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mercoledì 4 maggio 2011
Gli italiani consumano oggi la medesima quantità di pesce del 1999 ma poiché nel frattempo il pescato nei nostri mari è molto diminuito, l’Italia ha dovuto continuamente aumentare le proprie importazioni (attualmente i 2/3 del pesce consumato sulle nostre tavole è importato). E il calo del pescato riguarda tutto il Mediterraneo, perché una recente ricerca della “New Economics Foundation”  (NEF) ha studiato 46 stock ittici del mare nostrum ed ha scoperto che oltre la metà di essi (il 54%) viene sfruttato in modo eccessivo dall’attività peschereccia.

In base a questo studio, il “Fish Dependence Day” (ossia il giorno in cui, statisticamente e teoricamente, finisce l’autosufficienza alimentare di pesce) anticipa di anno in anno: noi italiani, nel 2011, abbiamo dato fondo alle nostre scorte il 30 aprile scorso e da allora dobbiamo calcolare di mettere in tavola solo pesce importato. Ciò non significa che  d’ora in poi non troveremo più pesce italiano sui banchi dei mercati, ma il calcolo statistico permette di misurare quanto il patrimonio ittico sia a rischio.

L’intera Europa avrà dato fondo alla propria produzione ittica entro il 2 luglio, giorno in cui scatterà la dipendenza dagli altri mercati. Dunque, i risultati del predetto studio sono molto poco incoraggianti. Dal 2000 in poi la differenza tra la ricchezza dei mari che circondano l’Europa e il prelievo è diventata sempre maggiore, il deficit alimentare è cresciuto senza sosta. Ecco i calcoli relativi ad altri Paesi: in Spagna il pesce autoctono si esaurisce l’8 maggio; in Portogallo il 26 aprile; in Francia il 13 giugno; in Germania il 27 aprile; nel Regno Unito il 16 luglio. L’unico paese quasi in pareggio è la Svezia, autosufficiente fino al 30 dicembre.

Gli effetti del sovrasfruttamento degli stock ittici europei sono mascherati dall’aumento delle importazioni di pesce proveniente da altri mari. Ma il dato di fondo – si osserva nel rapporto della NEF – è che lo sviluppo dell’acquacoltura, ossia degli allevamenti ittici, non è riuscita a bloccare la crescente dipendenza dal pesce importato.

Nell’Unione europea, che vanta alcune delle più potenti flotte di pesca del mondo, le catture sono diminuite del 2 per cento all’anno dal 1993. I consumi invece sono cresciuti: tra il 1960 e il 2007 il consumo di pesce mondiale è quasi raddoppiato passando da 9 a 17 chili pro capite l’anno e in Europa si arriva a 22 chili. Secondo la Banca Mondiale le perdite economiche determinate, a livello globale, dall’eccesso di pesca, ammontano a 50 miliardi di dollari l’anno.

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