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lunedì 30 maggio 2011

Roma, 26 maggio 2011, S’intensificano i bombardamenti aerei della Nato su Tripoli e sulla Libia occidentale e gli Stati Uniti ora ammettono senza imbarazzo alcuno di aver fornito, in palese violazione della risoluzione 1973, bombe ai ribelli che fanno capo al Consiglio nazionale transitorio di Bengasi. Le potenze occidentali sono ormai decisive ad abbattere con la forza il regime del colonnello Muammar Gheddafi, incuranti delle conseguenze per i civili libici che pure sostengono di voler “proteggere” con i loro attacchi militari.
Una guerra, quella della Nato in Libia, avviata sulla base di una precisa e falsa assunzione: il regime libico aveva bombardato tre quartieri a Tripoli provocando migliaia di morti civili; dunque avrebbe fatto una strage di civili a Bengasi in assenza di intervento Nato. Ma tutto cio’ si e’ rivelato interamente falso.
Mentre la guerra prosegue da oltre due mesi, la maggioranza dei libici, comunque la pensino, non ha voce. In questa guerra che come ha scritto l’analista Lucio Caracciolo di Limes registra il “collasso dell’informazione” (è stata resa possibile da gigantesche bugie e con le bugie continua) non va dato spazio alcuno a chi non è allineato con le posizioni e le gesta dei “ribelli” di Bengasi. Ecco dunque le voci di libici incontrati nella parte Ovest del paese, durante la missione contro la guerra alla quale abbiamo partecipato dal 15 al 20 maggio.
Aisha Mohamed, che da Londra torna a Sirte (incontrata per caso il 15 maggio a Djerba): “Sì, abbiamo un problema. Ma si deve risolvere con la diplomazia, con il cessate il fuoco. Non è però questo l’interesse della Nato. E’ quello di fare il gioco dei cosiddetti ribelli. Ma chi sono? Venuti da fuori, non ci rappresentano. Noi libici dobbiamo poter decidere del nostro futuro. La propaganda dei media ha capovolto la verità. E quanti paesi hanno guerre interne senza intervento esterno? Nel caso di Libia poi questo è basato su falsi rapporti media”.
Basma Challabi (incontrata per caso il 15 maggio ad aeroporto di Djerba): “Sono andata via da Bengasi passando in Egitto (il pretesto è stato un trattamento medico), poi via aereo fino a qua in Tunisia, adesso vado da parenti a Tripoli. La vita a Bengasi è molto insicura, ci sono bande che uccidono. Non è vera rivoluzione”.
Kofi, Ghana (incontrato il 15 maggio nel campo profughi al confine fra Tunisia e Libia): “Lavoravo in Libia nell’edilizia, siamo scappati dalla guerra. Cerco di andare in Europa ma mi rispediscono qui, dove ci danno solo un po’ di cibo e acqua. Che prospettive ho? Non posso tornare in Ghana, non ci sono prospettive là e devo mantenere la famiglia”.
Nuri Ben Otman, coordinatore del Comitato popolare per l sostegno al popolo palestinese (incontrato a Tripoli il 17 maggio): “I piani di sopra di questo palazzo che ospitava vari comitati e associazioni come hai visto sono in parte distrutti in parte danneggiati dai missili Nato, per fortuna è stato di notte. Ci siamo trasferiti in…cantina, insieme all’associazione donne libiche, al coordinamento per i bambini disabili e altri raggruppamenti. Il sostegno alla Palestina andava soprattutto a Gaza. Adesso è tutto bloccato. Fra un po’ avremo bisogno di aiuto noi! Mi chiedi se qualcuno dall’estero si è fatto vivo, fra quelli con i quali lavoravamo per la Palestina. No. Nessuno”.
Leila Sulah Ashour, presidente dell’Unione donne libiche (incontrata a Tripoli il 17 maggio): “Non sono venuti a proteggere i civili libici ma il petrolio. Anche noi donne ci sentiamo sole. Organizziamo conferenze contro la guerra, mobilitazioni, ma i media non ci intervistano mai. Anche domenica prossima, il 22 maggio, oltre un migliaio di donne si riunirà a Tripoli da tutta la Libia ma non ne parlerà nessuno”.
Zahra, madre di Mohamed, volontario dell’esercito libico ucciso a Misrata (incontrata il 16 maggio a Tripoli, quartiere Enzara): “Mio figlio è morto per la patria, per proteggere il nostro popolo. Il contrario di quello che dicono sui soldati libici, ora dipinti come mostri! Ci sono tante prove delle atrocità commesse dall’altra parte, perché non ne parlano le televisioni?”.
Mohamed Daghais, ingegnere, Academy of Graduate Studies (incontrato il 20 maggio a Tripoli): “Se siamo nel mirino è per la nostra politica indipendente, non controllabile. Avevamo rifiutato le basi militari Usa. Avevamo tentato un’altra via, poi i cittadini libici si sono stancati di anni di sanzioni e isolamento e il paese si è avvicinato all’Occidente. Che l’ha tradito”.
Milad Saad Milad, direttore della Academy of Graduate Studies (incontrato il 20 maggio a Tripoli): “Avevamo contatti con centinaia di docenti e studiosi in tutto il mondo. Eppure solo due si sono fatti vivi dall’estero da quando è iniziata la guerra. Non mi interessa l’establishment, i Berlusconi che passano dal baciamano al pugnale, ma i miei colleghi…perché? Credo per le bugie quotidiane dei media di mezzo mondo. Quelle hanno dato il via alla guerra. Molte sono ormai smentite ma è troppo tardi. Se l’esercito libico fosse così terribile non avrebbe speso un mese a Zawyia per negoziare con i ribelli mediante i leader tribali”.
Ali Mohamed Mansour, rettore della facoltà di Economia all’università Al Fateh (incontrato il 18 maggio a Tripoli): “Si può bombardare di pomeriggio vicino a un’università? L’hanno fatto per colpire un campo militare in disuso da tempo. Per fortuna non c’erano studenti, eravamo chiusi per un problema avvenuto il giorno prima, altrimenti lo spostamento d’aria che ha fatto crollare soffitti di cemento avrebbe fatto un massacro”.
Mohamed Omar di Bengasi, capo della tifoseria della principale squadra di calcio (incontrato il 17 maggio a Zliten dove è rifugiato con altre ottomila famiglie): “C’è molta violenza a Bengasi, siamo scappati da tempo. Girano anche ex galeotti scappati e tanta gente armata. Tutti devono stare zitti”.
Mohamed Ahmed, leader tribale (incontrato il 17 maggio in una riunione di leader tribali a Tarouna):“Dite i fatti nei vostri paesi, dite che la protezione dei civili non si fa così, che la Nato non può confondere la protezione dei civili con l’appoggio ai ribelli armati, che il nostro esercito ha il diritto di combattere, che hanno mentito parlando di migliaia di morti, che non è giusto che siano le bombe a decidere chi ci deve governare, che Al Jazeera sta facendo un lavoro sporco per conto degli emiri, che qui la gente vuole vivere tranquilla”.
Reem, geologa, tornata a casa dalla Gran Bretagn (incontrata sia a Djerba l 15 sia a Tripoli il 16 maggio): “La Nato protegge i criminali che fanno saccheggi, sgozzano soldati, violentano ragazze. C’era un problema interno alla Libia, l’intervento Nato ne ha fatto una tragedia non ancora risolta”.
Abdul Mola Gumati (incontrato il 19 maggio all’internet point dell’hotel Radisson Blu): sono tornato dal Canada, mi sono sospeso da consulente d’impresa e adesso voglio stare qui nel mio paese, voglio aiutare a ristabilire la verità dei fatti”.
Tiziana Gamannossi, imprenditrice italiana che vive a Tripoli (incontrata durante la missione): “Io e altre persone, libiche e non, insegnanti e imprenditori, abbiamo deciso di creare a Tripoli la Fact Finding Commission, appunto per indagare sulle bugie di guerra. Mettiamo insieme materiali video, accogliamo delegazioni…ma i media internazionali non ci danno spazio”.
La poliziotta all’imbarco della nave di ritorno, da Tunisi per l’Italia (il 21 maggio perquisisce il bagaglio e va a mostrare i video dalla Libia al suo capo, le dico che se me li sequestrano protesterò formalmente): “Gheddafi continua a bombardare?”.
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