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domenica 29 maggio 2011
L’Ecuador rinuncia al petrolio della foresta in cambio di aiuti.


Un gioco d'astuzia milionario. Una forma di cooperazione all'avanguardia. Un'idea per salvare il mondo. Da quattro anni il 'proyecto Yasunì' ha incassato reazioni diverse. Da quando cioè, il presidente dell'Ecuador Rafael Correa nel 2007 ha lanciato la sua iniziativa: salvare l'Amazzonia da una barbara corsa al petrolio in cambio di aiuti dal mondo industrializzato. Un'idea che ha entusiasmato gli ecologisti di tutto il pianeta e che, anche tra le più alte istituzioni internazionali, ha trovato vasto consenso.

Ora, però, le somme richieste al mondo dall'Ecuador per salvare il suo prezioso ecosistema tardano a concretizzarsi. Il progetto tiene, ma vacilla. Perché l'Amazzonia, già ferita dal Brasile (che il 26 maggio ha modificato la legge del 1934 che vietava di abbattere più dell'80% della foresta in un appezzamento di terreno), rischia di subire un duro colpo anche a ridosso della Ande. Diecimila chilometri quadrati di natura incontaminata

Il parco nazionale dello Yasunì è un gioiello della natura. Situato nell'Est del Paese, nella regione amazzonica racchiude un numero impressionante di specie animali e vegetali quasi 10 mila chilometri quadrati di superficie. Considerata la regione con la più alta biodiversità al mondo, protetta dall'Unesco, isolata dalle ruspe del boom edilizio, lo Yasunì racchiude più di 1.500 specie di alberi, 567 di uccelli, 173 di mammiferi, in oltre 100 mila specie di insetti. Una vera e propria riserva d'eccellenza, tanto che in un solo ettaro della riserva, gli esperti hanno trovato più specie di alberi di quante ce ne siano nel Nord America. Lo Yasunì è una sorta di Shangri-la per ogni ambientalista.




NELLA RISERVA 800 MILIONI DI BARILI D'ORO NERO. Tuttavia, il parco custodisce un segreto. Il più prezioso dell'era contemporanea, il petrolio. Sarebbero più di 800 milioni i barili di oro nero nascosti dalla rigogliosa terra dello Yasunì. Una ricchezza importante per un Paese che si colloca al 65esimo posto al mondo per il Prodotto interno lordo e che basa buona parte della sua economia proprio sulle esportazioni del greggio.

Il destino del parco, dopo la preziosa scoperta, sembrava segnato. Ma, nel giugno 2007, l'allora ministro dell'Energia Alberto Acosta lanciò un'idea. La definì, con un pizzico di ambizione, «un punto di rottura» che avrebbe scardinato le logiche mondiali: l'Ecuador avrebbe rinunciato al suo petrolio e ai proventi delle esportazioni per salvare la biosfera del parco e le popolazioni a rischio di estinzione come gli Huaorani, che lo abitano da decenni. Lo sfruttamento del petrolio nello Yasunì, inoltre, causerebbe l'emissione di oltre 400 milioni di tonnellate di anidride carbonica.
Il risarcimento per le mancate esportazioni di petrolio

Visto che la salvezza del parco riguarda l'atmosfera di tutto il pianeta, Acosta ha proposto ai Paesi più ricchi della Terra 3,5 miliardi di dollari da versare nei successivi 13 anni, la metà del valore dell'oro nero del parco. 

Il 'proyecto Yasunì Itt' (dal nome delle zone di esplorazione petrolifera Ishpingo, Tiputini, e Tambococha) fu approvato dal governo, formalizzato nel dicembre del 2007 e adottato come un vero e proprio cavallo di battaglia dal presidente Correa.

L'entusiasmo iniziale portò all'istituzione di un fondo ad hoc presso le Nazioni unite per raccolta dei finanziamenti, nonché a un coro di consensi. La Germania fu tra le prime ad apprezzare l'iniziativa annunciando l'erogazione di 50 milioni di euro. Ma tra il dire e il fare, tuttavia, ci si è messa la crisi e la brusca frenata imposta alla cooperazione mondiale.

Qualcuno, nei limiti delle proprie possibilità, si è mosso in maniera simbolica, come Cile e Perù che hanno donato 100 mila dollari ciascuno a Quito. E l'Italia si è impegnata a cancellare 35 milioni di dollari di debito contratti dall'Ecuador. In totale, secondo il capo dei negoziati del progetto, Yvonne A-Baki, l'Ecuador ha racimolato circa 40 milioni di dollari, una somma ancora lontana dai 100 milioni previsti per la fine del 2011.

LA CRISI HA RAFFREDDATO L'INTERESSE PER IL PARCO. Il ritardo è dovuto anche al dietrofront di Berlino, coinciso con la scalata dei liberali al governo federale. Ora, dopo il boom dei Verdi alle recenti elezioni amministrative tedesche, A-Baki è volata a Berlino per incontrare esperti, parlamentari e imprenditori alla ricerca di un rinnovato sostegno.

Ma le difficoltà non mancano: da chi, all'estero, diffida della reale destinazione dei fondi, all'opposizione di coloro secondo i quali parte del parco sia stato già affidato alla gestione di compagnie brasiliane e cilene.
Ma è il «no» della Merkel a spaventare l'Ecuador. «La Germania è un Paese leader. Molti seguiranno il suo esempio. Non si tratta di una donazione, ma di un'azione di responsabilità contro il riscaldamento climatico», ha sottolineato alla stampa locale la A-Baki.

Di certo, con il 13% della popolazione che vive al limite della sussistenza, se il progetto non avrà risposte concrete, Quito non avrà scelta. Il presidente Correa è stato chiaro: si potrebbe passare al famigerato piano alternativo già alla fine di quest'anno. Ovvero, alla trivellazione della superficie dello Yasunì. Con buona pace di tutti, a partire da chi vive in questo gioiello dell'Amazzonia. «Il governo venderà il petrolio ai Paesi più ricchi e a noi non lascerà nulla. Né uccelli, né animali, né alberi», è l'allarme lanciato da Julia Cerda, una delle residenti della zona.






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