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domenica 12 giugno 2011

Il sacerdote racconta il rapporto della Chiesa con l'omosessualità: "Ci lascia soli". Indagato e sieropositivo, ora il prete lascia la parrocchia di Noli: "Mi confesso, ma poi ci ricado"

“Non si può cancellare la forza positiva che anche noi sacerdoti proviamo verso gli altri. Bisogna che se ne parli, non ci devono lasciare soli. Per decenni ci hanno convinti che i sacerdoti con questi pensieri sono dei deviati. Ci dicevano: quando senti quei desideri prega, porta la mente altrove. Poi, però, quando le pulsioni esplodono non hai idea di come comportarti. E ti perdi”.

Don Carlo Rebagliati non è un sacerdote qualsiasi. In Liguria lo conoscono in tanti. Per anni si è dedicato ai tossicodipendenti. Poi ha gestito i conti della Curia di Savona finché sono scoppiati gli scandali e lui ha sbattuto la porta: “Il Vangelo dice di aiutare i poveri, non di diventare imprenditori”.

Oggi don Carlo sta lasciando la parrocchia di Nolidopo essere stato indagato per induzione alla prostituzione e lesioni. Davanti al cronista c’è un uomo di 64 anni che sta facendo i conti con la sua vita. Rebagliati ha vissuto, e molto, si è dedicato agli altri, ma non è riuscito a resistere alle tentazioni che lo tormentavano.

Don Carlo non parla apertamente della propria omosessualità, delle proprie esperienze. Sembra considerarle sottintese: “Nel 1994 mi hanno detto che ero sieropositivo, forse il primo sacerdote in Italia. Ma decisi di non nascondermi, ogni mattina mi mettevo in coda per la terapia con decine di persone che mi conoscevano”. Nelle parole di don Rebagliati non c’è rabbia, nemmeno nei confronti della Chiesa che all’inizio ha usato espressioni forti per parlare dell’Aids: “Ho accettato la sofferenza: potevo aiutare i medici a sperimentare le cure ed essere testimone di questa prova”.


Ma il suo dolore era anche sintomo di un malessere che “la Chiesa non aveva affrontato”: “Il bisogno di una vita affettiva dei sacerdoti”. Don Carlo ripercorre la sua esperienza: “Sono entrato in seminario a 16 anni. Avevo avuto due fidanzatine, ma decisi di dedicarmi a Dio”. L’impegno, però, si scontra con una realtà complessa: “Una notte in seminario vidi due ragazzi in un letto, li sgridai, pensavo lottassero. Dopo capii. Fu il primo episodio, ce ne furono tanti altri. Ma i nostri responsabili rimuovevano: un ragazzo con Playboy fu espulso dal seminario. Che errore! A tanti di noi basterebbe parlare…”.

Come quella volta che il vice di don Carlo gli confessò: “Sono omosessuale, ma non riesco ad ammettere che Dio abbia sbagliato quando mi ha creato”. Rebagliati non lo condannò: “Dopo essersi liberato di quel peso, è diventato un ottimo sacerdote. La vera sofferenza è vivere nel nascondimento. Perfino nella menzogna, che rischia di contagiare tutta la tua vita”.
Don Carlo ha provato quel tormento: “Ho avuto debolezze, come tanti altri. Se ho mancato, mi sono confessato. Poi magari ci sono ricaduto”. Rebagliati non scende nei dettagli, solo un flash: “A Roma c’era l’autobus, il 64 da Termini al Vaticano, dove era un continuo strusciarsi, scambiarsi appuntamenti. Soprattutto tra ecclesiastici”.

Ma tracciare confini tra luce e ombra è difficile, ascoltare don Carlo ti insegna questo. Lui è il sacerdote che si è esposto in prima persona per denunciare un prete accusato di pedofilia (e poi allontanato dalla Chiesa), che ha difeso le vittime (il Fatto ne ha incontrato una). E però oggi affronta accuse pesanti: “Per fortuna mio padre non è vissuto tanto da leggere i giornali”, abbassa lo sguardo.

Rebagliati non si sottrae alle domande sui silenzi della Chiesa: “Bisogna proteggere tutti. Prima di tutto le vittime. Ma anche i colpevoli, che sono persone. La Chiesa non può risolvere il problema tacendo o sbattendoli via. Perché poi continuano a comportarsi così, anche senza l’abito”. E si torna al nodo della questione: l’atteggiamento della Chiesa verso la sessualità dei sacerdoti. “Non si possono negare il desiderio e l’amore. Bisogna dare ai sacerdoti la possibilità di affrontarli e di parlarne”. Colpa del voto di celibato? “Io non mi sarei sposato, le mie energie erano dedicate ai fedeli, ai tossicodipendenti, a una cooperativa che ho creato e oggi dà lavoro a 43 ragazzi”. Don Rebagliati capisce che è un’espressione forte, ma non è un tipo diplomatico: “Io – Come diceva Rugantino – sono una persona da una botta e via”, e ti guarda per vedere l’effetto delle parole. Poi sussurra: “È triste, lo so. Ma ho dedicato la mia vita agli altri e a Dio. Non mi pento di aver fatto il sacerdote”.



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