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giovedì 16 giugno 2011

Vicino allo scalo le morti per malattie respiratorie sono 4 volte in più che nel resto della provincia Secondo l'Asl di Varese, 250mila abitanti sono a rischio. E ora Sea vuole pure costruire la terza pista

“Disastro ecologico nell’area adiacente Malpensa, nel pieno Parco del Ticino, dovuto al sorvolo degli aeromobili in decollo”. Una riga che ha il peso di un macigno per chi vive sotto le rotte dello scalo, per i progetti di espansione dell’aeroporto che vuol diventare il grande hub padano e sulla quotazione del gestore Sea che il Comune di Milano ha pianificato in autunno. Grazie a documenti esclusivi raccolti dal fattoquotidiano.it si scopre che l’aeroporto della salvezza in realtà è una condanna per l’ambiente e per le popolazioni che vivono entro un’area di 100 chilometri quadrati, una minaccia per la salute di 250mila cittadini sacrificati sull’altare della ragion politica. La nuova giunta Pisapiadovrà presto farci i conti e intanto i decessi in zona Malpensa per malattie respiratorie sono 4 volte superiori rispetto al resto della provincia.

A definire “disastro ecologico” l’impatto di Malpensa è una nota del ministero dell’Ambiente del 7 ottobre 2010 trasmessa a tutti gli enti con competenze aeroportuali: Regione Lombardia, ente Parco del Ticino, ministeri di Trasporti e Agricoltura. Peccato che quel dossier sia rimasto nel cassetto, forse per non danneggiare l’imminente collocamento del titolo Sea che dovrebbe portare al Comune di Milano un dividendo da 160 milioni, già scritto a bilancio dalla giunta Moratti. La notizia rischia di far saltare l’operazione: dopo gli addii di Alitalia nel 2007 e Lufthansa oggi, chi mai investirebbe su un “disastro ecologico”? Chi comprerebbe azioni di una società che va incontro a milioni di euro di indennizzo?
Alla comunicazione ministeriale è allegata una relazione del Corpo Forestale dello Stato, comando di Varese, che attesta la moria degli uccelli e la desertificazione dei boschi e termina ipotizzando “un’eventuale costituzione di parte civile del ministero dell’Ambiente”. I lumbard sono seduti su una bomba pronta a esplodere in una guerra legale di tutti contro tutti: ministero contro ministero, enti locali contro Sea, comitati contro la Regione.










Da anni si sapeva tutto. Malpensa, disastro ecologico. Eppure c’è chi sapeva tutto e niente ha fatto per impedirlo. Nel 1999 il signor Umberto Quintavalle, proprietario di un fondo di 210 ettari nel Parco del Ticino, ha intentato una causa-pilota contro Sea per danno biologico alla propria terra, desertificata dagli idrocarburi scaricati dagli aerei in decollo. La perizia disposta dal Tribunale di Milano attesta che, nei terreni del parco (protetto dall’Unesco), i livelli di idrocarburi superano la soglia consentita e sono addirittura cinque volte superiori rispetto a quelli del casello di Melegnano (A1), il più trafficato d’Italia. A ottobre 2008 è arrivata la sentenza che condanna Sea a risarcire la proprietà con 5 milioni di euro. La società pubblica è ricorsa in appello con poche speranze di ribaltare un giudizio che, per la prima volta in Italia, riconosce il danno ambientale causato dal sorvolo degli aerei e apre la via ad analoghi procedimenti in altre aeree aeroportuali.

Dal 2008 alcuni studi sulla qualità dell’aria hanno rafforzato poi l’allarme sulla pericolosità di Malpensa per la salute della popolazione residente. Negli ultimi due anni Arpa Lombardia, proprio a seguito della sentenza Quintavalle, ha effettuato numerose campagne di misurazione nei comuni di sedime aeroportuale e ha riscontrato livelli di ozono, idrocarburi, metalli pesanti e particolato superiori alle soglie consentite. Con quali effetti sulla salute lo rivela poi un’indagine epidemiologica della Asl della Provincia di Varese condotta nei comuni intorno allo scalo varesino. Lo studio ha analizzato i dati clinici di 12 anni (1997-2009) e ha registrato un aumento della mortalità per malattie respiratorie del 54,1% e un balzo nei ricoveri ospedalieri pari al 23,8%, contro medie per tutta la provincia del 14 e del 7,8%. Anche un recentissimo studio dell’Università Cattolica di Brescia sulla qualità dell’aria mette in croce Malpensa. Si tratta di in un campionamento dei valori inquinanti con diverse postazioni nei comuni intorno all’aeroporto. I risultati sono stati presentati a maggio e segnalano la criticità raggiunta da alcuni inquinanti cancerogeni come il benzopirene che a Besnate ha raggiunto il livello di guardia. Anche questi dati sono stati ignorati dagli enti preposti alla tutela dell’ambiente e della salute.

Tuttavia l’effetto domino è iniziato. Lo smottamento innescato da Quintavalle ha prodotto una valanga nel resto d’Italia: il 2 marzo il ministero della Salute ha finanziato con 550mila euro uno studio epidemiologico coordinato tra le Asl di Torino, Pisa, Verona, Milano. Roma è esclusa perché Ciampino è già oggetto d’uno studio denominato “Sera”, presentato nel 2009, che conferma la correlazione tra aeroporto ed esposizione a inquinanti acustici e chimici. I risultati arriveranno tra 2 anni ma le conclusioni, visti i precedenti, lasciano poco spazio all’ottimismo. A Malpensa analisi di tal tipo erano previste fin dal 1999, quando un decreto del governo D’Alema dava il via libera all’espansione a condizione che fosse istituito un “Osservatorio permanente” su salute pubblica e ambiente, mai insediato. Ora i nodi vengono al pettine.

Ma chi sono i responsabili del “disastro ecologico”? Fin da Malpensa 2000 Regione Lombardia, Comune di Milano e il governo centrale hanno assecondato il sogno di un grande hub padano e hanno incaricato Sea di realizzarlo, abdicando al loro ruolo di indirizzo e lasciando che un soggetto pubblico si comportasse come un privato, cieco davanti ai profitti (da portare in dote al proprio azionista, il Comune di Milano) e sordo alle richieste dei residenti.

E la storia si ripete con il piano investimenti Sea (2010-2020) da 1,3 miliardi di euro che ruota attorno alla “Terza pista” e che suscita tanti dubbi perché le previsioni di crescita del traffico aereo poste a base del piano risultano sovrastimate: la capacità delle piste attuali supera i 38 milioni di passeggeri/anno quando l’esigenza di oggi non va oltre i 18 e le previsioni per il 2025 i 30. Le stesse compagnie aeree mettono in dubbio l’utilità di una nuova pista: Alitalia e Lufthansa hanno lasciato lo scalo varesino e altri operatori hanno ridimensionato i loro collegamenti. Perfino Confindustria (Assaereo) ha bollato come inutile una nuova pista. E contrari sono anche i comitati delle popolazioni locali che vengono tacciati di “estremismo ambientalista” e ignorati nonostante anni di manifestazioni, banchetti, raccolta firme, appelli e denunce. Sindaci, associazioni ambientaliste, comitati territoriali sono esclusi dal tavolo che decide del loro destino. Chiedono una Valutazione Ambientale Strategica (Vas) che faccia luce sui i rischi connessi al raddoppio del traffico ma senza trovare alcuna disponibilità. Si procederà come sempre, derogando ai piani regolatori e costruendo a suon di varianti urbanistiche. “Nessuna sorpresa. Malpensa è nata come un grande abuso edilizio”, accusa il vicesindaco di Casorate Sempione (Va), Tiziano Marsonconvinto che la 3a pista sia solo un pretesto per requisire altre aree boschive e proseguire lo sviluppo cementizio nel Parco.

Così i comuni di Lonate Pozzolo, Turbigo, Casorate e Nosate si sono rivolti a legali per tutelare ambiente e salute. “Siamo obbligati a farlo, non voglio fare allarmismo ma qui la gente muore”, denuncia il sindaco di Casorate Sempione (Va) Giuseppina Quadrio (Pd) sostenendo che “se le istituzioni non ci danno risposte, ci rivolgeremo alla Magistratura”. Perfino le amministrazioni di centrodestra impugnano i codici: “Sono pronto a far causa a Sea pur di difendere i miei cittadini”, annuncia il sindaco di Lonate Pozzolo Piergiulio Gelosa (Pdl) perché “Malpensa non ha portato ricchezza e benessere come sostengono esponenti del mio partito ma danni ambientali e problemi per residenti e imprese costretti a fuggire altrove”.

Ma Sea e Regione Lombardia tirano dritto verso il potenziamento aeroportuale. Toccherà alla magistratura, ora, fare luce sul “disastro ecologico” e supplire a quel ruolo di indirizzo e controllo che le istituzioni preposte hanno smesso di esercitare.

da Il Fatto Quotidiano






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