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domenica 22 maggio 2011

Si chiama Olivoilà e nell'etichetta promette "un tocco d'Italia". E' diventato uno dei prodotti gastronomici più venduti in Asia, anche via Internet. Ovviamente con il nostro Paese non c'entra nulla: è una bufala incredibile, ma anche un affare gigantesco

La reputazione del nostro paese va forte in Cina, almeno in settori come la moda e l'agroalimentare. A quanto pare, però, lo hanno capito tutti tranne noi italiani. Come nel caso di Olivoilà, l'olio d'oliva più conosciuto in Cina che sta facendo fortuna giocando sulla propria origine.

Visitando il sito ufficiale, l'utente casca subito nella trappola. Nella homepage, infatti, il prodotto si presenta con una scritta inequivocabile: "Extra Virgine Olive Oil - Mild and pure with a touch of Italy", ovvero "Olio extravergine d'oliva - Leggero e puro con un tocco d'Italia". E nelle pagine interne si legge pure "Charming Italy", "Affascinante Italia".

La presentazione ha solo un paio di nei. Le immagini che scorrono sul sito e sul video caricato su Youtube sono fin troppo chiare per chi conosce la Grecia: rappresentano l'isola di Santorini, probabilmente la località di Oia, assicura chi ci è stato. E la musica di sottofondo, l'arpeggio di una chitarra classica, fa pensare più alla Spagna o a un paese sudamericano che al nostro. Per il resto, tutto è costruito intorno all'immagine di un pregiato made in Italy, compresa la "intro" con la voce di Pavarotti.



Ma la realtà è un'altra. Pare che di italiano non ci sia nulla in Olivoilà, un marchio registrato dall'olandese Wilmar Edible Oils B.V., ramo della Wilmar international limited, una multinazionale olandese da 1,32 miliardi di dollari. Non è possibile sapere da dove arrivano le olive utilizzate, ma non c'è alcun dubbio che i ricavi non finiscono in tasche italiane.

E il brand funziona talmente bene che l'anno scorso è stato introdotto anche in Bangladesh. A occuparsene sono state la Bangladesh Edible Oil Limited, una società della Wilmar, e l'indiana Andani Group, distributrice di Olivoilà in India.

Ad aver scoperto che Olivoilà sta ingannando milioni di consumatori asiatici - anche se pare non ci sia nulla di illegale, visto che sull'etichetta si può leggere "confezionato in Cina" - è stato il professor Giuliano Noci, vicedirettore della business school del Politecnico di Milano e prorettore del polo territoriale cinese dell'ateneo. "Si tratta dell'ennesimo esempio di come noi abbiamo ottimi prodotti", sostiene Noci "ma poi siano gli altri a venderli e a fare i soldi sfruttando l'italian sounding".

Secondo lo studioso "bisognerebbe costituire un ente in grado di promuovere iniziative per aggregare e coordinare le diverse unità produttive così frammentate?€š. Questo soggetto, inoltre, si dovrebbe occupare di costituire piattaforme distributive comuni per veicolare i prodotti delle nostre piccole imprese all'estero e dovrebbe avere il supporto delle istituzioni pubbliche.

Complessivamente, il volume d'affari prodotto da società straniere che sfruttano l'italianità nel mondo è pari a circa 60 miliardi di dollari.

Del resto, basti pensare ai casi più noti scoppiati in passato, come quello dei cioccolatini cloni della Ferrero della Maxsweet Foodstuffs, della salsa di pomodoro "italiana" Prego o della "Hunt's Classic Italian Sausage Spaghetti Sauce", prodotte negli Stati Uniti e vendute anche in Cina.

fonte: l’espresso

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