta da parte di alcune ragazze del Terzo mondo. E questo perché il dipartimento, per non sembrare troppo razzista o sessista, lascia alle ragazze del Terzo mondo un maggior margine di manovra, cosicché possono fare cose che agli altri sono precluse. Alcuni anni fa, una ragazza molto intelligente laureata in scienze politiche voleva anche me nella commissione che doveva valutare la sua tesi di dottorato sui media e il Sudafrica. Ovviamente l'argomento mi interessava e su quel tema avevo sicuramente lavorato più di chiunque altro. Non c'era quindi nessun motivo perché non potessi far parte di quella commissione. Allora si misero in moto i soliti meccanismi. La prima fase del dottorato prevede che lo studente incontri qualche membro della facoltà al quale sottoporre la sua proposta di tesi. Di solito si presentano due membri. Ma quella volta circolò l'indicazione che ogni membro della facoltà avrebbe dovuto essere presente per contrastare la mia pericolosa influenza. E così si presentarono tutti.
Quando la ragazza descrisse la sua tesi, tutti impallidirono e qualcuno le chiese: «Qual è la sua ipotesi?». La ragazza spiegò che partiva dall'ipotesi che il trattamento riservato dai media al Sudafrica era influenzato dagli interessi delle imprese. Quasi tutti avrebbero voluto sprofondare o buttarsi dalla finestra. Ma subito si ripresero e iniziarono a fare l'analisi critica: «Quale metodologia intende adottare? E quali verifiche?». A poco a poco si mise in piedi un apparato che esigeva livelli di prova impossibili nelle scienze sociali. La ragazza non poteva rispondere semplicemente: «Leggo gli editoriali e cerco di capire dove vanno a parare»; bisognava contare le parole e fare qualche tipo di statistica senza senso. Alla fine le imposero di aggiungere un sacco di idiozie, spazzatura pseudoscientifica, cifre, tabelle, grafici, tanto che era difficile cogliere il contenuto essenziale in mezzo alla fanghiglia metodologica. Lei però non si arrese, si battè per le sue idee e alla fine uscì vincitrice grazie alla sua incrollabile determinazione. Qualcuno come lei a volte ce la fa, ma molti vengono fatti fuori.

Dal libro "Capire Il Potere" - Noam Chomsky - 2002



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