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domenica 22 maggio 2011

L'ideatore Peter Koler:«La guerra alle sostanze è fallita, dobbiamo cambiare»La provincia sperimentauna legalizzazione "soft": via le mafie dal mercato

Dice: «C’è un vecchio detto popolare che ripete: se il tuo cavallo è morto non cavalcarlo più». A sentirlo, sembra banale. Però, non è così come pare. Prendiamo la droga. Dice: «La guerra alla droga è fallita: abbiamo più morti nella guerra alle droga che vittime delle sostanze. E allora bisogna cambiare. Se abbiamo capito che il cavallo è morto, cerchiamone un altro». Peter Koler, 45 anni, è psicologo e pedagogista. Ma è anche e soprattutto il direttore del «Centro per la prevenzione delle dipendenze e la promozione della salute» che da 10 anni lavora per la Provincia di Bolzano e in collaborazione con molti patner di rete. Non deve lavorare tanto male, visto che adesso l’hanno chiamato pure la Regione Emilia, l’Austria e Amburgo.

Solo che da noi le sue idee sembrano rivoluzionarie. Occorre cambiare l’offerta, dice: «Dobbiamo trovare un metodo per implementare il mercato all’interno della legalità. Si può dare la sostanza alle persone che hanno già sviluppato una tendenza, restando ovviamente dentro a un percorso sanitario. Si deve rilanciare l’idea di togliere alle mafie quei soldi e quel potere, e trovare un modo di dare le sostanze a quelle persone, riducendone il bisogno. E con la cannabis legalizzare la coltivazione privata». Però, questa non è la legalizzazione della droga. È un’altra cosa ancora. È come se lo Stato togliesse la droga alle mafie. Poi toccherebbe ai servizi pubblici stare vicino ai consumatori, accompagnando i loro percorsi di recupero. Con le nuove regole di una società postmoderna: «Bisogna conviverci con l’abisso, dobbiamo accettare il rischio. Vietarlo è
inutile».

Lui il suo l’ha già fatto. E bene, a giudicare dai risultati: da alcuni anni è in costante calo il consumo fra i giovani degli alcolici, del tabacco e della cannabis. Hanno cominciato nel 2001 e la cosa strana è che non se n’è accorto quasi nessuno. Neanche i giornali ne parlano. I loro successi girano solo attraverso i convegni, come l’ultimo, a Torino, del Gruppo Abele di don Ciotti. «In ogni caso, da noi il problema più grave è quello dell’alcol», spiega Koler. «Non abbiamo gente che fa le feste con l’eroina, e la cocaina è abbastanza nascosta». La parola d’ordine è sempre la stessa: il divieto non serve. Già nel 2002 era nato il primo progetto, che si chiamava «Lanc», ed era stato avviato da alcuni centri e circoli giovanili di lingua tedesca in collaborazione con il Forum Prevenzione. Da allora a oggi, molte cose sono cambiate, cercando di coinvolgere sempre di più gli altri soggetti nel progetto. Come fare con l’alcol, senza vietarlo? «Possono bere quel che vogliono, ma solo a gradazione ridotta», dice Koler. «Abbiamo fatto questo patto. Tutti gli studi e le ricerche dimostrano che l’aggressività cresce con l’aumento del livello di gradazione. Le persone possono consumare l’alcol, ma con responsabilità. È la nostra campagna: bere responsabile. Abbiamo chiestoai Comuni di organizzare un servizio di minibus notturno efficientissimo. La Nightline porta in giro i giovani durante la notte e gli incidenti del sabato sera sono quasi scomparsi».

Anche con il fumo, la filosofia è la stessa. E ha avuto così tanto successo che il «programma di riduzione» sta per essere esportato in Austria e a Reggio Emilia. Si parte dalla solita parola d’ordine: vietato vietare. E il metodo è di nuovo quello del coinvolgimento, e della - dio, che brutta parola - «corresponsabilizzazione». I ragazzi che decidono di partecipare a queste iniziative «fanno sei incontri di due ore all’interno di percorsi scolastici». Il risultato? È sorprendente, assicura Koler. I trainer non gli insegnano mai a smettere di fumare: cercano di farli fumare meno, ad abituarsi a un minor numero di sigarette, senza rinunciare al fumo. «Il più delle volte succede che a questo punto sono loro stessi che vengono da noi per dirci che adesso hanno capito che male fa il tabacco e che vogliono smettere». È lo stesso sistema che il Forum ha deciso di adottare con l’ultimo Grande Vizio della società postmoderna: il gioco. Da una parte una campagna di informazione e dall’altra l’incontro con i gestori delle sale gioco per convincerli ad accettare dei corsi: il loro personale potrà uscire soltanto da lì, e verrà così formato da diversi esperti che lavorano sul campo, psicologi, pedagogisti, sociologi. In pratica, sarà come mettere degli educatori nel regno del vizio, dei sacerdoti accanto ai peccatori.

Quello che si fa col fumo, potrebbe essere fatto con la cannabis, spiega Koler. Il fatto è che «è inutile dire a un ragazzo che vive in mezzo al disagio: tu devi smettere. Quello è l’ultimo suo problema. Dobbiamo fornire buone competenze ai genitori per educare i figli, dargli i mezzi per farlo, dalla civiltà della vita agli asili nido. La droga non è il centro del problema».

Fonte: La Stampa



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