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domenica 26 giugno 2011
Dopo il raduno di Pontida la Lega riparte con poca convinzione ai vertici e molti dubbi fra i sostenitori. Proviamo a capire perché.
Come da copione la montagna ha partorito il topolino. Dopo tanti tuoni e fulmini dei responsabili della Lega contro il governo, accusato della sconfitta elettorale,il cielo di Pontida ha portato qualche gocciolina striminzita, altro che l’annunciato tsunami. Niente di nuovo insomma, solo l’dea di spostare qualche ministero nelle città del nord, qualche invettiva per la guerra di Libia, e una sorta di out out a Tremonti sulla riforma fiscale. Tutto qui. Di costi del sistema, lavoro, crisi, rilancio dell’economia, in altre parole di azioni serie neppure l’ombra, con buona pace del popolo leghista che dovrà accontentarsi, come si dice, di tanto fumo.
Sta di fatto che nel trasferimento dei ministeri al Nord non ci crede nessuno, neppure chi lo ha proposto, ma soprattutto sarebbe inutile, aumenterebbero i costi senza alcun beneficio. Un’idea balzana solo per non concludere il raduno a mani vuote. Sulla guerra di Libia è chiaro che ormai la situazione è piuttosto compromessa, mollare la presa adesso darebbe più l’idea di una fuga che non di una scelta e comunque non so neppure se sarebbe conveniente. Qualche interesse in Libia ancora lo abbiamo, perderlo definitivamente a questo punto sarebbe fare un bel favore ai francesi che non aspettano altro, e questo, permettetemi di dire, non mi sembra un’azione intelligente, specialmente dopo le spese già sostenute. Ma la cosa più preoccupante è però la precisa intimazione rivolta a Tremonti a non toccare con nuove tasse i comuni, gli artigiani, le piccole imprese, gli autonomi, di porre un freno alle ganasce di Equitalia, specie nei confronti degli allevatori e, al contempo, il sermone sulla impossibilità di una riforma fiscale seria dato il debito pubblico del nostro paese. In pratica una difesa a spada tratta di quelle categorie in cui si annida la piaga indegna dell’evasione di cui il nostro paese detiene orgogliosamente il record mondiale. 

Il fatto è che la Lega sa bene che il tema del recupero dell’evasione è pericolosissimo per il partito.Tecnicamente la soluzione è di fatto meno difficile di quanto non si voglia far credere, così come lo stesso Tremonti ha già indicato a mezza voce più volte. Basterebbe infatti spostare la tassazione dal lavoro ai beni e servizi, innalzare l’Iva abbassando l’Irpef e, al contempo, predisporre detrazioni mirate per quelle spese dove maggiormente si annida l’evasione. Basterebbe questo per recuperare almeno la metà del malaffare. E stiamo parlando di un mare di soldi, denaro che in buona parte viene portato all’estero e che, se recuperato, potrebbe essere disponibile per investimenti seri di cui avremmo tanto bisogno. Questo è il terrore della Lega, perché recuperare evasione fiscale significa perdere voti, aumentando in definitiva il disastro. Se si votasse oggi la destra perderebbe sonoramente, dice lo stesso Bossi, è facile capire quindi l’atteggiamento tenuto a Pontida, dove la parola d’ordine è stata “imbonire gli elettori con un po’ di fumo” per prendere tempo. In in pratica non staccare il respiratore al governo per non subire danni, non importa se questo danneggerà invece il paese.
La realtà è però che la lega sta perdendo il contatto con la base, con coloro che hanno creduto nella forza riformatrice del movimento. Al grido di “Roma ladrona” si sono denunciati gli sprechi, il centralismo, la burocrazia, il nepotismo, l’assistenzialismo e gli “stipendifici” di regime, agitando la bandiera di un federalismo efficiente, leggero, snello, indipendente, per la gente insomma. Ed invece nulla, ma proprio nulla è cambiato, anzi, la piovra della corruzione è più agguerrita, il paese più povero, perfino le liberalizzazioni, cavallo di battaglia della destra, sono ferme, denuncia Catricalà, per difendere la "casta" di farmacisti, avvocati, consulenti, assicuratori. Il tutto si è alla fine risolto in un gran tourbillon di populismo, slogan, folklore, una fabbrica della paura per gli immigrati, omosessuali, comunisti e zingaropoli. Tutto qui. Una lega camaleontica insomma che ha cambiato rapidamente pelle una volta al governo, una mutazione antropologia che l’ha portata dalla rude combattività del popolo del nord fin sulle ben più ingloriose orme del “caimano” da cui, di fatto dipende, ora, in tutto e per tutto. In altre parole un perfetto adattamento alla romana morfologia delle poltrone di cui, “il Trota” ne incarna il prototipo giunto ormai alla seconda generazione. Sono lontanissimi insomma i tempi dei leaders in canottiera, piuttosto pare che la camicia bianca, la cravatta ed i salotti buoni abbiano sortito il loro effetto. Resta da capire per quanto ancora.



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