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martedì 12 aprile 2011

rwanda genocidio 300x212 Un Paese abbandonato alla morte, il genocidio dimenticato del RwandaInsieme per ricordare un milione di vittime. Da 17 anniaprile è per il Rwanda il mese della commemorazione del Genocidio dei Tutsi, consumato con orrida sistematicità dagli Hutu. Decenni di rivalità etnica sfociavano, il 6 aprile del 1994, nei cento giorni più duri della storia contemporanea dell'Africa.
In una sala spoglia della Basilica del Sacro Cuore, isolati dal caos della stazione Termini, il Gruppo degli studenti sopravvissuti al genocidio (Gaerg) e l'organizzazione Dispora Ruandese in Italia in collaborazione con il Consolato onorario del Rwanda in Italia hanno dato corpo al ricordo di quella che difficilmente può essere considerata una semplice guerra civile. Attraverso immagini e racconti i sopravvissuti di ieri, i protagonisti di oggi.
L'Italia è presente nelle parole e nella persona di Maria Pia Fanfani, da sempre impegnata in prima persona sul fronte umanitario ed in quei giorni del 94 fra i pochi a sfidare l'indifferenza e l'indecisione dell'Occidente passando il confine della morte e portando in salvo i bambini di un orfanotrofio: "Ogni volta che dovevamo attraversare un fiume, intorno a noi scorrevano ovunque cadaveri" racconta; e a chi allora la invitava a rinunciare ad entrare in un paese abbandonato alla morte, rispondeva: "e allora portatemi a morire". Insieme a Pierantonio Costa, il console italiano che contribuì attivamente al salvataggio di duemila tutsi dai massacri, la Fanfani rappresenta la volontà di singole personalità che sono riuscite ad operare positivamente in Africa, nonostante gli oltre cinquant'anni di discutibile e mal pianificata politica estera italiana dalla fine del colonialismo ad oggi.
L'occasione è buona per una serie di riflessioni sul ruolo dell'Occidente nella Storia dell'Africa quanto mai attuale in questi giorni di guerra in Libia e rinnovati massicci sbarchi a Lampedusa. Uno spunto viene dalle parole di Claudileia Lemes Diasscrittrice brasiliana ed editore presso la Compagnia delle Lettere, realtà editoriale emergente attenta alla cultura della migrazione. Ricorda la Dias che quei massacri non furono il frutto di una immediata, estemporanea follia. Le radici di quest'odio sprofondano nel passato della storia coloniale del Belgio. Nella seconda metà dell'800 i primi coloni belgi effettuarono un censimento della popolazione del Rwanda che grazie all'apporto dell'antropologia razzista, allora crescente baluardo teorico di ogni rispettabile politica coloniale, trasformò una distinzione di tipo sociale ed economico in una netta divisione etnica. Tanto netta da generare una frattura quanto in realtà basata sulla pura osservazione di tratti somatici ed in secondo luogo sul livello di ricchezza. L'impero insegna: divide et impera. Dove c'è una crepa, crea una breccia, una frattura: prendeva corpo il mito della migrazione Camitica, che vuole i tutsi, alti snelli e slanciati come discendenti degli etiopi del Corno d'Africa. I tutsi, minoranza elitaria e interlocutori privilegiati del Regno Belga di Leopoldo II, il tramite fiduciario fra il centro del potere e la periferia del dominio coloniale. Gli hutu la maggioranza silenziosa e asservita.
Si trattava davvero di due etnie distinteNon è stato mai determinato. Nulla di concreto avvalora lo scientismo della rigorosa aristotelica tendenza dell'Occidente alla categorizzazione compulsiva e finalizzata al controllo. La frattura coloniale si è imposta ad una tradizione fitta di matrimoni misti che non si è mai veramente interrotta e che ha portato, durante il genocidio, all'uccisione di migliaia di hutu moderati e vincolati ai tutsi.
Nella sala sono presenti due donne. Una giovane rwuandese, ebano nel bianco della veste, ricorda i compagni perduti nella selva dei machete. L'altra, una donna anziana, è scampata all'Olocausto e ricorda l'arbitrio della follia che avvicina i due popoli. Una, tutsi, l'altra, ebrea. A vederle non si direbbe: potere della parola. Fabulazione dell'etnicità.



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