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lunedì 16 maggio 2011
Circa 40000 manifestanti hanno sfilato nelle vie delle principali città turche.

Dal 22 agosto, la Turchia applicherà nuovi filtri alla Rete. Se la situazione dovesse rimanere immutata durante i prossimi mesi, sarà lo Stato a decidere quali siti potranno visitare i cittadini e che informazioni si potranno leggere. Una censura che il giovane Stato dalla cultura millenaria non può assolutamente permettersi, in vista di un futuro ingresso nell’Unione Europea.
Secondo le nuove norme ogni utente potrà “scegliere” uno dei quattro filtri approvati dall’Information Technology Authority (ICTA): Standard, Famiglia, Casa e Bambini, ognuno con un livello diverso di censura. L’ICTA potrà inoltre bloccare i provider che decideranno di non sottoporsi alle nuove regole. Il motivo ufficiale è il solito ritornello usato in queste occasioni da chi vuole nascondere i propri errori: proteggere i bambini dalla pornografia e dai pedofili. Fortunatamente non tutti i turchi hanno abboccato, e hanno deciso di manifestare.
In totale più di 40mila persone hanno marciato per le strade e le piazze di circa trenta città turche, ma anche in alcune città Europee come Colonia, Amsterdam e Vienna. A Istanbul si parla di circa 5000 manifestanti, che hanno sfilato pacificamente luno il viale Istiklal, principale arteria commerciale della città.
Ad Ankara, la capitale turca, circa 500 persone hanno risposto all’appello e alle manifestazioni hanno aderito diverse associazioni e piccoli partiti di sinistra. Più sfortunati gli abitanti di Antalya, capoluogo dell’omonima provincia. La polizia ha infatti impedito a circa 300 manifestanti di riunirsi nella piazza centrale della città. Per nulla scoraggiati, hanno proseguito il loro corteo nelle vie principali della città, con il supporto degli automobilisti di passaggio e dei loro clacson.




Unanimi gli slogan: “Don’t touch my Internet”, “Turchia libera, Internet libero”, o ancora: “Tayyip, giu’ le mani dal mio Internet”, con riferimento al primo ministro Tayyip Erdogan, ha constatato un giornalista dell’Afp sul posto. Numerosi anche i cartelli con slogan simili, in turco e in inglese.
Proprio il primo ministro conservatore, leader del partito islamico-moderato Akp, ha deciso di buttare ulteriore benzina sul fuoco, criticando Facebook. “È una tecnologia cattiva. Le pagine di Facebook sono ripugnanti e orrende”, le dichiarazioni di Tayyip. Difficile stabilire se abbia visitato soltanto le pagine dei suoi oppositori, tuttavia il timore di una repressione politica del Web è alto, e i precedenti non rassicurano la popolazione.
Per esempio, YouTube (il quinto sito per numero di visite in Turchia) è stato bloccato diverse volte, per aver ospitato video offensivi nei confronti di Mustafa Kemal Ataturk, il padre della Turchia moderna e considerato un eroe dalla maggioranza della popolazione. Altri argomenti tabù, oltre ad Ataturk, riguardano l’esercito, le questioni delle minoranze e della dignità della nazione. Per questi motivi esistono migliaia di blog bloccati soltanto per averne discusso.
Per la Turchia, l’approvazione di questi nuovi filtri sarebbe un altro passo indietro, in tema di diritti civili e libertà di stampa. Per questi motivi il paese è nella lista dei “sorvegliati speciali” di Reporters sans frontières, che accusa Ankara di essere tra i nemici di Internet. Secondo gli ultimi rilevamenti i siti già bloccati sono tra i cinque e i trentasettemila.
Anche YouTube, il quinto sito per numero di visite in Turchia, è stato bloccato diverse volte
Il principale partito di opposizione, il socialdemocratico e laico Chp, sostiene che questo regolamento è ”la dichiarazione di morte di Internet in Turchia” e la stampa avversaria di Erdogan fa paralleli con le censure di Cina, Corea del Nord e Iran. Già si annunciano ricorsi fino alla Corte europea dei diritti dell’Uomo.




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